Il Macro parte con ferri vecchi del sistema?

IL CASO DEL MACRO RAPPRESENTA BENE I PROBLEMI CHE ATTANAGLIANO L’ARTE CONTEMPORANEA IN ITALIA

Massimiliano Tonelli , direttore del sito Artribune oltre a non aver certo nascosto, la sua avversione per l’attuale giunta capitolina (e ovviamente per l’attuale governo), ha da subito dichiarato il suo disaccordo, insieme ad altri, al nuovo corso del MACRO, uno dei due musei d’arte contemporanea di Roma .

Con un suo articolo su Artribune, conferma le sue critiche all’idea del nuovo direttore Giorgio de Finis di iniziare un esperimento, che trasformi il museo da struttura selettiva con un numero limitato di mostre a laboratorio in divenire, dove sono eliminate le gerarchie e dove giorno per giorno senza una programmazione rigida possono partecipare potenzialmente tutti quelli che si considerano artisti.

De Finis in un’intervista, non senza qualche ragione, ha detto che, dato l’alto numero di artisti esistente, i vecchi meccanismi dove curatori e critici (e certi interessi) fanno da filtro non sono più credibili.

Tonelli invece dice, sintetizzando, che in realtà quest’idea di museo è un’idea demagogica, dato che elimina ogni competenza e illude tutti di essere artisti anche se sono dei falliti: il Macro sarebbe “il primo museo di regime dell’Italia grigioverde”, populista e clientelare.

Il suo articolo a tratti è polemico e duro ma più misurato che in altri suoi interventi precedenti , e sfocia spesso in questioni legate alla situazione politica attuale dove le parole continuano ad essere troppo forti, in ogni caso le sue critiche sono legittime quanto le idee di De Finis.

Sul dettaglio penso ad esempio che abbia perfettamente ragione a lamentare che l’artista Cesare Pietroiusti, recentemente nominato Presidente del Palazzo delle Esposizioni (dal quale il Macro dipende) parteciperà più volte, nella sua veste di artista, nel mese di ottobre a diversi eventi del Macro, in evidente conflitto di interessi.

CONSIDERAZIONI

Giorgio de Finis non ha una biografia ortodossa di curatore d’arte puro, e non è stato eletto al Macro con concorso, ma per scelta dell’assessore che conosceva la sua esperienza al MAMM , Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz , laboratorio di creatività in una fabbrica occupata di Roma , che oltretutto ha dato un tetto a circa 200 precari ed emigranti.

Dato lo stato delle cose in Italia, non sono certo che i curatori tradizionali, per come li conosco, siano adatti sempre e solo loro a dirigere i musei di arte contemporanea, anzi credo che se alcuni di loro fossero cacciati a pedate ne guadagnerebbe la democrazia e la deontologia professionale nel settore dell’arte contemporanea.

Quello che però mi sembra difficile è pensare, dato il suo curriculum , che De Finis appartenga ad un “Italia razzista e criptofascista” come sembra paventare Tonelli.

Più probabilmente , per formazione culturale , non si riconosce nella struttura attuale dell’arte contemporanea , con i suoi interessi mercantili e probabilmente ha un’idea “democratica” della creatività, vicina al quotidiano comune (e non elitario).
Personalmente penso che , se questa è la posizione di De Finis , sia un’idea ingenua e demagogica dell’arte, ma allo stesso tempo penso che dati i tempi, se questa idea non l’avesse realizzata lui l’avrebbe realizzata qualcun’altro e che quindi fosse inevitabile .
Le sue considerazioni sulle deficienze del sistema selettivo in arte, oggi sono più che condivisibili dato che ormai la qualità è una convenzione e contano solo le relazioni e gli eventuali interessi economici.

Era naturale e forse pure giusto che qualcuno prima o poi raccogliesse gli artisti estromessi dal sistema e gli desse spazio.

Avremmo così due tipi di museo in concorrenza tra di loro : quello aperto di De Finis e gli altri, incentrati sul direttore tradizionale sul modello del MAXXI, Rivoli, MART ecc . con le solite mostre dei deceduti e degli affiliati dell’Arte Povera e i cascami dell’Arte Internazionalista.

Quindi niente drammi, il mondo è bello perchè vario.
Detto questo l’ecumenicità di De Finis non è assolta dalla possibilità di una critica:

l’arte si fonda sulla distinzione che non è però solo di carattere sociale ma sta proprio nella distinzione delle opere e sul confronto tra le stesse e quindi sulla distinzione della qualità, che poco ha a che fare con la democrazia quanto con la rarità e l’eccezione.

Se De Finis vuole trovare delle alternative al sistema attuale, però non può partire con i ferri vecchi del sistema, la cui partecipazione è elencata tra i primi eventi previsti, e che difficilmente porteranno delle novità ma che anzi avranno tutto l’interesse non solo a riaffermare il proprio ruolo ma a mantenere certi canoni inalterati, canoni che hanno concorso al caos di giudizio attuale dove ogni arbitrio è giustificato e dove ogni straccio è opera d’arte.

L’idea laboratoriale e in divenire fatta di microeventi serve infatti certe correnti artistiche e ne discrimina altre e in effetti rischia di essere più che rivoluzionaria reazionaria.

Walter Bortolossi

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