Il collezionista cinghiale

Il collezionista cinghiale

C’è una figura di collezionista che non sopporto, quella del collezionista cinghiale, che con quattro spiccioli a disposizione che usa per i suoi “investimenti” artistici, sottopaga gli artisti soltanto per possederne il lavoro e sembrare intelligente quanto loro, salvo poi lamentarsi quando gli artisti capiscono l’antifona e battono cassa.
Paga per uno stile che non avrà mai.
Pensa basti essere provocatorio e sopra le regole per dialogare ad arti pari, non curante della sua ignoranza, che maschera scimmiottando di padroneggiare più lingue.
Si presenta come se volesse sostenere gli artisti, in realtà mortifica e taglia le gambe.
Invita a cena e a pernottare la notte in casa sua, ostentando cinghialetto, salsiccia arrosto e champagne (perché non ama il vermentino).
Ostenta la sua pochezza di gusto con la sua collezione da accumulatore seriale, incapace di distinguere per qualità e fare scelte di campo mirate d’investimento da sostenere nel tempo.
Un dilettante puro non distillato, senza progetto, gusto e stile.
Mortifica e seleziona gli artisti per i quali prova fascinazione, lo fa reclamando la sua voglia d’essere al centro della loro attenzione.
Pronto a pagare la relazione che instaura con l’artista, proponendosi in maniera narcisa come modello, privo di gusto e di senso del bello.
Patologico il non riuscire ad accettare chi non si muove seguendo le regole del suo schema cognitivo, fondato sulla miseria culturale ed economica degli artisti che intercetta via social, e che pur di tirare a campare con lui “giocano”, in fondo compra e ha disponibilità economica.
Feroce con gli artisti che non accettano, o si sottraggono alle sue regole del gioco.
Descrive gli artisti con cui impatta e/o che a lui sfuggono consapevolmente, come entità che sbavano e vomitano il cibo e le fiumane d’alcol che lui generosamente offre, tratteggiandoli come volta gabbana irriconoscenti verso il suo sostegno, demolisce il lavoro che ha acquistato e pagato pur di reclamare la sua centralità e autorevolezza culturale, naviga contro i suoi stessi interessi perché in cerca di relazioni per sfuggire alla sua noia e banalità.
Con qualche centinaio o migliaia d’euro, pensa di potere acquistare non solo il lavoro e la ricerca del momento di un artista, ma anche d’instaurare una relazione culturale, intellettuale, emotiva e perché no, passionale.
Un dramma di frustrazione e di solitudine che si alimenta soltanto di risorse economiche.
Disposto anche a mortificarsi, e a dire e scrivere l’indicibile all’artista che non si concede e lo tiene a debita distanza, un vero e fastidioso stalker.
Il lato più triste di tutto questo?
Che in maniera zerbina artisti cortigiani fingano che tutto sia normale, quando invece è tutto molto più che mortificante.
Ovviamente su questa figura di collezionista sto preparando dei lavori che spedirò a Salvatore Iacono per il prossimo intervento che titolerà #Recoveryplan #socialdisobedience
P.S. Ovviamente trattasi di un racconto di fantasia e questo collezionista non esiste, esistesse sul serio sarebbe una mostruosa abiura di sistema e dimostrerebbe l’inconsistenza degli artisti residenti che ne legittimerebbero, per piazzare qualche quadro in più, comportamenti e atteggiamenti.
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