GIUBBETTI GIALLI E FORCONI

Un parere
GIUBBETTI GIALLI E FORCONI

C’è un filo sottile che unisce la maggior parte dei commenti di “sinistra” a questo tipo di manifestazioni.

Questo filo, sottinteso o declinato in vari modi, ha come elemento conduttore la condanna senza appello della scarsa ricettività dei cervelli.

Sorvolo su chi s’infiamma ad ogni tipo di ribellismo considerandolo comunque produttivo e mi soffermo, invece, sull’incapacità cronica di quella che si definisce sinistra comunista, ad esercitare una sia pur minima analisi sulle ragioni del fenomeno.

Per comodità prendo a riferimento il sessantotto, il ruolo della ribellione giovanile e quello sviluppato dal PCI, impegnato già da vent’anni ad illudere i lavoratori con le elezioni gestite dalla borghesia.

Sintetizzando, il sessantotto fu una ribellione più o meno spontanea del mondo giovanile, in particolare studentesco, al carattere assunto dalla società dopo la seconda guerra mondiale.
La sua caratterizzazione di sinistra era nelle cose, cioè nell’influenza esercitata dal movimento partigiano, nel dibattito in corso nel movimento comunista internazionale, nella compromissione, allora ancora chiara, del padronato con il fascismo e la guerra che ne era derivata.

Inoltre, i movimenti di liberazione presenti in ogni parte del mondo, con la loro influenza contribuivano a delineare un mondo che poteva essere cambiato.

Sorvolo su tutte le contraddizioni che all’epoca apparivano marginali, ma contribuirono non poco al riflusso successivo.
Credo sia importante, invece, per comprendere i processi che hanno condotto alla situazione attuale, analizzare il ruolo del PCI dell’epoca.

Il sessantotto mancò completamente dell’apporto, per quanto certamente contraddittorio, che poteva essere dato dal lavoro d’orientamento del PCI. Se influenza ci fu, fu, al contrario, quella del movimento sui settori allora controllati variamente dal PCI.
L’autunno caldo, con il terremoto sindacale che lo rese possibile, è stato il prodotto di quest’influenza subita, come si dimostrò negli anni successivi con lo stridore della china apertamente collaborazionista assunta dalla CGIL di Luciano Lama.

Erano gli anni in cui il servizio d’ordine del PCI e del sindacato arginavano la rabbia giovanile respingendo a priori, in toto, tutto quello che di positivo dal punto di vista anticapitalista vi era contenuto.

Anche l’assenza totale di ogni confronto dialettico fra movimento e PCI, fu alla base della lotta armata.

Il PCI, sempre più proiettato alla realizzazione dell’unità con i partiti della borghesia per la gestione dello Stato, si comportò, verso quella che doveva essere considerata una fuga in avanti senza la benché minima possibilità di successo, esattamente come si comportarono i partiti d’emanazione capitalistica.

Fu uno dei momenti in cui il partito dei lavoratori perse la maschera comunista per assumere apertamente quella del custode del sistema borghese.
Quel che seguì, compreso il suo scioglimento e la pretesa ricostruzione chiamata Rifondazione, non fu che la logica continuazione, nelle condizioni date, di un progetto che per molto tempo era stato definito “via italiana al socialismo”.

Ciò che mancava, allora come oggi, è la capacità d’uscire da forme fideistiche variamente delineate, per trarre dall’esperienza comunista ciò che serve per dare una prospettiva reale alla gente.
I giubbetti gialli francesi, così come i forconi italiani hanno in comune due cose. La prima è un naturale spirito ribelle dei lavoratori alle scelte capitalistiche e la seconda, il fatto che i promotori dei movimenti dirottano la ribellione verso obiettivi compatibili con la borghesia e appaganti verso sé stessi. A ciò non sfugge il M5S divenuto importante in gran parte per l’inconsapevole disperazione di molti ribelli istintivi.

La stessa questione dell’antifascismo, intesa come lotta ad una delle forme istituzionali dello Stato borghese, si è smarrita, annacquata con posizioni di volta in volta condivisibili dagli stessi custodi dell’ortodossia capitalistica.
Le imprecazioni al boccalonismo popolare e all’assenza della “sinistra” nel determinare queste ribellioni, non potranno mai sostituire l’assenza della prospettiva comunista.
Se cerchiamo un colpevole per questo stato di cose dobbiamo prima di tutto guardare a noi stessi e smetterla di frignare perché gli “altri” non capiscono niente.

Chissà, forse in questo modo la società socialista potrebbe diventare idea praticabile anche per quelli che oggi guardiamo con sufficienza.

Se poi il problema si riduce alla ricerca spasmodica di qualche posticino al sole istituzionale, basta dirlo onestamente, almeno evitiamo di dire cazzate fingendo di crederci.

G Angelo Billia

 

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