I centri storici tra tutela e valorizzazione. Convegno a Calangianus

A Calangianus, comune dell’Alta Gallura, l’11 marzo 2016 si è svolto un interessante convegno promosso dall’Amministrazione Comunale nel quale sono stati presentati i risultati di un progetto di collaborazione tra la stessa Amministrazione e il Dipartimento di Architettura di Alghero dell’Università di Sassari, che negli ultimi due anni – attraverso un attento e puntuale rilievo del centro storico della cittadina gallurese – ha prodotto un importante studio pilota utile ai fini sia della conoscenza storico-artistica dell’agglomerato urbano, sia ai fini tecnico-professionali per progettare interventi di ripristino, restauro, ecc.

Dopo i saluti istituzionali del sindaco, del direttore del Dipartimento di Architettura, del presidente dell’Ordine degli Architetti di Sassari, del presidente dell’Unione dei Comuni Alta Gallura e della rappresentante della Soprintendenza, sono cominciati gli interventi divisi in due sessioni. Nella prima sono intervenuti Antonio Piga, Leonardo Lutzoni, Laura Callea e Silvia Manchinu; nella seconda Antonello Monsù Scolaro, Maria Dessì e Giovanni Serra. A chiudere e tirare le conclusioni è stato l’assessore regionale agli Enti Locali Cristiano Erriu.

Dagli studi e dai rilievi, svolti grazie alla partecipazione degli studenti del dipartimento algherese seguiti da un team di docenti, sono emersi con chiarezza alcuni problemi fondamentali, che pur riguardanti il centro di Calangianus, possono essere estesi anche ad altre realtà urbane. Il primo è quello della necessità preventiva di uno studio storico-antropologico; il secondo è quello relativo allo studio dei materiali e delle metodologie costruttive, infine il terzo è quello riguardante l’applicazione delle normative esistenti.

Comune denominatore per individuare la metodologia scientifica alla base degli studi svolti è stato il concetto stesso di “centro storico”, non visto come insieme di edifici artisticamente rilevanti uniti ad altri di minore interesse, ma quale organismo unitario dinamico, che ricomprende un sistema edilizio ambientale e tecnologico stratificatosi nel tempo.

Si tratta di un concetto – sancito per la prima volta dalla Carta di Gubbio, poi dalla Legge Legionale 29/98, dal Codice Urbani del 2004, quindi ribadito dal PPR del 2006 – che pone l’accento soprattutto sul dato storico-antropologico complessivo, visto che si tratta di un edificato nato e sviluppatosi per esigenze abitative e attività connesse e non come quinta teatrale da esperire esteticamente. Per tale ragione il dato relativo sia alla stratigrafia degli edifici, sia alla loro storia documentaria (ricavata attraverso un’indagine conoscitiva di tipo archivistico) è risultata basilare per programmare o progettare qualsiasi tipo di intervento.

Le modificazioni, secondo quanto è emerso, devono avvenire, quindi, avendo come costante riferimento la preminenza dei valori storici e culturali. Questione, quest’ultima, che risulta connessa agli usi che i singoli edifici hanno avuto nel tempo, al metodo di edificazione e alle fasi costruttive (aggiunte, sostituzioni, interpolazioni).

In buona sostanza si è delineato un metodo preciso che prevede come primo approccio quello storico-conoscitivo, che unito a al dato antropologico agevola la lettura dei singoli manufatti e contestualmente dell’intero complesso edilizio urbano. Dati indispensabili per progettare qualsiasi tipo di intervento, sia di carattere urbanistico, sia di edilizia privata. Interventi – siano essi di ripristino, valorizzazione o restauro – che necessariamente  devono avere come punto di riferimento la conoscenza precisa e dettagliata dell’edificato storico nel suo complesso.

Tra i problemi posti all’ordine del giorno c’è stato quello dei cosiddetti vuoti urbanistici – creati a seguito di crolli, demolizioni, ecc. – e quello degli interventi di arredo urbano. In entrambi i casi si è sottolineata l’esigenza del rispetto del contesto in cui si decide di intervenire e la necessità di studi particolareggiati caso per caso, non quindi fornendo soluzioni uniche e definitive, anche se la linea guida indicata è quella della compatibilità ambientale dell’intervento da eseguire (materiali, tecniche, volumi, spazi, ecc.).

Uno studio senza dubbio importante promosso da un’amministrazione davvero coraggiosa e intelligente, che tuttavia ha necessità di essere implementato attraverso la compresenza di altre figure professionali, come gli archeologi, gli storici dell’arte, gli antropologi e magari gli artisti contemporanei, che potrebbero fornire utili spunti di metodo e riflessione ai professionisti architetti e urbanisti. Una operazione in team, infatti, è l’unica che può risultare davvero completa e soddisfacente, visto che – come si è ricordato anche durante il convegno –  parliamo di organismi fragili e complessi che presentano più possibilità di lettura.

Luigi Agus

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