Intervista a Giulia Casula

Sono con l’amica e collega Luisa Corda nello spazio Mezzopiano, nel mezzopiano dell’ex Liceo Artistico di piazza Dettori, per incontrare Giulia Casula (Cagliari, 1977) e parlare dei suoi ultimi progetti, tra cui Disarmante, del collettivo Funivie Veloci, che inizia venerdì prossimo, 23 giugno, e di quelli che coinvolgono lo spazio in cui ci troviamo.

Mezzopiano è un luogo ma anche un progetto?

Mezzopiano è uno spazio nato nel novembre 2016 come spazio/atelier d’artista.

Insieme a Federico Carta abbiamo raccolto l’invito dell’associazione Efys, che si occupa di politiche culturali nel quartiere della Marina, a collaborare alla trasformazione di questi spazi in luoghi di scambio e condivisione. Mezzopiano è un luogo informale dove sperimentare e realizzare progetti, che coinvolgono giovani artisti locali e internazionali, seguendo la linea degli artist run space europei, ovvero luoghi gestiti da artisti che ci lavorano e interagiscono con il territorio e la città. L’idea è quella di creare anche un programma di scambio e residenze per artisti internazionali.

Mezzopiano, studio visit di Alberto Marci per :iniziofine (foto di Ilaria Medda)

Nel marzo 2017 si è unita anche Veronica Paretta e con la mostra :iniziofine. Insieme ad Alberto Marci e Roberto Ciredz, abbiamo ribadito la precarietà di questo luogo, in quanto il suo inizio poteva coincidere con la stessa fine…

Mezzopiano, allestimento :iniziofine (foto Ilaria Medda)

Luisa: collettivo è una parola che resiste ancora

Sì, secondo me, la parola collettivo indica condivisione di intenti e nel nostro caso l’intento comune è stato quello di creare uno spazio di comunicazione tra noi e la città.

Luisa: c’è osmosi fra di voi, circolazione, e non rivalità

E’ più stimolante condividere le idee, a me piaceva l’ambiente dell’Accademia (di Belle Arti di Bologna, dove Giulia si è diplomata con Concetto Pozzati, N.d.R.dove era facile trovare occasione di confronto tra colleghi. Qui a Mezzopiano abbiamo iniziato con un progetto di mostra di tre artisti, Casula, Carta, Paretta, che poi sono diventati cinque, con l’arrivo di Alberto Marci e Ciredz. Ognuno di noi ha una sua ricerca artistica differente e allo stesso tempo molti punti comuni.

workingprogress :iniziofine (foto Ilaria Medda)

Ilaria Medda ci ha fatto da curatrice ed è stato un progetto molto felice perché ognuno di noi ha dato il suo, come specificità. Per :iniziofine abbiamo deciso di realizzare un cofanetto che raccogliesse una stampa di ognuno di noi in una tiratura di dieci, come traccia della nostra collaborazione. Questo grazie ad Alberto Marci che ha messo a disposizione del collettivo tutto il materiale necessario per la produzione come torchio e telai serigrafici.

Lo spazio di Mezzopiano si è aperto al pubblico per la prima volta in Gennaio, con una studio visit di Luca De Melis, un fotografo e artista che vive da 5 anni tra Singapore e Cina, e che ha presentato alcuni progetti e video, realizzati durante questo periodo.

 

Mezzopiano si sta costruendo un’identità, vuole essere una fucina di idee, un luogo di scambio e produzione di bellezza, effimero e precario.

Dopo :iniziofine c’è stata la presentazione del catalogo di Pastorello e Salvatore Ligios a cura di Sonia Borsato.  Abbiamo deciso su due piedi di esporre anche i lavori, senza tempi lunghi di programmazione. Avevamo appena disallestito una mostra e Salvatore Ligios stava portando a Cagliari sette dei quattordici pezzi che compongono il progetto a quattro mani, suo e di Pastorello, così abbiamo intuito che poteva andare bene per fare una mostra spot e l’abbiamo fatta.

Subito dopo c’è stata la mostra dei collages di Chiara Caredda, una fotografa che collabora con il teatro e con il manifesto sardo e che ha pensato a noi per esporre i suoi ultimi progetti. Gli artisti scelgono questo posto per proporre progetti inediti e sperimentare.

Per i prossimi mesi stiamo creando la possibilità di ospitare in residenza artisti che vivono fuori dalla Sardegna e creare così nuove occasioni di scambio. Ci piace il confronto che può essere solo ricchezza, uno spazio di crescita. Il periodo dell’accademia a Bologna è stato qualcosa di irripetibile e riuscire a ricreare un’atmosfera simile qui a Cagliari, mi sembra molto importante. Sarebbe fantastico si fosse realmente istituita a Cagliari,  già da tempo, una vera Accademia di Belle Arti e che il Liceo Artistico Foiso Fois tornasse agli albori e alle glorie del periodo intorno al ’77, quando il direttore della Galleria d’Arte Moderna era ancora Ugo Ugo e in città c’era gran fermento, vivacità culturale, enorme sinergia e scambio tra questi luoghi e comunicazione e aggiornamento continuo con la scena artistica internazionale.

Che a Cagliari manchi l’Accademia di Belle Arti e che il Liceo Artistico sia bistrattato dai continui cambi di sede è un fatto molto grave, perché, quando mancano dei poli di aggregazione culturale, si priva la città di stimoli, di un cuore pulsante, vivo. Sembra un’operazione deliberata. Già che in Germania mi hanno raccontato che la minaccia dei genitori ai figli ribelli era “Ti mando alla Bauhaus”, che era considerata alla stregua di un manicomio. Che manicomio però.

Dopo il periodo vissuto a Bologna, sono rientrata in Sardegna nel 2011 a Nuoro, dove ho lavorato al Museo MAN, con Cristiana Collu, un’esperienza di crescita professionale molto importante. Mi sono occupata di didattica intesa come scambio, progetto partecipativo, relazione con il territorio e il paesaggio.

Nel 2013 sono rientrata a Cagliari e sono stata invitata a partecipare alla mostra Geografie della memoria (Cittadella dei Musei, 2013), in occasione dei settanta anni dai bombardamenti della città.

In questa occasione ho realizzato EXTRALANDSCAPE, un intervento urbano site specific, diffuso per la città. Ho individuato dieci punti della città che mi interessavano sia dal punto di vista della memoria collettiva che come memoria personale e li ho evidenziati installando in ognuno di questi punti una barretta di ottone. Il lavoro è iniziato raccogliendo una serie di oggetti di ottone di mia nonna e di altre persone, che ho fatto fondere in una unica lastra. La lastra di ottone è stata divisa in dieci barrette di 30 cm e diametro di 8 mm, queste dimensioni tenevano conto del minimo spessore possibile rispetto ai macchinari a disposizione. I dieci elementi sono stati installati a livello pedonale sui marciapiedi cittadini nei pressi dei dieci luoghi che avevano un legame con i bombardamenti (la stazione ferroviaria, il Bastione, la Chiesa di San Domenico, casa di mia nonna), come se fossero un percorso per ciechi, da evidenziare. La scelta del materiale, l’ottone, parte dalla suggestione storica che tutti i metalli compresi effetti personali e privati durante la guerra venivano sequestrati e fusi per fabbricare armi o rifornire l’industria bellica.

Extralandescape, intervento urbano, 2013 (foto di Giulia Casula)

Inserite negli interstizi dei marciapiedi, queste barrette indicavano gli edifici bombardati, in modo silenzioso. Il lavoro era necessariamente supportato da una mappa cartacea in cui erano evidenziati i luoghi in cui era stata posizionata la barretta.

Extralandescape, 2013 (foto di Giulia Casula)

 Luisa: Ci parli invece del tuo ultimo lavoro?

L’ultimo mio lavoro riguarda una mappatura della Sardegna che sarà presentato durante la rassegna di arte contemporanea Disarmante che si svolgerà a Cagliari, in diversi luoghi, il 23 -24-25 Giugno prossimi.
L’evento è organizzato da Funivie veloci, un collettivo informale e fluido, costituito da un nucleo di persone che può variare di volta in volta, che si radunano per progettare mostre in spazi informali e non consueti. Disarmante raccoglie lavori sui temi del disarmo, della smilitarizzazione dei territori e della migrazione, temi urgentissimi e attuali. Abbiamo chiesto ospitalità a diversi spazi, comprese piazze pubbliche, luoghi di coworking e spazi informali come La Ciclofficina Sella del diavolo, evidenziando anche la mancanza di disponibilità di luoghi di partecipazione e la necessità di rivivere gli spazi pubblici, le strade e le piazze come luoghi di circolazione di idee.

Il progetto che presento è quello di una guida della Sardegna senza omissioni. E’ un’operazione di raccolta e presentazione di una serie di guide ufficiali della Sardegna, anche di diverse epoche, comprese le mappe militari, che evidenziano come ci siano aree militarizzate vastissime. Questo aspetto non viene mai presentato ai visitatori che vengono sull’isola. La Sardegna ha un territorio molto sfruttato, soprattutto con le basi e le esercitazioni militari, che lo intaccano in maniera indelebile. Questa guida è una sorta di archivio delle guide ufficiali, con allegati e mappe dei luoghi invalicabili perché militarizzati.

L’evidenza di questa disfunzione è che siamo anestetizzati, abituati all’inaccessibilità e personalmente ne ho avuto più coscienza vivendo fuori dall’isola tanti anni e poi rientrando. La Sardegna è il luogo più militarizzato d’Italia.

Mi parli di The Voices of Venice?

The voices of Venice nasce nel 2010 durante una residenza a Venezia. La residenza principale era a Belgrado ed era collegata a quella sul territorio italiano. Il 2010 era l’ultimo anno in cui la Serbia aveva i confini chiusi, gli artisti serbi non potevano uscire liberamente dal loro paese. Attraverso la connessione con una città italiana, Venezia appunto, gli artisti serbi sono stati invitati dall’Accademia di Venezia, durante la Biennale.

The voice of Venice, cartolina 10×15 cm (foto Giulia Casula)

Ho ragionato ancora una volta sul paesaggio. Si dice che Venezia è una città che sta scomparendo, è un luogo consumato e molto sfruttato e allo stesso tempo si rinnova continuamente grazie alla sua vivacità culturale. Ho pensato per me non era possibile restituirne una immagine inedita e ho riflettuto sull’aspetto effimero sul suono della città. Ho passeggiato per i vicoli, fuori dai soliti percorsi, e ho raccolto i suoni e le voci in diversi momenti del giorno e della notte. Il paesaggio sonoro è effimero ma si espande nel tempo. Ho raccolto diverse cartoline di Venezia e ho sovrapposto le voci fissandole sopra l’immagine trasformando il testo in grafica ridisegnano e in parte cancellando il paesaggio. Il lavoro è in progress.

Giulia tu hai insegnato al Liceo Artistico “Foiso Fois” Discipline pittoriche e grafiche, ti sei trovata nel mezzo delle proteste per una sede definitiva, unica e non periferica.

Mi sono trovata molto bene con i ragazzi, ho usato un metodo dialogico, tutto quello che vedevamo era un punto di partenza per discutere su temi e argomenti contemporanei e evidenziare nuovi punti di vista e intuizioni personali. Siamo partiti da tematiche classiche come il ritratto, dagli albori fino alle avanguardie del secondo novecento. Abbiamo cercato di ragionare insieme sul disegno, sulla possibilità di usare la mano senza accademismi. Abbiamo sperimentato tecniche di osservazione e percezione come ritrarsi senza guardare il foglio, senza preoccuparci di fare bene, concentrandoci sul guardare e capire qual è la relazione tra ciò che guardi e te stesso, a entrare in relazione con l’opera o l’oggetto. Il mio obbiettivo è stato quello di facilitare il percorso di ogni studente sollevandoli da paure, tabù o preconcetti e di concentrare l’attenzione soprattutto sull’importanza di fare con le mani. La mano, a differenza dei mezzi tecnologici, pensa da sola, per citare l’architetto finlandese Juhani Pallasmaa ne La mano che pensa. L’uso delle mani ci stimola a creare inediti circuiti mentali e percorsi imprevisti e accidentali che possono essere molto intuitivi e stimolanti.

Concettina Ghisu

Please follow and like us:
Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather