GOOD TRIP Gennaro Cilento

GOOD TRIP Gennaro Cilento

Mi si lacera il cuore a scrivere e raccontare del più grande dei pittori, e degli artisti, che hanno attraversato la Storia dell’arte a cavallo di due millenni.

Nessuno come Gennaro Cilento ha incarnato con il suo essere, con il suo lavoro e il suo linguaggio artistico (la Trip Art) il viaggio di un’intera generazione dinanzi a un passaggio di un millennio.

Una traversata nel deserto costellata di guerre, soprusi, abusi sociali, culturali e generazionali, una generazione in mobilità permanente nata depredata; una generazione condannata ad attraversare la storia scrivendo e riscrivendo la sua storia, costretta a dissociarsi e allontanarsi da se stessa per sopravvivere, pensare locale e agire globale non avvicina al sé ma allontana dal sé come dal prossimo.

Una generazione costretta ad accantonare una tattilità dove digitali erano relazioni corporali fatte di materia e contatto fisico, per accedere in un mondo piatto, fatto di due dimensioni e senza prospettiva; una generazione costretta a viaggiare da ferma ed a fermarsi in viaggio.

Gennaro, il più grande artista e interprete di questo viaggio da millennio a millennio, ha sempre avuto la lucida visione di tutto quello che stava attraversando.

Impattavo Gennaro Cilento negli anni novanta.

Negli anni Novanta a Napoli erano molte le rivoluzioni (vere o finte) in corso, si viveva il Rinascimento di Bassolino (che proprio un Lorenzo De Medici non era), un Rinascimento made in Afragola, dove l’Accademia di Belle Arti di Napoli era un importante nodo nazionale del movimento la Pantera, si chiedeva una Riforma delle Accademie di Belle Arti ancora oggi non pervenuta; erano gli anni dei centri sociali Okkupati, prima Officina 99 e poi il Laboratorio Okkupato S.K.A. di Piazza del Gesù (dove con Gennaro e il “Mario Pesce a Fore” gestivamo il terzo piano); nei Centri Sociali il nostro lavoro ha viaggiato trip artisticamente, ha fatto un utopico viaggio generazionale con la musica dei 99 Posse, degli Almamegretta, dei Bisca e dei 24 Grana; di quel Rinascimento, alla nostra maniera, abbiamo fatto parte anche noi, eravamo il “Mario Pesce a Fore”, eravamo la nostra idea di rivoluzione e di autodeterminazione, ci definivamo “un’unità creativa e un eteronomo collettivo”, Gennaro urlava con il passamontagna durante le nostre performance e quando si guardava allo specchio in passamontagna con la sua ironia diceva “commé sò bell’ cò passamontgna ‘ncapa”.
Armati della nostra forza collettiva, delle nostre letture e suggestioni culturali, da studenti ci comportavamo con i Maestri d’Accademia da loro Maestri.

Mai nella sua storia l’Accademia di Belle Arti di Napoli era impattata in una simile energia di movimento creativo, disobbediente e critico al suo interno.
Mai prima d’allora (e senza applicazioni e social network), si erano visti studenti che trasversalmente al loro laboratorio, si riunissero per elaborare ricerche di senso comune, 24 ore su 24, il vero laboratorio era il giardino dell’Accademia o le scale d’ingresso con noi che proteggevamo i Leoni dai cattivi Maestri che ci proteggevano dallo sbaglio, noi volevamo sbagliare per imparare.
Mai in un’Accademia si era visto qualcosa di così trasversale, studenti che in autonomia si consideravano Maestri di loro stessi, che ponevano in essere con il loro operare una silenziosa ma palpabile e visibile rivoluzione e ribellione interna.
In questa maniera spontanea l’Accademia era fuori di senno e contestava se stessa, in quel momento storico esistevano due Accademie di Belle Arti, una era autonoma senza avere mai dichiarato nessuno stato d’autogestione (che alchimia irripetibile).

L’Accademia priva di Maestri e con i suoi studenti si era biologicamente autoselezionata, era entrata in una zona temporanea autogestita,  era negli spazi esterni, gli stessi spazi dei Maestri, senza l’intermediazione dei Maestri, dei loro storici, dei loro critici, ci si presentava dicendo “non sono uno studente dell’Accademia, sono un artista”.
Questa era la scena e lo scenario di fondo dei quadri di Gennaro Cilento, eravamo così, siamo nati e vissuti così, le personali o le collettive di Gennaro Cilento, erano le sue personali e le sue collettive, con compagni di percorso, determinati e selezionati da lui, era il suo lavoro che insegnava al suo Maestro come si faceva l’artista, per questo non piaceva ai suoi Maestri, e forse per questo l’Accademia sembra non avere notato la sua scomparsa.
Non faceva piacere a vetusti e anziani Maestri, che i loro studenti si autoproclamassero artisti, studenti che si relazionavano direttamente tra di loro all’interno e all’esterno dell’Accademia; non faceva piacere che studenti fossero in grado in autonomia di scrivere del proprio lavoro e della propria ricerca, di raccontarla a terzi senza filtro alcuno, che da soli individuassero i loro spazi espositivi.
Non voglio generalizzare, i Maestri erano diversi, il mio cominciò a salutarmi ogni giorno chiamandomi Maestro, quelli di Gennaro cominciarono a fargli una guerra fredda culturale.
Eravamo tutti inebriati, ci muovevamo nella stessa nube di adrenalina generata da noi, eravamo dentro un trip artistico collettivo e connettivo, vivevamo un’Accademia priva d’orari che aveva occupato tutta la città, la ridisegnavamo con i nostri corpi, i nostri gesti e i nostri spazi.
Eravamo la presenza che monitorava le istituzioni artistiche e culturali Napoletane; non ci piaceva che fossero sventrate dal mercato privato; non ci piaceva come ponessero a sistema culturale locale, in maniera truffaldina e con tanto di tappetino rosso, fenomeni di retroguardia mossi da investimenti di mercato privato che nulla avevano a che fare con il talento pubblico e manifesto; ambivamo a far si che le istituzioni aprissero all’arte residente d’avanguardia per difenderci da chi pensavamo non avesse nulla in più di noi.
La nostra idea in quegli anni era che le istituzioni Artistiche Napoletane fossero non rivoluzionarie, ma conservatrici, distanti da quelli che noi eravamo e sentivamo, ci disturbava essere nascosti e non mostrati, per questo ci mostravamo in autonomia.

Eravamo la rivoluzione manifesta, uscivamo dall’Accademia ed eravamo l’Accademia senza essere l’Accademia, dicevamo che noi eravamo Londra e New York, bastava capire noi per capire Londra, New York e anche Napoli.
Prima di noi, nessuno, senza preavviso, aveva mai sognato, di prendere in ostaggio spazi culturali istituzionali, armati di pistole giocattolo e creatività, nessuno aveva spiattellato nei luoghi di culto dell’ipocrisia dell’arte la propria verità, verità collettiva e connettiva di posse, che ciascuno analizzava con il suo linguaggio, la sua cultura e il suo stile nel suo studio.
Prendevamo in ostaggio spazi d’arte, convegni, Maestri, schiaffeggiavamo chi ci derideva, eravamo la Napoli fuori dal tempo che non accettava soprusi e abusi; ciascuno strutturava dei propri personaggi che liberamente interagivano con altri in performance videoartistiche senza orario, soggetto e sceneggiatura, l’arte per noi era la vita e tutto poteva accadere e andava messo in conto.
Non avevamo messo in conto la scomparsa prematura di Gennaro Cilento, ma sapevamo e sappiamo, che se l’anima forse non esiste, esiste il linguaggio che anima, il linguaggio che circola nelle anime della Napoli che ha amato Gennaro.
Ci hanno accusato di tutto per escluderci da tutto.

Per evitare un confronto di senso serio ci hanno dato degli agitatori culturali, dei terroristi, dei camorristi, provocatori da Rione Sanità, idioti, incapaci di sdoganarci fuori da Napoli; eravamo soltanto dei giovani agenti provocatori culturali in cerca di confronto con la storia, eravamo ciascuno il riflesso dell’altro, sfidavamo con lo sguardo fiero di chi sapeva di avere idea e cognizione delle proprie possibilità artistiche, ci conosciuti e relazionati tra di noi in questa maniera.
Gennaro mi guardava fisso da lontano, quasi a penetrare il cranio attraverso lo sguardo, un giorno gli voltai le spalle, passai davanti al David e raggiunsi i due leoni, si alzò, superò il David e mi urlò: “Ma chi ti crid’ r’essere? Cù chill’ cappott’ ‘ncuollo, strunz’!”, così lo voglio ricordare, aggressivo e delicato, dolce e fiero in tutta la sua dignità che non accetta mortificazioni, schietto e aperto, duro con chi nega la sua grandezza storica e culturale generazionale.

P.S. Caro Gennaro Cilento, questo testo, vuole essere una testimonianza non mia, ma di tutte quelle intelligenze, che in quegli anni. con te si sono confrontate e hanno ruotato intorno a quella idea chiamata “Mario Pesce a Fore”, quella intelligenza collettiva e connettiva che in un attimo, in questi giorni, si è stretta intorno all’idea di te, della tua storia che è nostra memoria.
Non citerò tutti, sarebbe impossibile e farei inevitabilmente torto a qualcuno, c’è stato un momento dove eravamo in centinaia, capaci di riempire da soli spontaneamente Piazza del Plebiscito; citerò Pino Orefice perché scomparso prima di te senza avere avuto il tempo di consegnare alla memoria e la storia il suo genio; Giuseppe Lucio Labriola ddt art con il quale arrivavi in Accademia dal Palizzi, Anna Cotugno che ha il peso d’averti sostenuto fino all’ultimo respiro; Luigi Ambrosio con il quale mi raggiungesti a Cagliari per il mio matrimonio, facendo a me e Barbara Ardau il più bel regalo mai ricevuto, Donato Arcella che tanto ti ha amato e trascinato nei suoi progetti fotografici; Massimiliano Mirabella e Marco Rallo che con noi in passamontagna hanno girato l’Italia; Gennaro Patrone come te cuore creativo pulsante della Sanità; Rossella Matrone che la mattina di Lunedì scorso ha avuto il triste compito di comunicarmi che eri partito per un trip senza di noi; Carmine Palmentieri oggi a Barcellona e Liliana Fonti oggi a Parigi; ora mi fermo, perché altrimenti da New York a Tokio, dalla Sanità al Vomero, dovrei scrivere un libro per citare tutto il tuo e il nostro mondo d’origine, sappi che tutti (anche i moltissimi che non ho citato per questioni di tempo e spazio) gli artisti che hanno vissuto e si sono formati con te, non ti dimenticheranno mai.

In questi giorni ho messanger e whatsapp impazziti, tutti mi fanno le condoglianze e mi sono vicino, sanno che eravamo una famiglia che eri mio fratello, sanno che te ne vai con una rivoluzione sulle spalle, una rivoluzione di cui sei stato attore e protagonista principale,  tutti continueremo a tutelare e preservare in tuo nome e la tua storia.

Andrebbe spiegato a certi Maestri d’Accademia, non si può cancellare un’intera generazione d’artisti dall’alto, perché gli artisti che sanno usare il linguaggio, dal basso raccontano, e se qualche ignorante pensa, ancora oggi, che la storia la narrano i vinti, quell’ignoratone sappia che è nato, cresciuto e vissuto da morto, e che a differenza tua, morrà senza storia, dal momento che non ha usato il suo linguaggio come sonda e strumento di ricerca, per comprendere il perché di se stesso.
Ancora ciao fratello, non perderci di vista dall’alto del tuo trip, che quest’inferno terreno, senza la tua presenza è più infernale per tutti.

Cosa è stato il “Mario Pesce a Fore”?

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