IL MAC DI CAGLIARI È UN FALSO IDEOLOGICO di Silvia Fanti

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IL MAC DI CAGLIARI È UN FALSO IDEOLOGICO – Una lettera di Silvia Fanti

Con grande orgoglio condivido questa lettera inviatami da Silvia Fanti in relazione al dibattito intorno al MAC (Museo d’Arte Contemporanea di Cagliari). Silvia è curatrice e programmatrice nell’area delle live arts. Co-fondatrice del network Xing, si è contraddistinta nel panorama italiano ed europeo per uno sguardo interdisciplinare intorno ai temi della cultura contemporanea, con una particolare attenzione alle tendenze generazionali legate ai nuovi linguaggi.
Fabio Acca
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Fabio Acca ha colto il punto: l’ambiguità di questo nuovo spazio a Cagliari che non ha chiarito da subito la propria natura.
Aprire al pubblico una collezione privata è cosa legittima; ma occupare, per farlo, un acronimo che, di fatto, rappresenta la Pubblica Istituzione, è produrre un falso ideologico.
A meno che il pubblico non abbia definitivamente abdicato alla propria vocazione di fare, ideare, governare e gestire le istituzioni culturali.

Il problema non è demonizzare il privato.

Ci sono esempi eccellenti in Italia di fondazioni private che puntano sulle competenze (scientifiche e curatoriali), che svolgono un grande lavoro spesso sopperendo a deficienze istituzionali.
Istituzioni queste che, guarda caso, portano sulle proprie insegne – e in bella vista – il nome del mecenate che le ha volute (Guggenheim, Prada, Marini, Pistoletto, Merz...)
La questione, oltre alle premesse, è inoltre su quale prospettiva, e con quale know-how si apre uno spazio dedicato al contemporaneo oggi.
Credo che per disegnare le funzioni e l’investimento di risorse dei luoghi dell’arte(i) e della cultura(e) sia utile affrontare in maniera differente le aree della Conservazione/Arte del Novecento e Attivazione/Arti del Presente.
Ogni occasione di apertura di una nuova istituzione dovrebbe anche rappresentare un sfida per affrontare i problemi del presente e porsi in linea con le tensioni critiche che attraversano la contemporaneità, tra problematiche conservative e trasformazione delle identità.

Questi luoghi dovrebbero essere centri vivi e non depositi di accumulo.

Lavorare nel contemporaneo significa trattarne i linguaggi; significa quindi creare occasioni, contesti e tempi che mostrino non più “che cosa è” l’arte, ma “che cosa fa” l’arte.
Non si tratta di far visitare una sede, di aggirarsi fra accumuli di oggetti, ma di attivare una relazione, di innescare un’esperienza di sé e di sé nel mondo.
E’ uno spostamento metodologico del modo in cui si guarda qualsiasi opera d’arte, e del modo in cui produce significato.
Sottolineo infine la necessità di riallacciarsi allo sviluppo delle figure curatoriali, avvenuto nell’arco degli ultimi trent’anni e di un sistema culturale complesso e articolato, in cui dialogano diverse prospettive e siano esaltate le differenze.
Mantenere un profilo internazionale e di alta qualità (è successo a Cagliari negli anni ’80 per il teatro e la danza più innovativi dell’epoca), anche con poche e precise azioni.
Sarebbe pertanto più modesto e al contempo meritorio, che questa nuova sede sia intitolata semplicemente per quello che è (collezione XY) e che il cortocircuito creato diventi occasione per riflettere sulla vita culturale di un importante capoluogo”.
Silvia Fanti/Xing
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