Il ritratto ai tempi dei social media, Simone Mereu alla PMA Gallery

Simone Mereu, Pronipote probabile

Antenati possibili (pronipoti improbabili) è il titolo della mostra di Simone Mereu che si inaugura mercoledì 14 febbraio (ore 19.00) alla PMA Gallery di via Napoli 84, fino al 24 febbraio.

Simone dipinge ad acquarello piccoli ritratti di persone che incrocia per strada, oppure che conosce, o, ancora, che immagina. Dipinge anche ritratti di persone come erano e non sono più, cambiate dal tempo. 

Simone Mereu, Volti 2, La gente che vedo

Da storico dell’arte ha una formidabile memoria visiva, le immagini si sovrappongono nella sua mente in continui corti circuiti che viaggiano nella memoria di ciò che è reale, o che lo è stato, o di ciò che ha visto nella sua longeva frequentazione dei ritratti nella storia dell’arte. Reminiscenze dei grandi ritrattisti del passato si mescolano ai volti che  Simone ha incontrato, dando vita a una galleria di persone che ci viene spontaneo interrogare: “chi sei? da dove vieni? ci siamo già visti? e se sì, dove e quando?”, come ha fatto lui prima di noi.

Simone Mereu, Antenato possibile

Questo accade perché il ritratto è un genere la cui fascinazione non avrà mai fine, perché un volto indaga e si fa indagare più di qualsiasi altro soggetto. Interroghiamo un ritratto per trovare il nostro sosia buono o malvagio, il doppelgänger, o il ricordo delle persone amate e perdute, ci si domanda il motivo di quello sguardo, di quella piega della bocca, di quel taglio di capelli. Il ritratto ci fa entrare in profonda empatia e relazione con l’altro, è la raffigurazione della fratellanza, dei neuroni specchio, significa che ti vedo, ti riconosco, che esisti e, quindi, ti posso raccontare.

Il testo del catalogo è in buona parte costituito da una conversazione con Simone, che poteva non avere mai fine. A ogni sua risposta scaturiva un’altra domanda, che a un certo punto abbiamo dovuto arginare (Simone ha commentato che è perché siamo due storici dell’arte..)

Nel film Francofonia (2015) del regista russo Aleksandr Sokurov c’è una lunghissima carrellata di ritratti custoditi al Louvre, con la sua voce fuori campo che recita: “Mi chiedo cosa sarebbe stata la cultura europea senza l’arte del ritratto. Chissà perché gli europei hanno sentito la necessità di disegnare le persone, i volti. Perché questa ricerca, così cara agli europei, resta inesplorata da altri. Chi sarei stato se non avessi potuto guardare gli occhi di coloro che vissero prima di me?” Simone, vorrei che iniziassi a rispondere a queste domande.

Simone Mereu, Uomo arcobaleno

Chi sarei stato se non avessi potuto guardare negli occhi coloro che vissero prima di me? Un fanciullo triste, un uomo pieno di solitudine, quella vera, dura, che ti perseguita anche tra la gente. Il mio dialogo con i ritratti mi ha accompagnato fin da bambino, come la passione per la grande pittura che mi si offriva nei libri di storia dell’arte che mia madre comprava. A mamma piaceva molto la pittura. Prima iniziai a sfogliarli con lei, poi da solo. Dietro quei volti, che fossero di santi o di potenti, di contadini o di condottieri c’erano storie, sentimenti, che mi piaceva scoprire. Dove non avevo informazioni inventavo storie mie. Poi ho iniziato a disegnare, alternando l’osservazione e poi lo studio dei grandi maestri ai miei scarabocchi, sui quali ho costruito pezzi di vita, brani teatrali, quasi dei film tutti miei. Non sono mai stato solo, mi bastavano carta e penna e il star bene tra una folla di personaggi, potenti o umili, mi ha fatto sentire a mio agio sempre nella vita reale. 

Il riferimento al cinema non è casuale. C’è  una serie di ritratti che sembra una pellicola tagliata, fotogrammi di un film

Sì certo, anche questo fa parte di un mio gioco con le cose che amo guardare, in particolare i film lenti basati sul dialogo, sull’inquadratura pensata, colta: pochi effetti speciali, molta sapienza cinematografica. A quindici anni fui stregato da Bergman, dalle sue inquadrature, poi dai film francesi come Un cuore in inverno di Sautet, una grande passione per la Binoche e la potenza espressiva dei suoi sguardi, Poi Pasolini, Visconti, Avati, Almodovar, da ultimo Ferzan Özpetek giusto per citare i primi che mi vengono in mente. Gli scarabocchi, i veloci schizzi o i disegni ponderati fanno, a volte, parte di miei film personali, sono fermi immagine come Quasi un bacio o Dialogo tra amiche, come i primissimi piani che tagliano parte del capo. In fondo il disegno, lo schizzo, accompagna la parte creativa del cinema; mi vengono in mente i disegni di Fellini, di Bellocchio, del nostro Columbu, giusto per citarne alcuni, ma i miei film rimangono solo allo stato di fotogramma su carta, sono parte di un gioco mio, privo di conseguenze produttive.

La scelta di utilizzare un taglio da foto tessera ha una motivazione ben precisa, che ha a che fare con i social media, mi è piaciuto moltissimo quello che mi hai raccontato a questo proposito, è stato in quel momento che ti ho proprio costretto a fare la mostra…

Simone Mereu, Social

Viviamo in una civiltà d’immagine dove la nostra identità sembra affermarsi sempre più affidata all’apparire più che al pensare, ma tutti gli avatar che riempiono i vari social hanno dietro vite e pensieri, sono campionari di umanità. 

Inizialmente mi facevano pensare alle figurine dei calciatori, che ho amato senza amare o capire il calcio, in quanto parte dei mie giochi di bambino, poi mi hanno incantato con i giochi delle somiglianze, con il loro essere forieri di storie, racchiuse in quelle foto frontali, spesso poco espressive, ma che lasciavano la possibilità di avvicinarli ai volti incrociati per il viavai del nostro quotidiano.

E’ da li, dall’idea di un catalogo umano, che son nati prima i gruppi seriali, una sorta di griglia di ritratti come in I volti che vedo, Social o le disordinate Figurine per Tonna, ritratti sovrapposti come in nuova e diversa  partita di “scalineddu”, poi il concentrarsi sui singoli volti, piccole miniature che racchiudono mondi. 

Hai ragione, sempre Sokurov, nella lunga sequenza dei ritratti di Francofonia, dice che un essere umano ha un oceano in sé. Sembra che tu voglia resuscitare un’aura perduta delle persone ritratte, per rifarci a una parola – aura – cara a Walter Benjamin, ci parli dell’opera d’arte nell’epoca dei social?

In fondo, a ben pensarci, è uno dei compiti dell’arte, Un tempo l’aura rivestiva santi e potenti, oggi in una società di massa, in particolare nei social, dove tutti son tutto o possono esser tutto, dove realtà e finzione si mescolano di continuo, dove santi, santoni eroi e leoni da tastiera si alternano e mischiano a pensieri profondi e saggezze spicciole, l’aura si frantuma e si parcellizza, democraticamente. Non è un caso che prediliga le piccole dimensioni, anche se in mostra qualcosa va fuori da questo tracciato. Sostengo che dietro ogni persona c’è un mondo fatto di pensieri, glorie e miserie umane, ma che rende ricca l’umanità in tutta la sua diversità. Ho detto che mi piace giocare con le somiglianze, mischiare caratteri di più persone in nuovi personaggi, ibridare come fa la natura, che produce sempre cose diverse. Il mio non è un’anelito alla potenza divina ma un omaggio alla vita e al suo sapersi rinnovare.  

Simone Mereu, Antenata

Per la mostra hai scelto un titolo ironico: Antenati Possibili (pronipoti improbabili)

Posso solo dire che nel gioco fantastico dei ritratti di fantasia mi posso costruire tanto antenati possibili quanto pronipoti improbabili, come vorrei che, giocando con me, facesse ogni visitatore della mostra, entrando in un intimo e confidenziale dialogo con gli occhi dei volti che ho dipinto.

Concettina Ghisu 

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