IL PESO DEL SUONO

IL PESO DEL SUONO

Ivo Serafino Fenu

Vi è un’apparente antinomia nel voler celebrare il più immateriale e fugace bene culturale qual è la musica, nella fattispecie il canto a Tenore, con un “monumento”, caratterizzato dalla sua imprescindibile consistenza materiale, dalla sua possanza e dalla sua stessa ragion d’essere: la persistenza nel tempo e nello spazio. 

L’opera proposta da Terrapintada gioca e si muove, concettualmente e consapevolmente, sul terreno scivoloso della contraddizione e del paradosso.

Lo stesso uso dei materiali è antinomico: l’acciaio Cor-Ten con le sue patine che si trasformano e si consolidano nel tempo e la ceramica, nella sua fragilità capace di sfidare quel tempo e farsi testimone millenaria di memoria e tradizione; e poi il vento, e poi il suono, a rappresentare, assieme, la comunità e il singolo, la coralità nella sua complessità e stratificazione, ben superiore alla somma delle singole parti.

Un monumento che, per etimologia, è destinato a monere et manere, ossia a ricordare e insegnare permanendo nel tempo e, tuttavia, dopo la ventata innovatrice e iconoclasta delle avanguardie storiche primonovecentesche, sinonimo spesso di insulsa quanto tronfia retorica di regime: monumenti che – per dirla con linguaggio pop di Edoardo Bennato – «solo quando cadono ti danno un’emozione».

Sfida coraggiosa dunque, quella di Terrapintada, basata su due elementi portanti: un saldo legame col territorio, con le sue tradizioni, con il suo complesso amalgama demo-antropologico di un passato che resiste, persiste e irrora l’hic et nunc di Bitti e, contestualmente, l’adozione di un linguaggio e di una grammatica della forma e dei materiali strettamente connessi alla contemporaneità e allo studio approfondito di quegli artisti che, con le loro opere “monumentali”, sono riusciti a evitare le trappole della retorica celebrativa anzidetta.

In tal senso, se un confronto deve farsi, è – e non potrebbe essere altrimenti –, con l’opera di un gigante della contemporaneità, Richard Serra, capace di creare una frattura con una consolidata tradizione scultorea lunga due millenni mediante l’abbandono di ogni forma celebrativa e degli stessi basamenti, che isolavano e rendevano autoreferenziali i monumenti, in favore di forme aperte e inclusive.

Ma, al di là di queste affinità generiche, vi è un legame più forte e profondo che lega l’opera dell’artista americano a quella di Terrapintada, due precisi e qualificanti filoni di ricerca: l’angolo retto col suo rigorismo minimalista, quasi ascetico, e la linea curva, avvolgente e spiazzante, nei percorsi in cui superfici concave e convesse inducono a un’esperienza cinetica e sinestetica che disorienta e affascina.

Due polarità che nel primo marciano parallele o, addirittura, in antitesi mentre nei secondi, soprattutto nel monumento di Bitti, convivono in una perfetta osmosi. 

In quest’ottica, il canto a Tenore, inserito nel 2005 dall’UNESCO tra i Patrimoni orali e immateriali dell’umanità e, pertanto, considerato “Patrimonio intangibile dell’Umanità” per la sua unicità e per la sua bellezza, trova la sua epifania, la sua evidenza plastica, in un’opera capace di coniugare un insieme di valori formali e simbolici enfatizzati dalla dimensione di sinestesia esperenziale anzidetta.

Certo, avrebbero potuto riprodurre i quattro cantori nella posa canonica ottenendo più facili consensi, ma hanno preferito, viceversa, la complessità del linguaggio, l’approccio obliquo: l’evocazione e la suggestione alla più comune banalizzazione e stereotipizzazione.  

Ecco, allora, la selva di lastre verticali in acciaio Cor-Ten, accostate a creare spazi fisici percorribili tra i quali perdersi e ritrovarsi, angoli e tagli, profili variamente sagomati ora a evocare profili e sagome umane, ora elementi vegetali o oggetti d’uso nel mondo dei pastori, in un procedimento metamorfico nel quale gli uomini si fanno alberi e gli alberi foresta e, insieme, si fanno luogo e comunità.

Meccanismi sonori autonomi interagiscono col vento e producono le sonorità di quella realtà agropastorale che costituisce l’humus che nutre e mantiene vivo il canto a Tenore. E poi loro, i protagonisti, i quattro cantori, quattro macigni in ceramica nera, al contempo pietre miliari di una tradizione arcaica e vitale, sorretta da quel mondo innanzi descritto che, sfidando le leggi della gravità, si protraggono verso il cielo, in un dialogo serrato con l’ambiente circostante, con la grande rocca di Sant’Elia soprattutto, in un equilibrio precario, come precaria è la stessa sopravvivenza di quel mondo.

L’opera di Terrapintada è un’opera stratificata e polisemica, evoca una complessa realtà umana, culturale e ambientale senza descriverla, è un’opera aperta che impone una partecipazione attiva e un rapporto empatico a chi la vede e la pratica.

È un’urgenza dal profondo di una terra che necessita e merita – anche nella sua dimensione più arcaica –, di essere raccontata e “celebrata” col linguaggio spregiudicato della contemporaneità: perché solo nel moderno può rispecchiarsi e perpetuarsi ciò che è tradizione e consuetudine.

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