Il MOVIMENTO DELL’ARTE NEL COMUNE

Il MOVIMENTO DELL’ARTE NEL COMUNE

La tradizione di tutela dell’arte e dei suoi linguaggi, affonda le sue radici in Europa nei Comuni, nel XII secolo, prima ancora nell’idea Romana di pubblica utilità.
Non esiste periodo della Storia e della preistoria, dove gli artisti non abbiano avuto uno stile, un canone condiviso o un progetto comune.
Il linguaggio dell’arte e la tutela della sua ricerca, è un valore umano universale, irrazionale e privo di parola.

Il linguaggio dell’arte è la nostra identità più profonda di esseri umani.
I linguaggi dell’arte in Italia e nell’isola, sono stati difesi con coraggio, dai partigiani prima e nella Costituzione poi, ma dagli anni Ottanta del novecento, sono palesemente sotto attacco, per mano di una visione politica economica e privata del bene pubblico.
Si sta affossando una tradizione millenaria di tutela, il mercato talebano sta annientando tradizioni millenarie d’artisti residenti.
Nel XII secolo in Europa, i borghi assumevano un significato collettivo, erano simbolo affettivo e motivo di vanto ed orgoglio, l’arte pubblica residente era motivo di orgoglio e di riconoscimento di un buon governo.
Il patrimonio artistico Italiano ed Europeo, nasce nei luoghi dove oggi lo si ritrova, si è sviluppato e diffuso nei luoghi che abita e dove risiede, per questo l’articolo 9 della Costituzione Italiana del 1948 recita:

“La Repubblica promuove lo sviluppo della Cultura e la Ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”.

L’articolo 9 rimanda all’articolo 3 della Costituzione, dove si palesa come la Repubblica abbia il compito di rimuovere

“gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana”,

questo nonostante dei luoghi come Cagliari città metropolitana nel sud della Sardegna, siano ancora privi di una Accademia d’Alta formazione artistica.
La Costituzione testimonia come in Italia ed in Europa, l’arte sia sempre stata un fatto pubblico collettivo, come è possibile che oggi questo lo si neghi nel nome di Damien Hirst, Jeff Koons, Wim Delvoye, Marc Quinn, Sterlac, Cattelan, Vanessa Beecrooft, Mathew Barney e Takashi Murakami?

L’estetica “internazionalista” dell’arte dominante è ridotta ad una faccenda per un pugno di collezionisti miliardari, magnati della moda come Francois Pinault, galleristi come Larry Gagosian e magnati della pubblicità come Charles Saatchi, questo affonda nell’assenza della politica di visioni di spazio pubblico che propongono visioni di ricerca e determinazione comune dell’arte differenti.

Il Moma, il Guggheneim, il Pompidau, la Tate Gallery, il Modern Art Museum ed il PS1, più che divulgatori d’arte e di cultura, appaiono un cartello aziendale del pensiero unico di una idea dell’arte di matrice anglo americana.
Questo è lo scenario, dove oggi, come nel XII secolo, va cercata ed individuata la resistenza culturale dell’arte come linguaggio, visione di senso politico degli artisti residenti non omologati che non rinunicano ad una idea di fare arte per il proprio territorio e la propria comunità.
Come sempre, anche in questo secolo, il linguaggio dell’arte, continuerà a nascere, quando una mamma gioca ed insegna il linguaggio dei segni ad un bambino, pulsione vitale in movimento.
Come sempre, anche in questo secolo, il passato dei linguaggi dell’arte resterà passato, non si recupererà e non tornerà.

Il tempo è il vero produttore e committente dei linguaggi dell’arte, produce sempre nuovi dati, il dato culturale non è mai lo stesso, anche il sistema solare muta (nonostante lo si consideri stabile), a maggior ragione è instabile e variabile il linguaggio dell’arte prodotto dall’umano.
Le rivoluzioni nei linguaggi dell’arte sono sempre esperimenti, produzioni di fatti culturali nuovi, sono dialettica tra fatti dell’arte e costruzione di fatti dell’arte mossi dal tempo.

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