Il mercato dell’arte è giusto

Il mercato dell’arte è giusto

“La felicità è uno stimolo a essere mediocri”.
Michel Montaigne

Un artista ricco, potente ed influente, non necessariamente è ricco di talento, è di buona cultura, affascinante o bello.
Un artista ricco, potente ed influente (penso a “fenomeni” come Ai Weiwei, Banksy, Hirst, Cattelan, Vezzoli, Murakami o Koons), è ricco, potente ed influente perché vuole essere ricco, potente ed influente.
Il desiderio di essere qualcuno è  il portfolio, lo scopo di volere essere qualcuno posiziona a livelli di mercato dove si è funzionali al mercato.

“Un artista ricco, potente ed influente (penso a “fenomeni” come Ai Weiwei, Banksy, Hirst, Cattelan, Vezzoli, Murakami o Koons), è ricco, potente ed influente perché vuole essere ricco, potente ed influente. Il desiderio di essere qualcuno è  il portfolio, lo scopo di volere essere qualcuno posiziona a livelli di mercato dove si è funzionali al mercato.”

Perché un’artista dovrebbe ricercare senso linguistico, quando è la mediocrità che lo paga?

Nel mondo economico dell’arte fatta commercio, la mediocrità è la prima richiesta da soddisfare per un’artista, pensate un poco a che professione fortunata è, in questo magico mondo dove la contemporaneità si conferma ogni giorno via social network.
Pensateci un attimo: che mercato potrebbe avere oggi un’artista che dovesse avere a che fare quotidianamente, con persone raffinate, in grado di metterlo in condizione di dare libero sfogo al suo talento, senza subire i capricci di chi si rivolge a lui?
Il mediocre a quel punto farebbe partire una rivoluzione contro gli artisti:

“Che palle, che noia questi linguaggi dell’arte!

Viva il banale!

Vado da chi lavora peggio di te, mi fa un prezzo migliore di te”.

Quindi, il mercato è giusto.

“Pensateci un attimo: che mercato potrebbe avere oggi un’artista che dovesse avere a che fare quotidianamente, con persone raffinate, in grado di metterlo in condizione di dare libero sfogo al suo talento, senza subire i capricci di chi si rivolge a lui?”

Il professionista sa accontentare il cliente, l’artista no.

La “ribellione” è l’ingrediente principale che anima il linguaggio, è quello che mette il sale nella vita del professionista che accontenta il cliente, l’invisibile fuori mercato alimenta il mercato del mediocre.

Il linguaggio dell’arte circola e si evolve da dentro a fuori il mercato, da fuori a dentro il mercato, dall’alto verso il basso, dal basso verso l’alto, da sinistra a destra, da destra a sinistra, un lento scambio dialettico che ha un prezzo per tutti, anche per chi a sue spese, con dedizione, alimenta la sua ricerca, per dire la sua, questo quando tutti vogliono imporre la “loro”.

 

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