IGLESIAS (A MODO MIO) di Marco Zurru

IGLESIAS (A MODO MIO) di Marco Zurru

In un paese, i matti sono come il sale.

Danno sapore alla vita.

Ché altrimenti tutto scorrerebbe via come acqua nel cesso, senza possibilità alcuna di sedersi e vedere i colori dell’alba o del tramonto.

I matti ognuno di noi li conserva dentro.

Soprattutto quelli che il proprio animo infantile ha avuto la fortuna di incrociare.

E in quell’incrocio ci sono i segni degli sguardi, dei gesti, delle parole e di tutto ciò che rimarrà per sempre.

Perché il sempre non ha il gusto dell’ordinario ma delle cose mai viste.

Il mio paese ha avuto e ha un’Everest di problemi.

Ma ha sempre avuto un’enorme messe di matti.

Ché è una fortuna, avere molti matti. Anche se i più sfortunati sono proprio loro.

E c’era Mariedda Loca, che abitava a 30 metri da casa mia.

Era tutta storta, Mariedda loca. Storta ma vera come l’acqua.

Ché lo sguardo che ti faceva quando la traiettoria del tuo deridere incrociava il suo, ti piegava l’animo e le malevole intenzioni.

Ché la pietà ha senso profondo anche se hai 10 anni e non conosci il dizionario né il senso della parola.

Ma gli sguardi sono come un Oceano che ingurgita tutti i dizionari.

E l’animo coglie la vita prima del cogito.

E quando ciò succede il rispetto si presenta alla porta della tua Vita e ne diventa il portiere.

E a Mariedda Loca, se ciò accade, le fai ciao con la mano, e non la deridi più.

E c’era Venanzio, Sa Gattu.

Che girava sempre con una busta piena di bottiglie di vetro da lanciare come proiettili verso chi sfotteva.

Ché di motivi per sfottere – Sa Gattu – come tutti i matti, ne dava tanti, Il canto seduttivo, in primis.

Che Sa Gattu avvitava se stesso e il suo miagolare verso donne desiderate tutta la notte.

E lo so di persona, ché una di queste donne è stata mia madre.

E quando lo sfottere superava il limite, chi sfotteva doveva giocare al gioco dello schivare il lancio delle bottiglie.

E al rumore del vetro rotto seguiva sempre l’urlo.. : “Sa gattuuu!!!” E all’urlo altre bottiglie, un un gioco di chiassosi rumori.

E c’era Antonio, Su Stori, Che la vita gli aveva regalato un tragico dono, ad Antonio: aveva la testa grande come una cipolla, il corpo come un melone e il cervello come una rapa.

Malediceva sempre la vita, Antonio. E per maledire la vita, Antonio bestemmiava verso la statua della Madonna all’ingresso del paese.

E gli lanciava anche le pietre, alla Madonna, mischina.

Come se la colpa del suo penoso disastro fosse davvero sua.

E non si arrendeva alla vita, Antonio, ché nascondendosi dietro le siepi dei giardinetti si masturbava di fronte alle coppiette di adolescenti sbaciucchianti.

Salvo essere inseguito dal virile maschio di turno, aizzato dalla meno virile ragazzina avvitata alla panchina.

E c’era Mototopo.

Ché la Vita è davvero ingiusta, quando storpia la gente. Mototopo aveva 3/4 di busto e 1/4 di gambe, ma andava in Moto, Mototopo.

E di qui lo stigma. Veloce come il vento e agile come la cilindrata del Si’.

Che adesso la gente neanche lo sa cosa era il Sì o il Cavallero.

Ma per Mototopo era una protesi, il Sì e tutte le moto che ha posseduto.

O meglio, tutte le moto che lo hanno posseduto.

E c’era Su Luigi, Su Professori.

Ché quando avevo 7 anni mia madre mi trascinava al Mercato cittadino a fare la spesa.

E Luigi era sempre lì, allingresso del Mercato, con la sua bici parcheggiata in gran vista al secondo ingresso, con la camicia appena lavata nella vicina fonte e stesa sulla stessa bici.

E ti guardava con l’immensa profondità che solo il dolore e la solitudine possono tragicamente regalare all’uomo.

Ti guardava parlando poco o niente.

E quello sguardo lo accogli pienamente solo dopo 40 e più anni.

Ché la povertà pregna di dignità è cosa talmente rara, che la capisci e fai tua solo da grande.

Anche se l’hai ospitata da piccolo.

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