Germano Celant fotografato da Roberto Scala

Germano Celant è sato fotografato da Roberto Scala alla mostra personale di Giulio Paolini presso la Fondazione Carrierodi Milano  il 27 ottobre del 2018

Il curatore e critico dell’Arte Povera è morto all’età di 80 anni, vittima del Covid. Aveva lavorato per l’arte italiana come per quella internazionale in mille modi diversi, ma accomunati da una logica e da una coerenza che non è possibile non vedere nella filigrana della sua carriera.

Nel sessantotto si schierava contro il sistema, termine diffuso in quegli anni per indicare l’organizzazione imposta dal potere ai fini della sua conservazione, è stato uno dei più autorevoli protagonisti del sistema internazionale dell’arte. Curatore del Guggenheim di New York (1989-2008), direttore artistico della Fondazione Prada (dal 1995 sino ad oggi), firma de L’Espresso e di molte riviste specializzate, curatore della Biennale di Venezia (1997) e di un’enorme quantità di mostre sparse sui diversi continenti e con artisti di tutto il mondo, autore anche di pubblicazioni numerose e cosmopolite.

Il sistema dell’arte che collega tra loro istituzioni prestigiose è l’espressione di un potere e in quanto tale deprecabile o è l’esercizio di un giudizio che contribuisce a garantire la qualità della cultura? La biografia di Celant potrebbe fornire dati interessanti per tentare di dare una risposta a questa domanda. Con più facilità, e credo senza il pericolo di smentite, la stessa biografia svela i tratti di un’impresa epica. Grandiosa, infatti, quasi commovente, è stata la sua capacità di valorizzare il territorio italiano, gremito di artisti ma privo di quella economia che negli ultimi cinquant’anni ha acquistato un’importanza decisiva. Non è anche questo contraddire il sistema?

Celant ha lavorato per l’arte italiana come per quella internazionale in mille modi diversi, ma accomunati da una logica e da una coerenza che non è possibile non vedere nella filigrana della sua carriera. Questo sì, forse, smentisce i suoi propositi giovanili di «guerriglia».

GENOVESE, formazione da storico dell’arte e allievo prediletto di Eugenio Battisti che gli insegnò a dilatare il suo campo di indagine e lo chiamò a collaborare a Marcatré rivista eccezionalmente aperta a discipline diverse. Negli anni in cui la società dei consumi impose agli artisti di creare immagini incisive e mordenti, da giovane critico militante creò l’Arte Povera, un capolavoro di comunicazione, fondata su idee in grado di cogliere, in una vista di insieme, il lavoro di artisti di natura diversa, tutti destinati a rivelarsi, su scala globale, tra i migliori del secondo Novecento: Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Mario Merz, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio, Marisa Merz ed Emilio Prini.

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