IL DRAMMA DELLE ARTI CONTEMPORANEE NELL’ISOLA

IL DRAMMA DELLE ARTI CONTEMPORANEE NELL’ISOLA

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L’identità e l’alchimia delle ricerche artistiche di questo secolo è in fase di smarrimento, i linguaggi dell’arte stanno perdendo le proprie radici.

Scompaiono gli artisti inaccessibili ed irripetibili, non esistono più luoghi e spazi riservati all’arte contemporanea, le ricerche dell’arte contemporanea sono poste a contatto diretto con lo sguardo di una moltitudine di sconosciuti.

Gli artisti di questo secolo mostrano e riconoscono le proprie influenze, i propri processi, la propria rete di lavoro, non filtrano più nulla, non si domandano più a chi è rivolto il proprio linguaggio.

Gli artisti di questo secolo nell’isola, condividono con tutti quello che fanno, lo sguardo non è più una visione (anche critica) sugli altri, ma è uno sguardo sull’altrove.

Applicazioni portano a condividere frammenti di vita e di realtà, che nel secolo scorso erano inadatti ad essere condivisi.

All’interno di questo nuovo ambito, bisogna sapere indagare e ricercare l’artisticità.

L’ambito d’indagine di questo secolo è quello di un’arte disposta a farsi osservare nella propria intimità, sapendo tenere a distanza l’osservatore dalla propria intimità.

La forte distanza con l’osservatore e l’estetizzazione dell’intimo, spinge la ricerca artistica contemporanea nell’isola verso l’indagine di sé.

Non è un caso che l’obbiettivo più usato dagli artisti isolani, con il proprio smartphone, sia quello frontale, il proprio riflesso diviene specchio sul mondo, questo passando per un processo di semplificazione della trasmissione e diffusione dei contenuti dei linguaggi dell’arte come necessità di mercato.

Si vende solo ciò che è leggibile e facilmente interpretabile.

Ci si muove quindi in un sistema di condivisione web radicalmente conformista.

Condividere on line e ricercare like con le proprie foto riflesse, tendendo ai cento-duecento like a foto, vuole dire non essere ricercati ed anticonvenzionali rispetto all’appiattimento del gusto determinato dal web, questo è il motivo per cui se nell’isola le istituzioni riguardo alle politiche culturali ed artistiche, continueranno ad essere assenti e demanderanno quella che dovrebbe essere una loro responsabilità, esclusivamente al mondo dell’associazionismo, la condizione identitaria dell’arte nell’isola è destinata a restare drammatica nel suo essere determinata esclusivamente dal mercato.

L’isola dell’arte contemporanea, vive in questo secolo il paradosso della creatività.
Il creativo isolano rischia di ridursi ad una applicazione di convenzioni estetiche determinate dall’altrove, con automatismi facili ed efficaci.
L’artista isolano in questo secolo rischia di vedere alimentate le proprie illusioni, il suo non sapere autodeterminarsi rischia di generare una idea del sé più elevata rispetto alla realtà delle cose.
Quanti ad esempio nell’isola, hanno realmente presente il valore di mercato e culturale (non sempre i valori collimano, anzi) di Pinuccio Sciola e di Maria Lai e sono in condizione di compararlo con Maestri defunti a loro contemporanei?
In psicologia la patologia della sopravvalutazione del sé è la sindrome di Dunning-Kruger, ossia una distorsione cognitiva che porta gli inesperti a sopravvalutarsi, convincendosi e convincendo di essere “addetti ai lavori” con abilità superiori alla media.
Chi non è esperto nella materia del fare e ricercare arte, è incapace di riconoscere i propri limiti ed errori, quanti sono gli artisti o gli addetti ai lavori nell’isola (abbandonata dalle istituzioni) che si presentano arroganti e presuntuosi nell’isola perché compresi altrove?
La Storia dell’arte moderna ci insegna che due sono gli errori di valutazione possibile nei confronti dei linguaggi e delle ricerche artistiche, quello dell’incompetente che ha un giudizio errato di sé, e quello del competente che equivoca sulle competenze degli altri.

Quali sono i pericoli per i linguaggi dell’arte dell’isola in questo secolo?

L’immiserimento del gusto, l’inconsapevolezza del proprio percorso storico ed estetico, il rendersi attori di una offerta artistica e culturale caricaturale nei confronti del percorso della propria storia.

C’è il rischio di essere ridondante di eserciti di artisti ignoranti e presuntuosi, pretestuosi e superbi, che ritenendo di fare cose godibili pubblicano sul web arte insignificante finalizzata a saturare i cloud.

L’isola è in questo secolo dinanzi ad un bivio, autodeterminare e fare la propria arte o riprodurla su modelli altrui.

Fare arte nell’isola vorrebbe dire, avere il coraggio di sondare anche criticamente la propria storia, avere il coraggio e la forza di errare ed anche di fallire nel proprio processo di autodeterminazione artistica e contemporanea, ma quantunque si fallisca avere la forza e la possibilità di riflettere sul fallimento.

I linguaggi dell’arte, nell’isola come altrove, sono e saranno sempre analogici, sono fondati su una perizia ed una sapienza che va tutelata e preservata e per questo servono istituzioni pubbliche preposte (un palazzo pubblico delle arti residenti ed una Accademia di Belle Arti Comunale a Cagliari sono una urgenza).

Non esiste per i processi creativi d’elaborazione artistica un rimedio digitale, senza un lavoro sul contenuto del linguaggio dell’arte contemporanea residente la tecnologia da sola, non migliora le cose.

Gli artisti residenti nell’isola, sono una minoranza rispetto alla folla di generatori di immagini che sul web ferma il suo mondo e l’archivia, dimenticandosi del senso del sé; le immagini dell’arte dell’isola di questo secolo, rischiano di perdersi in codici digitali che nessuno saprà più leggere.

Si rischia di non formare ed educare più o peggio, di formare generazioni di creative che non sappiano cosa è l’isola che vivono ed abitano, incapaci di girare in tondo davanti ad una Scultura .

Si rischia di avere un’arte senza il punto di vista dell’artista, eccezion fatta per i selfie; non è un caso che il modo più diffuso degli artisti di fotografarsi nel mondo sia il selfie, solo narcisismo?

Il selfie non è autoscatto, il selfie è lo specchio, è la presenza del fisico dove il fisico è assente, è la registrazione del continuo, l’impossibilità di fermare l’attimo, la verità sul linguaggio di un artista è fuori dal selfie, altrimenti il linguaggio è patologico ed invalidante, il selfie è vuoto a perdere d’artista che non conta e costa nulla, è gratis, è la propria espressione con sé, l’arte nell’isola esiste se le istituzioni sanno condurla fuori ed oltre i selfie determinati dal mercato dell’industria digitale, apparentemente a costo zero.

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