I SOCIAL HANNO DIRITTO DI BANNARE TRUMP?

I SOCIAL HANNO DIRITTO DI BANNARE TRUMP? LA QUESTIONE NON E’ SEMPLICE

Come sapete sto preparando il corso di teologia politica promessovi, e proprio due lezioni di questo corso vertono sulle start up e la loro teologia politica.
Il dibattito sul ban di Trump da Facebook, Twitter, Amazon, ecc assume argomenti e toni totalmente diversi nelle rive opposte dell’Atlantico: in Europa che dei soggetti privati possano silenziare il presidente in carica di uno stato democratico è visto come un orrore senza precedenti, dato che per un europeo (poco importa a che area politica si senta vicino) è solamento lo stato a potersi assumere il ruolo di arbitro di ciò che è legittimo o illegittimo asserire pubblicamente, mentre per gli Stati Uniti (ma per il mondo che si riconosce nella Common Law in generale) la questione è molto più complessa.
Lasciando da parte le complesse questioni storiche sulla Common Law, quel che ci interessa è che negli USA un’azienda privata (tanto più se grande azienda) è un’ente che nel territorio di sua proprietà ha di fatto i diritti di un antico re feudale sul proprio regno, il problema è che il “territorio” di Facebook, Twitter, Google e Amazon messi assieme fanno il 99% dell’internet.
Ma per uno statunitense non è solo una questione di mera storia del diritto, è una questione più complessa di legittimità politico-religiosa: le start up della Silicon Valley infatti hanno nella propria mission aziendale quella di creare, tutelare e far “evolvere” la comunità dei propri utenti, e tale mission è giustificata dal fatto che per gli Stati Uniti l’imprenditore di successo è un toccato dalla grazia divina, e questo rapporto diritto fra lui e Dio (nel caso dei laicissimi fondatori della Start Up, fra loro e il Progresso) dona all’occhio dei suoi connazionali una legittimità a decidere del bene comune uguale (o persino maggiore) di quello dei rappresentati dello stato, che vengono visti come meri fornitori di servizi pubblici o peggio come intralci al libero dispiegarsi del volere degli imprenditori unti dalla grazia (se vi ricorda vagamente qualcosa della propaganda berlusconiana degli anni ’90, state capendo cosa intendo).
Se questo discorso vi appare delirante, sappiate che nel mondo della finanza e delle start up si discutono idee come la CEO Monarchy, ossia teorie politiche secondo cui è imminente il crollo degli stati nazionali, ed è giunta l’ora che i Ceo ereditino diritti e doveri dei seicenteschi monarchi illuminati fondando stati in cui la loro persona assomma potere esecutivo, legislativo e giudiziario.
Un fautore e grande diffusore di tali idee è per fare un nome Peter Thiel, fondatore di Pay Pal, fra i primi investitori di Facebook e fondatore di Palantir, start up che analizza dati per FBI, CIA e altre agenzie d’intelligence.
Che c’entra tutto ciò con Trump?
Dal loro punto di vista, Facebook-Google-Twitter-Amazon hanno esercitato il loro sacrosanto diritto di essere fedeli alla propria Mission di tutelare e far evolvere la comunità dei propri utenti, mission che gli stati nazionali non vogliono, non possono o tentennano a svolgere.
Il problema quindi per noi europei è molto diverso rispetto a quello che affligge un americano: per noi europei è giunta l’ora che gli stati normino il potere di queste aziende private che scambiano la propria Mission (o per essere più cinici, i vantaggi del proprio businness) per il bene comune, mentre per uno statunitense il problema è:
Dio (o il Progresso) al momento stanno dalla parte di un presidente decaduto e delle istituzioni che ne tutelano nonostante tutto il ruolo, oppure dalla parte dei CEO delle big tech?
Per chi fosse interessato a questo argomento, lo analizzerò meglio nelle mie lezioni sulla teologia politica delle Start Up.
Federico Leo Renzi
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