Gennaro Cilento: Trip mai omologato

In questi giorni mi vengono in mente gli ultimi dialoghi avuti con Gennaro Cilento, l’ultima volta che l’ho visto ragionammo (tra l’altro) anche di ciò che era stato il “Mario pesce a fore”, come al solito non eravamo d’accordo essendo d’accordo.

Mi diceva:

“Potessi tornare indietro, con la consapevolezza di oggi, penserei al “Mario Pesce a Fore” come voce collettiva con le identità celate”.

Perché mi diceva questo?
Perché una discussione accesa nella gestione collettiva dell’identità del “Mario Pesce a Fore” (quando si poneva in essere, nella seconda metà degli anni Novanta, un progetto così apertamente critico), fu proprio quella di come presentare una posse critica verso un Accademismo sempre più privatizzato, un circuito galleristico (privatizzato) che stava mettendo le mani su tutte le istituzioni pubbliche Napoletane e un provincialismo locale che riconosceva come artisti superiori in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso quelli con la quotazione di mercato costruita a tavolino in maniera privatizzata.

Non eravamo proprio dei tipi tranquilli, anche quando si discuteva tra noi, ma si doveva anche gestire l’identità e la ricerca artistica di ciascuno, serviva ed era necessario tutelare le differenze e renderle visibili.

In quest’ottica si lavorò sulla spettacolarizzazione collettiva e connettiva dell’identità di ciascuno, si prendevano in ostaggio spazi con il passamontagna e le pistole giocattolo, si organizzavano mostre che nascevano per dire “non abbiamo niente da invidiare a nessuno in quanto a talento e produzione”, si giravano video a cielo aperto, tutti a firma Mario Pesce a Fore con l’identità di chi partecipava all’operazione che diventava autorizzato a porre a portfolio Europeo, la sua presa di distanza su quanto si stesse materializzando in quegli anni.
Questo legame e questa idea connettiva e collettiva rende quello che accadeva in quegli anni a Napoli storicamente unico, non si era Luther Blisset e neanche Luca Rossi, si era identità manifeste, chiare, riconoscibili, schedabili e codificabili dove ciascuno era manifesto di se stesso con la propria ricerca e il proprio linguaggio, legalmente inattaccabili perché culturalmente palpabili e visibili, così visibili che prima del G8 di Genova, la Digos nel 2001 fece un’ispezione a casa di Gennaro e trovò davanti l’anziana mamma e l’anziano padre, soltanto i suoi quadri, una pistola giocattolo e il suo passamontagna dipinto da lui, e spiegò all’agente: “Song’ pé video ‘e Gennaro”.
La sua rivoluzione individuale gli arrivava da lontano, era nel DNA dei genitori, a ribellarsi con arte e cultura, s’impara in famiglia, li si annida il senso reale della comunità e dell’identità.
Non si poteva pensare in una realtà come Napoli a un’unità creativa che non fosse un eteronomo collettivo che rispettasse l’identità altrui, si nasceva insieme sapendo che all’interno di un’idea collettiva ciascuno doveva essere libero di essere se stesso, non ci si poteva omologare all’interno di un discorso che criticava l’omologazione, e Gennaro nel suo trip d’arte, omologato non lo è stato mai, neanche quando abbiamo ragionato (per l’ultima volta) del Mario Pesce a Fore.

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