Giancarlo Politi #Amarcord

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Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia.

Roma 1967-1970

 Se Schifano con i suoi eccessi impersonava l’immagine della Roma salottiera e della dolce vita esagerata, egli fu anche il cavallo di Troia della mondanità e nobiltà romana, principi e baroni, nipoti di cardinali, dello stesso Gianni Agnelli, di Ira Furstenberg e dei cineasti (Marco Ferreri, Federico Fellini, Ugo Tognazzi, Renato Salvatori) e quello dei letterati (Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Giuseppe Ungaretti, introdotto da Mario Diacono) per entrare nel mondo dell’arte, sino ad allora snobbato: tutti fedeli fan e anche clienti di Mario Schifano, che oltre a comperare opere, contribuirono a dare visibilità a quel momento e a quei personaggi. Alberto Moravia fu grande amico e mentore di Schifano, soprattutto dopo la sua reclusione a Regina Coeli, per cui secondo molti (ma io non credo) Mario si immolò addossandosi la colpa della droga trovata a Fiumicino nella borsetta della baronessa Afdera Franchetti, sorella di Giorgio Franchetti e moglie di Henry Fonda, affermando che il pacchetto era destinato a lui. Al processo testimoniarono a favore di Mario sia Moravia che Ungaretti: quest’ultimo stava per essere incriminato perché con la sua verve si scagliò contro il presidente della corte affermando che Schifano era un artista, aveva bisogno di stimoli per lavorare e non poteva essere giudicato alla stregua dei comuni cittadini. Grazie all’età e alla comprensione della corte il grande Giuseppe Ungaretti, sempre candidato e mai vincitore del Premio Nobel, che invece avrebbe meritato, evitò una incriminazione. (A proposito di Ungaretti, si è saputo poi che il Nobel non gli fu mai assegnato, malgrado lo meritasse, per una prefazione di Benito Mussolini alla seconda edizione al suo libro di poesie, Il Porto Sepolto (1923): dopo che il poeta aveva indirizzato una lettera a Mussolini, definendolo “signore del Rinascimento”). Malgrado queste illustri testimonianze, Schifano fu condannato a nove mesi di carcere (di cui mi pare ne scontò cinque). Mario era un grande sperimentatore di droghe: poi divenne anche un esperto preparatore per gli amici (mescolando componenti diverse che portavano allo sballo senza tuttavia essere letali: questa sua abilità e disponibilità ampliò di molto la sua cerchia di amici famosi). Detto ciò, bisogna dire che Mario Schifano era un uomo generoso, una sorta di Robin Hood, dunque capace di addossarsi una responsabilità non sua. Ma in quel caso, sono certo che Afdera Franchetti, che pare non facesse nemmeno uso di droghe, disse la verità e cioè che il pacchetto era destinato a Mario Schifano.

 

Pier Paolo Pasolini, il moralista fuori luogo

Ma in questo Amarcord non vorrei dimenticare di parlare di un personaggio mitico e controverso e che a me, dopo averlo incontrato, divenne particolarmente antipatico: Pier Paolo Pasolini. Lo avevo conosciuto qualche anno prima, a casa del mio editore di Linea Umbra, Beniamino Carucci, che era anche molto amico di Pasolini e forse stavano preparando un progetto insieme. Linea Umbra fu una curiosa antologia di poesia contemporanea da me compilata e che ai tempi ebbe una buona risonanza tra gli addetti ai lavori (Enrico Falqui, il più autorevole critico di poesia di allora, gli dedicò una pagina sul quotidiano Il Tempo, considerandolo un interessante contributo trasversale sulla nuova poesia italiana). A quella cena da Beniamino Carucci eravamo una decina di persone, quasi tutti letterati, tra cui Luigi Silori, titolare di una rubrica televisiva di successo, Uomini e Libri, a cui Silori mi invitò poi per presentare la mia Linea Umbra. Forse c’era anche Pietro Cimatti, fecondo poeta forlivese ed Elio Filippo Accrocca, uno dei poeti di Portonaccio. Allora scrittori e personaggi molto popolari. E qualcun altro che non ricordo. A capotavola c’era Pier Paolo Pasolini, che durante la cena era silenzioso e a testa bassa sul piatto come a meditare per estraniarsi ai nostri discorsi un po’ banali, con i suoi capelli tirati all’indietro da un grumo di brillantina che si rifletteva sotto la luce, proprio come tutti i “ragazzi di vita” (Schifano lo chiamava liscino, per questi suoi capelli così lisci e tirati sulla nuca). All’improvviso, nel silenzio generale, alzandosi dalla sedia, Pasolini disse: voi non capirete mai quanto grande sia il piacere di stuprare uno o più dodicenni (lui usò un termine più crudo, irripetibile, ma il senso più o meno era questo). Io allora ero a digiuno di alchimie sessuali, però immaginai (grazie anche alla parola esplicita) cosa volesse significare quella frase, mi venne la tentazione di aggredire Pasolini. Veramente, ebbi il desiderio di alzarmi e prenderlo a pugni. Eppure restai disgustato ma in silenzio, perché eravamo in casa del mio editore e poi perché avevo saputo che Pasolini era un forte picchiatore: lui si allenava tutte le sere con grandi scazzottate con i ragazzi di vita. Dunque avevo molte probabilità di prenderle invece che darle. E allora avrei fatto proprio una bella figura. Poche settimane prima un ragazzo era entrato da Rosati, tutto ammaccato, dicendo che lo aveva picchiato Pasolini. Ovviamente per motivi sentimentali. Infatti Pasolini era molto noto tra i ragazzi di borgata con cui condivideva controverse violenze notturne. Allora capii che la sua Una Vita Violenta era in parte un romanzo autobiografico. La violenza sfrenata tra i ragazzi di borgata era esperienza vissuta per lo scrittore friulano. Per l’episodio a cui avevo assistito ma anche per alcuni suoi film, non ho mai amato Pasolini. Lo considero uno scrittore e regista ideologico, con un approccio alla realtà volutamente morbosa ed esibizionista. Il solo libro che salverei sono Poesie a Casarsa, perché scritte in dialetto friulano che per me è come il cinese. Invece al suo romanzo più famoso, Ragazzi di Vita, preferisco Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di Carlo Emilio Gadda. Lui sì che usa il dialetto romanesco come una vera lingua, senza le forzature innaturali di Pasolini che si inventa un suo inesistente romanesco di borgata insegnatogli da Franco Citti e Ninetto Davoli.
“Il 29 agosto del 1949 alla sagra di Santa Sabina a Ramuscello Pasolini pagò tre minori per dei rapporti di masturbazione. La voce arrivò ai carabinieri della Stazione di Cordovado, competente per il territorio. La famiglia di Pasolini intervenne e l’avvocato Bruno Brusin convinse le famiglie dei ragazzi a non sporgere denuncia, offrendo 100 000 lire a testa alle famiglie per il danno subito. L’indagine proseguì, con l’imputazione di atti osceni in luogo pubblico e di corruzione di minore (uno dei ragazzi era sotto i sedici anni)… i dirigenti del PCI di Udine, il 26 ottobre, decisero di espellerlo dal partito «per indegnità morale e politica». Fu anche sospeso dall’insegnamento, come previsto in simili casi.”
Episodi simili a quello raccontato da un cronista dell’epoca furono frequenti. Ma io mi chiedo, come mai Pier Paolo Pasolini, noto (anche alle forze dell’ordine e alla magistratura) molestatore di giovani e giovanissimi, spesso adolescenti, non fu mai veramente fermato e processato seriamente? Eppure Pasolini quando insegnava, incappò in reati sessuali con i suoi allievi. Reati non da poco. A giudicarli oggi sarebbe stato imprigionato e poi gettata la chiave in mare. Possibile che la notorietà possa portare ad una impunità così clamorosa? Invece lui tranquillo frequentatore della comunità culturale, continuava a sbandierare i suoi eccessi al bar e nei rarissimi salotti dove era invitato. Ma lui non fu mai uomo da salotto romano. Lui rivendicò sempre il diritto di essere un uomo di borgata… Insomma, per chi non lo avesse capito, io considero Pasolini un cattivo maestro a cui non arrogo il diritto di fare il moralista come invece fece sempre, con il Corriere della Sera, organo della borghesia milanese, orgoglioso di fare da megafono. La borghesia italiana che voleva autopunirsi per gli errori commessi, si lasciava insultare da un intellettuale perverso e deviato. Oppure per lui i reati sessuali non erano reati? E per PPP solo il sottoproletariato aveva diritto di vita. Ricordo che accusava con violenza Mario Schifano di essere un borghese perché figlio di un restauratore del Museo Etrusco. E il povero Mario Schifano, che subiva con estremo disagio questi attacchi di Pasolini, cercava di difendersi pavidamente affermando che lui veniva dalla borgata ed era un proletario. Insomma una gara di ipocrisia per chi poteva essere più borgataro e proletario. Ma sul piano dialettico con Mario, Pasolini la faceva da padrone. Sicuramente questo mio giudizio così negativo nei confronti di un monumento della cultura italiana irriterà molti. O forse il mio giudizio è minato dal ricordo di quella cena a casa dell’Editore Beniamino Carucci, che ho ritrovato più tardi come rabbino, sempre a Roma. Metamorfosi incredibile. Forse a causa di quella cena efferata con Pasolini, di cui però Beniamino, pur conoscendolo bene, era molto amico. Io invece all’epoca ignoravo il significato del politically correct.

 

A Roma entrano in scena Bonito Oliva, Pascali e Kounellis

Ma in quei mitici fine anni Sessanta stava entrando in scena un’altra Roma, senza gli Agnelli e senza la Ira Furstenberg, una Roma che non gridava, che non si concedeva gli eccessi di Schifano e Angeli, (forse qualche canna, ma non di più) e che invece stava lavorando sulle idee che avrebbero sconvolto il panorama dell’arte romano e italiano: anche se tutti erano riconoscenti a Schifano che aveva aperto a Roma il mercato dell’arte (che prima non esisteva), facendola diventare una capitale della cultura internazionale, come protagonista della vita artistica romana stava per essere messo in disparte. Restò comunque un inesauribile e super veloce produttore di opere, con guadagni da capogiro sino alla sua morte, riferimento di un collezionismo affaristico e talvolta anche criminale. I nuovi artisti in arrivo, giovani e belli, a parte Kounellis, avevano bandito dai loro studi la pittura, e il nuovo alle porte era in linea con le ricerche più propositive a Torino (Pistoletto, Merz, Zorio, Paolini, ecc.) Milano (Luciano Fabro) e in Europa (Joseph Beuys, Jan Dibbets, Daniel Buren). Perché stavano arrivando Pino Pascali, Jannis Kounellis, Eliseo Mattiacci, Mario Ceroli. E poco dopo, in punta di piedi ma pesante come un elefante, Achille Bonito Oliva. Insomma il panorama artistico romano e l’atmosfera erano cambiati.

Pino Pascali, un po’come Mario Schifano, era una vera forza della natura. Proveniente dalla Puglia, collaborava con la Rai per alcuni cartoni animati (e per questo si poteva permettere un ampio studio in via Boccea) ma avendo seguito il corso di scenografia con Toti Scialoja all’Accademia di Roma, era diventato un grande sperimentatore di materiali. Dal suo studio era scomparsa la pittura con cui aveva iniziato ad esprimersi per lasciar posto ad un’arte oggettuale con una componente fortemente scenografica, retaggio dei suoi studi e dei suoi lavori. Ma era un’arte forte, corrosiva, talvolta ironica e drammatica. Anche se io sarei tentato di inserirlo nella categoria degli scenografi. Ma il confine è labile, come anche tra design e arte.

La prima apparizione del nuovo Pino Pascali avviene curiosamente il 5 gennaio 1965 a Verona, presso la Galleria Ferrari, nella mostra La critica e la giovane pittura italiana, in cui Pino presenta Grande come un cucciolo, una specie di aspirapolvere animale, opera di cui però si sono perse le tracce. Pascali girava sempre con la inseparabile fidanzata Michelle, bellissima e ammirata ragazza francese, che tutti noi guardavamo con cupidigia e che ritroviamo spesso fotografata come protagonista delle opere tridimensionali di Pino. Michelle, dopo la morte di Pino avrà una breve storia sentimentale con Eliseo Mattiacci per diventare poi la compagna iconica di Jannis Kounellis con cui sarà legata sino alla scomparsa di Jannis avvenuta lo scorso anno. Compagna e collaboratrice, io credo.

Giuliano Briganti e Plinio De Martiis a Venezia, fotografia di Milton Gendel. Courtesy Giuliano Briganti.

Plinio de Martiis e il suicidio shock di sua moglie Ninì Pirandello

Ma a Roma stava per essere soppiantato anche il carisma di Plinio De Martiis dal più agguerriti Fabio Sargentini, giovane, bello, forte e ricco, con la sua Galleria L’Attico, ma anche dal metodico e riflessivo Gian Tomaso Liverani de La Salita, uomo colto e raffinato, conoscitore di lingue straniere, divenuto famoso per la prima mostra in assoluto con animali vivi e impagliati di Richard Serra (1966), che influenzò fortemente il panorama romano, in particolare gli artisti Jannis Kounellis e Gino De Dominicis. Si stava così chiudendo così quella stagione culturale e mondana del padre padrone dell’arte nuova, quel genialoide di Plinio De Martiis, che per quindici anni, con la sua galleria “La Tartaruga” aveva dominato la scena artistica romana. “La Tartaruga,” aperta nel 1953, in Via del Babuino, con sua moglie Ninì Pirandello (nipote del grande drammaturgo) in cui avevano esposto, primissimi in Europa, Mark Rothko, Willem De Kooning, Franz Kline, Sam Francis e Andy Warhol, Cy Twombly; mostre realizzate grazie alla loro amicizia con Leo Castelli. Il declino di Plinio fu anche accompagnato o determinato dalla sorte incredibile della moglie Ninì, che per il capodanno del 1970 diede una festa mitica, invitando tutta la Roma dell’arte e della cultura, pare circa 400 persone, con cui lei affettuosamente brindò e salutò a mezzanotte per poi subito gettarsi dalla sua finestra del quarto piano a Piazza del Popolo.
Questo episodio contribuì anche ad allontanare per un certo tempo Plinio De Martiis dalla galleria e dai suoi artisti, che aveva sempre gestito con metodi autocratici poi diventati insofferenti. Pur essendo un pessimo mercante, lui stesso lo riconosceva, perché troppo attaccato all’opera che entrava a far parte di una sua collezione ideale. Ricordo che un famoso collezionista di Milano, anche mio amico, Gianni Malabarba, mi diceva che con Plinio era difficilissimo trattare perché non voleva mai separarsi dalle sue opere. Pare che Plinio lo chiamasse al telefono offrendogli lavori particolari ma quando lui arrivava a Roma Plinio si negava ed entrava in crisi al momento di staccarsi dall’opera. Indubbiamente Plinio di natura era un guitto, e come tale si comportava anche in galleria: ottimo fotografo, era stato attore, organizzatore di spettacoli (mi raccontava delle fughe notturne esilaranti con la sua compagnia teatrale da certi alberghi di provincia per non dover pagare il conto): poi spinto da amici, in particolare Mafai, si era trovato a fare il mercante d’arte per loro. Ruolo che interpretò brillantemente per alcuni anni, perché Plinio era brillante, ironico, ottimo osservatore e con chi voleva lui, uomo di spirito. Anche se permaloso che più non si può. Vedeva nemici, avversari e spie dappertutto. Era sospettoso in modo irreversibile. Una volta, mentre c’era Marcel Duchamp in galleria, con Gianfranco Baruchello e altri, io mi permisi di sfogliare Art International che era sul tavolo ma lui, con gesto stizzoso e di fronte a tutti, compreso Duchamp che sorrideva come sempre, me lo tolse dalle mani e lo rimise sul tavolo. Gesto irrazionale di un uomo arrogante con gli sconosciuti. In seguito diventammo amici e quell’episodio fu dimenticato. Nel frattempo, dopo la morte della moglie, anche per uscire dall’incubo della tragedia, aprì un ristorante molto particolare ed ambizioso, con grandi prospettive secondo lui, il Privé, in società con Marcello Mastroianni e Ugo Tognazzi. Le prospettive erano buone e per un po’ il Privédivenne un luogo di culto, vicinissimo a Piazza del Popolo, ideale location per attori, produttori, aspiranti registi e attrici in cerca di gloria. Io alle sette del pomeriggio vi incontravo Gino De Dominicis, Vettor Pisani, Emilio Prini che immancabilmente si davano un silenzioso appuntamento per quell’ora in quel bar. Ed era curioso incontrarli perché ognuno girava le spalle all’altro, per non doversi guardare. E si parlavano attraverso il barman a cui chiedevano: puoi riferire all’imbecille alle mie spalle che sta dicendo solo cazzate. E di risposta: puoi spiegare al mio interlocutore che lui non è un vero artista? E così via, tra un insulto e l’altro, per buona parte della serata. Poi verso le 19 tutti si alzavano per recarsi altrove e prepararsi alla serata. “Fratelli coltelli” direi, ma anche indivisibili. A Roma non comunicavano con nessun altro. Ma tra loro volavano solo insulti. Invece Fabio Sargentini, sull’esempio delle nuove gallerie americane, per dare un addio definitivo alla pittura e dopo la mostra dei cavalli di Kounellis e dello Zodiaco di De Dominicis, allagò addirittura lo spazio che aveva ricavato in un garage di via Beccaria. Con tale intervento Sargentini aveva scelto l’en plein air oppure luoghi diversamente deputati: per le sue gite in barca con gli artisti sul Tevere, per le danze di Trisha Brown, per i concerti di La Monte Young.
Nel frattempo però a Roma era nata un’altra galleria, non di tendenza ma di buona qualità: l’Arco d’Alibert e poi Studio Mara Coccia. Dove nel marzo del 1968, su invito della stessa Mara Coccia ebbe luogo la mostra Il Percorso, con Anselmo, Boetti, Merz, Mondino, Nespolo, Paolini, Piacentino, Pistoletto e Zorio. Una mostra che non si può definire di Arte Povera ma molto vicina. E comunque rivelatrice delle diverse pulsioni nell’arte torinese di quel momento. Mi pare che in quell’occasione Michelangelo Pistoletto incontrò e conobbe Maria, assistente di Mara Coccia: incontro fatale che dura felicemente ancora oggi, con Maria moglie, guida, collaboratrice, ispiratrice del grande Michelangelo Pistoletto. Credo sia stato il più bell’incontro di Michelangelo in una galleria d’arte. Il contatto fruttuoso tra Roma e Torino era stabilito. Ma intanto in silenzio, annunciato dagli amici (es. Filiberto Menna), era arrivato a Roma il poeta visivo di Caggiano, provincia di Salerno, Achille Bonito Oliva.
Su cui ritorneremo. GP


Contributi

Alfredo Saino: c’è un figlio (o una figlia?) di Gino De Dominicis?

IL MISTERO DI UNA VITA SPEZZATA (parte prima)
Gent.mo Giancarlo,
dei misteri esistenti sull’artista GDD ne abbiamo scritto a lungo.
A cominciare dalla vita dell’uomo (tutto ineccepibile quello che scrivi sul tuo meraviglioso Amarcord 19). Istrionica, egocentrica, misteriosa, (ma anche assai romanzata e mitizzata) in cui emergeva comunque evidente una grande personalità, che spesso si divertiva a prendere in giro da grande “illusionista” quale era, chiunque. Ma soprattutto artista di grande capacità, intelligenza e strategia, che evitò di farsi imbrigliare dall’establishment dell’arte e dal mercato (anche se avido di denaro) e dalle mode artistiche (anche se subìte, vedi la Transavanguardia). Purtroppo anche per un “immortale potenziale” come lui, il 29 novembre 1998 è “incappato” nella “banalità” inevitabile della morte. Ma questo, soltanto grazie ad un colpo di teatro ad effetto, orchestrato e voluto, di cui è stato regista assoluto ed un unico interprete (esiste un documento su tali volontà).
Ed è da quel momento che, a differenza di numerosi altri artisti in cui con la morte avviene la consacrazione (non tutti), purtroppo con GDD inizia l’oblio del più grande artista italiano del XX secolo a soli cinquantuno anni. I motivi ? Il motivo principale che ha determinato la vera morte di GDD, per dirlo chiaramente tra opere originali e falsi (quali?) è stata la fallimentare teoria ad effetto, messa in atto dallo stesso artista. Un boomerang non preventivato. Ossia la volontà di non pubblicare in vita, cataloghi che ufficializzassero strada facendo il suo lavoro e di riflesso, non riconoscere allo strumento della fotografia l’occasione di documentare e rendere nota a tutti, l’opera originale che usciva dallo studio dell’artista (anche se spesso sotto banco). L’evento infausto più evidente su quanto richiamato già a morte avvenuta, accadde nel 2011.
Quando con la mostra alla Ca d’Oro a Venezia curata dal Prof. Vittorio Sgarbi su opere della collezione Koelliker, con la denuncia messa in atto da Italo Tomassoni sulla presenza in mostra di opere dubbie, determinò prima lo stallo dell’Associazione GDD poi l’istituzione di ben due distinti e contrapposti Archivi GDD. L’archivio GDD/Foligno, con Presidente l’unica erede dell’artista (cugina) Sig.ra Paola Damiani, e Vice Presidente Avv. Italo Tomassoni, che forte del diritto d’autore ereditario per legge, ha iniziato a tutelare a suo modo l’opera di GDD, impedendo a chiunque se non autorizzato e controllato dalla stessa Fondazione, ha lavorare sull’opera del nostro.
E la Fondazione GDD/Roma, Presidente Prof. Vittorio Sgarbi e Vice Presidente la Dott.ssa Marta Massaioli che, grazie alla teoria secondo cui, un eminente professore riconosciuto ed autorevole può legittimamente studiare un autore e la sua opera, ha di fatto iniziato ha produrre liberamente autentiche expertise sull’opera dell’artista.

IL MISTERO DELLE OPERE SCOMPARSE (parte seconda)
Con la pubblicazione via internet nel 2014 de “Il caso De Dominicis: Come venne scoperta un’enigmatica doppia vita” a cura del Prof. Duccio Trombadori, viene alla luce l’esistenza di un testamento più lascito olografo dell’artista (periziato dallo Studio Sarti di Roma).
Come si evince agli atti, la beneficiaria risulta essere tale Marta Massaioli (attualmente Vice Presidente della Fondazione GDD/Roma). Su quanto riportato nel testamento (20.01.1998) l’artista oltre a dare precise indicazioni sull’istituzione di una Fondazione a suo nome (cosa che avviene nel 2012 visto disposizioni), con il lascito (26.11.1998) esso va a costituire un regesto puntuale di ben 120 opere (ma sono di più) con cui la beneficiaria avrebbe dovuto istituire tale istituto. A questo punto le domande ed incognite che emergono sono diverse. Come è noto l’artista in vita era assai avaro nel donare a chiunque i sui lavori, ma evidentemente nel caso del testamento lascito ciò non avvenne. Per quale motivo ? Solo l’esistenza di una legittima relazione segreta o c’è dell’altro?
Forse l’esistenza di un figlio segreto, che determinò tale importante inversione di pensiero, in concomitanza dell’avvento di una malattia improvvisa del nostro? Ma al di là di qualsivoglia ininfluente gossip che non ci interessa se non per tradurre l’anomalia, per quale motivo la Massaioli a seguito della dipartita dell’artista non deposita a breve il testamento ed il lascito presso un notaio, legalizzando ed ufficializzando legittimamente quanto in esso riportato?
Tutelandosi così, rispetto all’unica erede la cugina dell’artista tale Paola Damiani? Deposito che ha quanto mi risulta di sapere non è mai avvenuto! O che sia tutta una montatura o un depistaggio per fini illeciti? E se, come credo così non fosse, e qui sta il cuore del problema, che fine ha fatto il corpo originario delle opere elencate (spesso repliche di altrettante opere famose ormai disperse in collezioni private) e che avrebbero dovuto costituire il fulcro espositivo del museo Fondazione GDD secondo la volontà dell’artista? Ed infine, che ruolo attualmente sta svolgendo appunto la Fondazione GDD/Roma, Sgarbi/Massaioli nella tutela dell’opera dell’artista, dal momento che ad oggi il mercato “mal digerisce” le opere periziate da tale istituto?
Problemi di trasparenza ed affidabilità ? Ora unicamente a titolo di esempio, faccio presente che sono in possesso di un’archiviazione ufficiale della Fondazione GDD/Roma a firma originale Sgarbi/Massaioli di un manifesto mortuario di GDD (per intenderci quello esposto all’Attico da Sargentini nel 1969) ma nella stampa iconicamente difforme rispetto a quello “ufficiale”. Solo un equivoco o c’è dell’altro? Si veda inoltre che ad oggi nulla è stato pubblicato, relativo al catalogo alternativo che tale Fondazione si poneva in essere di realizzare, rispetto quello ben noto del Tomassoni (purtroppo non sempre puntuale) ma che rimane comunque nel bene come nel male, l’unico riferimento sull’opera dell’artista. Mi fermo qui per ora.
Ma è proprio vero: quando si muore, si muore soli e le iene iniziano a mangiare!!!
Mentre l’immortalità, risulta essere soltanto una anonima panca di marmo nera, vuota senza neanche un fiore, mentre la croce Gino non l’avrebbe voluta!
Grazie Giancarlo per lo spazio concesso, e complimenti per il tuo ricordo emozionanti su GDD, il tuo Amarcord più bello.
Ti aspetto al Conero. Alfredo Saino

Caro Alfredo, la tua ipotesi di un figlio o di una figlia di Gino De Dominicis che legittimi un lascito così corposo è affascinante, e io la sposo. Perché ormai nessuno come te conosce GDD, i suoi vizi e le sue virtù. E le tue documentazioni, unitamente alle tue riflessioni, sembrano inoppugnabili. Grazie. Ma ormai il destino di GDD, gestito da persone incapaci, è segnato. Chissà se il tempo e la storia riusciranno a fare giustizia.

Giacinto Di Pietrantonio: ancora su De Dominicis
Caro Giancarlo,
grazie per i tuoi bellissimi Amarcord che molti rivivo anch’io e a cui vorrei aggiungere qualcosa.
La casa dove abita Paladino a Roma non è la stessa di Fabio Mauri che ne è proprietario, Paladino è invece in affitto in un appartamento che da si su piazza Navona, ma più avanti e di proprietà di un Ordine spagnolo, detta casa era occupata precedentemente da Indro Montanelli.
Relativamente alle battute di Gino De Dominicis, oltre a quella del cubo invisibile, acquistato dal collezionista di cui parli, Getulio Alviani, amico di detto collezionista, nonché nostro, raccontava che detto collezionista voleva acquistare da De Dominicis anche L’uomo invisibile, ma che dopo aver trattato e concordato il prezzo e le condizioni di conservazione, prestito espositivo per cui il trasporto anche qui doveva avvenire tramite un grosso camion che avrebbe dovuto trasportare tale opera, il collezionista rimase deluso quando qualche settimana dopo Gino gli telefonò, dicendogli che non gli avrebbe venduta più l’opera, perché nel frattempo L’uomo invisibile, venuto a conoscenza della nuova destinazione, si rifiutava di lasciare Roma per una piccola città di provincia. Alla storia con Paul Maenz aggiungo un ricordo di come andò la cosa. Dopo mesi e mesi di trattative, in cui tu facevi da tramite, Gino si decise a ricevere Maenz. Quando questi fu in studio gli disse, con la sua solita nonchalance, che avrebbe fatta la mostra, ma che gli davano fastidio le colonne e che quindi le doveva togliere. Ma se avesse tolte le colonne galleria e intero palazzo sarebbero crollati, al che Paul Maenz, frequentatore dell’Italia, degli artisti italiani e delle loro stranezze, ti guardò con una faccia perplessa, non capendo il perché l’aveva fatto andare da Colonia a Roma se aveva quelle intenzioni e non se ne fece più nulla. Un caro saluto

Grazie Giacinto per questo tuo bel contributo che una volta di più, ci introduce alla bizzarria esibizionista di Gino DD. Ma ciò che è meraviglioso, nel suo caso, il collezionista o gallerista, che soggiace ai desideri talvolta vessatori e paradossali degli artisti. In quale altro campo bizzarrie del genere sarebbero accettate?

Apollonia
Continuo a leggere i tuoi Amarcord con interesse, anche se a volte non condivido alcune tue affermazioni-riflessioni….Sovente affermi che per un pittore è molto gratificante vendere le proprie opere al farmacista, al notaio al macellaio di paese, senza ambire ad altro. Bisogna distinguere tra pittori dilettanti, improvvisatori di genere, ARTISTI….A mio avviso esistono Artisti autentici, che creano opere molto più valide di tanti altri pseudo-artisti che posseggono i mezzi economici e le giuste conoscenze per affermarsi nel mondo dell’arte, mentre chi realizza davvero opere d’arte e non possiede i mezzi e nemmeno le giuste conoscenze è destinato a rimanere nel buio. Ricordo, credo fosse l’anno 1999, pubblicasti una mia lettera su Flash Art, nella tua rubrica lettere al direttore, in cui ti chiedevo se: Essere giovani belli e ricchi aiuta nell’arte? Mi riallaccio a quello che hai scritto su Fabio Mauri, a proposito dell’essere un artista ricco quasi dovesse vergognarsene…sai come la penso? Se sei un Artista verace e sei anche ricco, tanto meglio. Anche se oggi c’è una autentica babele e lo svuotamento dell’opera, in nome dell’arte contemporanea si legittimano nefandezze e ciarpame! E poi ci sono mostre ovunque e comunque che nessuno o pochi interessati fruitori frequentano di rado. Le mostre sono di merda e fanno bene solo a chi le fa. Federico Zeri. Questo è quanto sosteneva il grande Zeri, scienziato avvertito e conoscitore autentico del mondo dell’arte e dei tanti compromessi! A proposito, perché non scrivi di lui? Credo che nei tuoi mirabolanti viaggi tu l’abbia incontrato.  Apollonia

Quando un artista dilettante si crede un professionista
Cara Apollonia,
mi spiace deluderti ma ritengo Federico Zeri un intruso (come Vittorio Sgarbi) nell’arte contemporanea. E non sono in grado di giudicare il suo valore di storico dell’arte. Faccio un altro mestiere. Ma per principio sono sospettoso di tutti gli storici dell’arte che si introducono nell’arte contemporanea. Hanno fatto solo danni: a cominciare da Venturi, Ragghianti, Brandi, Longhi, Argan, Calvesi. Per non parlare di Zeri i cui disastri sono ancora da conteggiare …. Studiosi dell’arte antica che hanno cercato di applicare gli stessi parametri per l’arte contemporanea. Un flop generale. Bassa o alta letteratura applicata all’opera d’arte (Argan su Vedova, Brandi su Burri, ecc.). Non è un caso che i critici di arte contemporanea più attendibili siano gli anglosassoni (senza passato) e in Italia Germano Celant, di formazione anglosassone e studioso solo di arte contemporanea. Purtroppo cara Apollonia tu hai frainteso ciò che io scrivo o penso. Io ritengo che i pittori dilettanti (di cui credo tu faccia felicemente parte), proprio perché dipingono per diletto, siano le persone più sincere e serene del mondo dell’arte. Non cercano altro che realizzare al meglio una loro opera. L’ambiguità, la strategia (necessaria), l’arrivismo, la lotta per esistere, la tenacia di persistere, il pugnalare il collega alle spalle, iniziano quando si vuol diventare professionisti, cioè avere visibilità e successo. Cioè voler partecipare alle grandi mostre, voler esporre con le grandi gallerie, pensare di meritare i grandi musei. E ciò che tu pensi, sulla ricchezza degli artisti, sulla loro veracità, cara Apollonia, è un tuo diritto. A volte però bisognerebbe confrontare le nostre aspirazioni e le nostre idee con la realtà. Quando parlavo di Fabio Mauri e Gianfranco Baruchello mi riferivo alla fine degli anni ’50, mentre i giovani ricchi e belli americani, appartenevano agli anni 2000. Una bella differenza tra la Roma di quei tempi e la New York di oggi. Ma anche in questo caso non parlavo di ricchezza alla Rothschild, Agnelli, Ford. Con quei nomi in arte non si va da nessuna parte, te lo assicuro. I miei giovani ricchi e belli erano figli di avvocati, manager, piccoli imprenditori, impiegati benestanti. Ragazzi che non avevano sofferto la fame. Per il resto ti lascio tutte le tue convinzioni, che io ritengo molto obsolete e lontane dalla realtà, se queste possono aiutarti ad avere un po’ di autostima e di serenità.

Vaclav Pisvejc 
Ho spaccato una tela sulla testa di Abramovic, pensi che ho fatto bena per l’arte contemporanea? Era un ritratto di Abramovic con il taglio di Lucio Fontana, normalmente glielo avrei fatto solo vedere e fare una foto con lei ma nel suo caso mi sembrava troppo banale, allora da qui è nata la idea di fare la performance. Vaclav Pisvejc

Hai fatto bene a colpire Marina Abramovic

Caro Vaclav Pisvejc, so bene che non sei l’autore del gesto descritto e che ti nascondi sotto una appropriazione. Insomma tu sei quel che oggi si direbbe una fake news. Ma ti rispondo come se tu fossi l’autore del gesto. Hai fatto bene a rompere la tela sulla testa di Marina. Forse le servirà a rimettere i piedi sulla terra. Il suo percorso di autoesaltazione è stato rapido e dirompente. La Marina Abramovic che io ho conosciuto e portato in Italia per esporre la prima volta, non era così. O almeno non sembrava fosse così. Ma si sa, il successo può dare alla testa. E mi piace che tu sia riuscito a colpirla (senza ferirla) con il suo ritratto. Un magnifico esempio di legge del contrappasso. Una performance la tua? Si, certo, come tutte le azioni che vogliono raggiungere un risultato. Ma non parliamo di arte, per favore.

Simone Cipriani
Che gioia leggerti Giancarlo! Grazie mille
Simone

Grazie a te Simone, uomo coraggioso che sta dedicando la sua vita al miglioramento delle condizioni dei bambini e adulti in Africa. A te il mio plauso e la mia riconoscenza.

Mauro Corbani
Caro Giancarlo…  trovo straordinario e raro poter conoscere dettagli di vita intima/identitaria e professionale di alcuni di questi noti personaggi… così come li descrivi te! Normalmente non compaiono in questa maniera schietta su cataloghi e monografie. Vissuto che poi si traduce/plasma nella loro creatività, tipo: la “gentil passerina” e la golosità per Essa di/per  L. Fontana, quell’identità “scomoda per allora” del grande Carandente, i  “viaggi diversi” di Schifano… su-su fino a questo 19° racconto che incanta su Gino De Dominicis…le balconate spione, le fughe, le ossessioni e le invidie prima… e il boss a suon di dollaroni & Cynar dopo… sicuro Giancarlo che un futuribile libro basti?…Ne  mancherebbero altri di storici personaggi del nostro mondo dell’arte moderna e contemporanea, penso intensamente alla carismatica figura di Lucio Amelio (lo hai conosciuto?)  che sdoganò con indiscusso successo  in Italia gli artisti americani: A. Warhol, R. Rauschenberg, D. Baechler, P. Taaffe, K. Haring, J. M. Basquiat, J. Brown…oltre agli artisti della Transavanguardia “inventati” da  Achille Bonito Oliva, altro pezzo da 90 che vorremmo veder-raccontare su queste tue godibili pagine. Senza dimenticare i galleristi come Emilio Mazzoli ed Enzo Cannaviello (che ad Amelio deve parecchio). Grazie, ti seguo sempre con piacere!

Il vero Lucio Amelio

Caro Mauro,
non sempre la ciambella esce con il buco. Ci sono personaggi che non “sento”. Con alcuni ho avuto frequentazioni solo professionali e talvolta fugaci. Lucio Amelio l’ho conosciuto bene invece. Una volta l’ho menato ad una fiera di Berlino e la polizia mi rincorse per tutta la città. Dal suo stand era sparito un animale (forse un uccello esotico, mi pare un pappagallo impagliato) parte di una installazione di Vettor Pisani. E lui (con cui avevo avuto qualche alterco precedentemente) andava in giro dicendo che per il furto sospettava di me (potevo farne di un pappagallo in giro per Berlino?). Lo affrontai, lui alto e magro ma un po’ basculante, con due schiaffi (ora non riuscirei) l’ho sbattuto per terra. A quei tempi era costume, per le piccole cose, sbrigarsela da soli. Lui che parlava il tedesco e sempre pronto a sceneggiate incredibili ovunque e con chiunque, anzi ché cercare di ridarmele, incominciò a gracchiare aiuto, intervenne subito la polizia che poco dopo mi cercava per tutta la fiera. Io riuscii ad eclissarmi e a sfuggire ai cani poliziotto al guinzaglio di due accigliati poliziotti. Poi con il tempo entrambi dimenticammo l’accaduto. Ma Lucio Amelio non mi è mai piaciuto. Mai. Lo ricordo alla Fiera di Basilea che la faceva da padrone per questo suo tedesco che pare parlasse bene; si sbracciava platealmente gridando come fosse a casa sua, dando disposizioni ai suoi, sparlava di tutti i suoi colleghi e degli artisti con cui non lavorava. Si vantava a voce alta, di aver stuprato un suo giovane e aitante assistente di galleria americano, aspirante attore. Per la stessa ragione, che ho raccontato più sopra, ho sempre detestato Pier Paolo Pasolini che pubblicamente si vantava di stupri sui ragazzi. Ritengo che lo stupro sia un atto criminale come pochi, anche se commesso da artisti maledetti e geniali. Quali i meriti di Lucio Amelio? Avere inventato Terrae Motus per poi tenersi, credo attraverso una Fondazione, tutte le opere. Quelle opere non dovevano servire a finanziare, anche se in piccola parte, la ricostruzione di Napoli? Gli artisti che lui ha portato in galleria? Erano tutti sulla cresta dell’onda, nessun rischio e alla portata di tutti. Bastava un po’ di informazione internazionale. E all’epoca c’era poca concorrenza. Poi le sue sceneggiate napoletane facevano il resto. Lui ha avuto un lungo sodalizio con Joseph Beuys. A lui mi aveva descritto come un fascista e finanziato dalla Cia. Poi mi sono spiegato con Beuys e lui si è messo a ridere, sapendo bene che ero un povero ragazzo che tirava avanti alla giornata. E incominciando a conoscere Lucio Amelio, le sue sparate, le sue reazioni smodate. Dunque te lo lascio tutto il mitico Lucio Amelio, bravissima macchietta napoletana con la Lina Wertmuller. Per il resto chiedi agli artisti che hanno esposto con lui.

Federica Murgia
Era proprio nelle carceri di Castiadas per le mostre organizzate da Mauro Cossu, io ero con Lidia la gallerista della Bacheca.
Cordiali saluti
Federica

Allora certamente ci siamo incontrati nelle carceri di Castiadas. Fu un momento magico. Peccato tutto sulle spalle del povero Mauro Cossu che credo in quell’occasione si dissanguò. Con un po’ di attenzione da parte degli Enti Pubblici, sarebbe potuto diventare un appuntamento nazionale incredibile. Poetico e drammatico. Purtroppo questa è la condizione della vita culturale in Italia. Anche le cose più belle e propositive e poco costose vengono oscurate.

Sebastiano dell’Arte. Galleria Six
Caro Giancarlo
Complimenti per aver ricordato  Antonio Dias
Un saluto

Piero Fantastichini
Caro Giancarlo, ho conosciuto Gino nel mio studio alla Piramide, facevamo feste. ora non le faccio più. Che dirti belle le cose che scrivi ho sognato un po’ grazie. Piero

Lino Polegato
Grazie per questi preziosi testimoni (che svelano, magari piu che gli altri, la vera identita di Gino DD) E certo che non posso piu adesso trovarmi in italia, piu che altro ad Venezia nel ambito Biennale senza chiedere al barman del caffe Paradiso un Cynar in omaggio a GDD. A rivedersi un giorno…

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