Gennaro Cilento: l’Accademia del millennio che verrà

Gennaro Cilento: l’Accademia del millennio che verrà

Da settimane, quando riesco a ritagliarmi momenti di solitudine, ripenso agli ultimi dialoghi tra me e Gennaro Cilento nella sua casa studio, chi lo conosceva sa quanto fosse abitudinario, ma quelle due serate aveva voglia d’ascoltare e di raccontare, quando comunicano due persone che mettono l’arte al centro della loro vita condividendola, la comunicazione è diversa, si oscilla dalla memoria di vita vissuta, a problemi specifici privatissimi, alla propria arte e ricerca, non c’è un distinguo, quando si parla della propria arte, si narra un proprio fatto privato.
Dalla cucina a un certo punto, mi fece spostare nella stanza studio, dove c’erano i suoi ultimi lavori ancora non mostrati al pubblico.
Accesa la luce e entrati nella stanza, la prima cosa che dissi fu:

– Che scatto pittorico, questa è una tua altra rivoluzione!

Lui roteò gli occhi e sorrise e mi chiese:

– Che bbuò ricere? Voglio sentere, mi piace e tì sentì…

– C’è qualcosa in questi quadri ultimi, rispetto la fluorescenza e l’acidità cromatica precedente, che sembra zucchero, caramella, quasi come se si trattasse di dimensioni commestibili dove si può mangiare il colore, qualcosa di sensoriale molto attrattivo, fossi un bambino mi sentirei molto attratto ed entrerei dentro questi quadri…

Mi disse che infatti questo scatto c’era ed era presente, stava lavorando a un ciclo pittorico fiabesco, popolato di streghe e paesaggi onirici e inconsci, insomma stava ripagando su se stesso, quasi a prepararsi a un viaggio verso l’altrove, non so se avesse messo in conto d’andarsene, ma tutto in quei due dialoghi che arrivarono quasi al mattino successivo sembravano annunciarlo, ma lo dico con il senno di poi.
Gli dissi che in quei quadri, c’era tutta la sua essenza che aveva attraversato il millennio, le sue bambole e dee madri dall’estetica mutata diventavano streghe, la sua critica al consumismo diventava seduttiva per chi ci nasceva dentro, gli dissi che per chi nasceva dentro quell’ambiente, quella desolazione, quella vuotezza, quel niente tipico dei nostri tempi inquinati e inquinanti, diventava terribilmente seduttivo, impossibile da comprendere e mettere a fuoco.

Scrutandogli la pennellata gli dissi per l’ennesima volta:

– Tu sei un fiammingo, sei un classico, non un’Accademico, sei un Bruegel, un Bosch di questo tempo da consegnare al tempo…

Siamo gente strana noi che viviamo per l’arte, mi rispose sorridendo:

– Mimmo, cà ‘a Napul’, a gente mì rice, cà jé nù pitt’ a olio, e pecciò nù sò classico…

– Jennà, ma chest’è nù valore aggiunto!

L’essere sapé stì quatt’ pirit’, prima dell’olio si dipingeva a tempera, a un certo punto la pittura a olio è diventata industriale e sono potuti arrivare gli Impressionisti e Van Gogh a pittare in quantità industriale.

La tua grandezza è proprio nell’usare gli acrilici come fossero pittura a olio, quanta gente ‘ a Napul’ pitt’ acrilico commé foss’ uoglio?

Napoli è una piazza conservatrice, e della peggiore specie Accademica, che ti vengano a rompere i coglioni perché pitti ad acrilico e non a olio, dimostra quanto si siano fuori dagli scatti della Storia dell’Arte che tu stai facendo…

Ci tenne anche ad informarsi sul perché a Cagliari non ci fosse un’Accademia di Belle Arti e girammo un video, l’ultimo video pubblico dove compare la sua immagine prima del viaggio verso l’altrove, a sostegno di un’Accademia a Cagliari.

Era contento di ragionare, ragionammo molto anche di fatti e relazioni sue, di questioni private, ma questo riguarda l’universo privato e non pubblico.

Ci siamo letti a vicenda le carte l’ultima mattina, il pomeriggio avevo il volo per Cagliari, mi offrì un caffè, io gli regalai un mio libro che in certi passaggi lo citava nel nome di una storia comune, (non avevamo bisogno d’addetti ai lavori, ci siamo sempre sentiti noi gli “addetti ai lavori”, in quel libro citavo anche come su uno speciale “Flash Art” Focus Napoli, chi mi presentò fu proprio Gennaro Cilento) andava fatto perché quando ci si legge le carte bisognava scambiarsi qualcosa…
Scesi le scale e lui mi guardò dall’alto fin quando scomparsi dalla sua visuale.

Le ultime cose gliel’ho dette e me l’ha dette quando ho sollevato il tauto, mi piace pensare che si fosse rivolto verso di me.
Quei quadri mai mostrati in pubblico meritano d’essere preservati e raccontati in una visione d’insieme, l’intera produzione che era nel suo studio va acquisita e non dispersa, è necessario per comprenderlo e per farlo comprendere, è necessario che certi Accademici Napoletani e certi provinciali che pensino che ciò che è “internazionale” sia sempre altrove, guardino in faccia il monito di ciò che hanno finto d’ignorare per sterili e miseri posizionamenti personali privati, la pittura e le visioni di Gennaro Cilento ci derideranno tutti da qui all’eternità.

Gennaro era l’Accademia del millennio che verrà, con la consapevolezza che chi arriva prima non può che aspettare gli altri, preservare e custodire il lavoro e la memoria di Gennaro Cilento è una prova di maturità per tutta la nostra generazione d’artisti, con il suo lavoro posta dinanzi a un bivio, continuare a subire l’altrove o fare presente come non sia vero che la Storia sia sempre scritta da chi s’illude d’essere vincitore.

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