Il “rituale magico” della condivisione dell’arte.

Il “rituale magico” della condivisione dell’arte.

Pensare che l’attuale valore simbolico dell’arte, legato alla globalizzazione del mercato dell’arte, trovi la sua matrice nella società greca, latina e medievale è una distorsione dettata dall’agenda della stessa industria culturale contemporanea.

L’approccio “classico” all’arte, era più vicino alle società primitive che alla nostra, l’uso sociale delle cose e non la loro fabbricazione, determinava l’attribuzione di significato al significante artistico nell’antichità.

Nelle civiltà “classiche” della nostra storia, le attività che il nostro sistema dell’arte chiama produttive, non sono affatto valorizzate, anzi sono disprezzate.

L’occupazione normale del cittadino veniva considerata il suo tempo libero , la negoziazione e il commercio erano invece attività senza nome, inconfessabili e disprezzabili.

Il cittadino che svolgeva tali attività, le svolgeva con vergogna e si muoveva con un prestanome.

Le pratiche artigianali, in origine erano considerate magiche,erano investite di un certo prestigio.

L’ideologia dell’artista, in quanto non lavoro, frutto del tempo libero, della spesa festiva e del dono, resterà sostanzialmente dominante fino all’era industriale.

Il naturalismo di Caravaggio e di Courbet, non è veramente qualcosa di moderno, anche se la modernità ne ricampiona il senso.

Nell’antichità e nel classico, c’è l’idea che l’uomo abbia dei bisogni naturali, che una trasformazione manuale e tecnica della natura sia necessaria per il soddisfacimento di questi bisogni e per la sopravvivenza della specie.

L’artigianato è figlio di queste argomentazioni.

Traiettorie d’individualismo cominciano a determinarsi in Occidente con il Rinascimento, dove il tempo libero dell’artista di corte diventa lavoro.

Il sistema dell’arte contemporaneo e la professionalizzazione dell’artista, non è quindi figlio del classico.

L’artista, gradualmente, si è trovato spinto dalla determinazione di sé e le proprie esigenze, verso il movimento del suo prodotto fatto merce.

L’artista si è ritrovato ad essere un “prodotto” del potere economico e politico, inquadrato in un ordine sociale e naturale dettato dal capitale.

Le stesse scienze sociali e critiche, funzionali agli interessi della borghesia, sono divenute leggi rigorose e intangibili.

Il bene comune del linguaggio dell’arte, lentamente lo si è fatto collimare con l’interesse personale ed egotico, nelle mani di principi che hanno imposto le mutate regole del gioco, fondate sulla proprietà e la concorrenza, a Lorenzo dei Medici sono seguiti Margaret Thatcher e Ronald Reagan.

La speranza?

La constatazione che il mito dell’ordine sociale, attraverso la truffa dell’artista socialmente legittimato dalla quotazione economica è entrato ufficialmente in crisi, se non di avanzata necrofilia.

Il matrimonio tra l’economia e la storia dell’arte sta fallendo e l’artista sta capendo di essere stato un figlio illegittimo in relazione alla sua vera forza naturale e socioculturale.

Comincia a subentrare in maniera diffusa, l’idea oggettiva, che al liberalismo e al mercato del sistema dell’arte, non ci sia alternativa.

Si comincia a lavorare in maniera diffusa, per esorcizzare il mostro transnazionale dell’arte fatta linguaggio globale dal sistema capitalistico.

Una riflessione bisogna farla, anche su come l’alfabetizzazione sui linguaggi dell’arte,  sia passata attraverso i mezzi di comunicazione di massa, in Italia, per la figura del “critico televisivo” e non attraverso gli artisti, andrebbe prima o poi fatta, almeno per comprendere realmente la condizione in cui opera l’artista italico.

Il critico televisivo si è elevato, anche a nome del bipolarismo politico, un facilitatore dell’intermediazione, lui e non la voce diretta degli artisti, per mandato politico, ha portato i contenuti dell’arte (errati) nelle case e nelle stanze degli Italiani.

Lui ha la responsabilità popolare di essersi fatto icona pop autocelebrativa, di avere azzerato la voce, la parola e la comprensione del linguaggio degli artisti contemporanei non sponsorizzati dal mercato.

Attraverso la sua figura, la televisione si è fatta cattiva maestra e nel nome della società dello spettacolo, della visibilità e della vetrinizzazione, si è lentamente perso e dimenticato il valore sociale dell’arte radicata nel contemporaneo.

La televisione generalista, nel nome dell’audience, negli ultimi trent’anni ha epurato dalla comunicazione di massa gli “intellettuali” (si chiamavano così?).

Il mediocre con opinioni di massa è lentamente diventato una figura positiva, le sue opinioni hanno cominciato a dilagare nel paese sempre meno bello.

Premesso questo, in qualsiasi società, sistema sociale e cultura, attraverso il linguaggio si nomina e classifica, un linguaggio dell’arte non condiviso , ma imposto, anche da un mezzo o una figura meditica, è impensabile, ogni identità artistica si definisce attraverso l’alterità e la comunità, i linguaggi dell’arte sono associati, nel tempo e nello spazio.

Lo stesso “sistema dell’arte” imposto dai mercati, cosa è se non una concettualizzazione stessa del linguaggio “artistico” dell’uomo, un riferimento ideale che scinde tra arte e vita, manipola i linguaggi dell’arte e ne rende mercato nel nome della professione.

In realtà il vero linguaggio di un artista, più che a un linguaggio omologato, dovrebbe affondare nella memoria collettiva, iscritta nella natura e nella memoria artistica di un luogo e dalla somma delle moltitudini di memorie individuali.

Questo per arrivare a parlare di mutazione violenta nel linguaggio dell’arte e dei suoi contenuti, anche attraverso la cultura del hip hop; prendiamo l’isola, con i suoi paesaggi e le sue stratificazioni, le sue memorie di caccia, navigazione, pesca e raccolta, di chi la vive e la percorre con agio nei suoi passaggi di paesaggi, perché l’ha vissuta da sempre e si ritrova a ripercorrere con lei i suoi quotidiani paesaggi della memoria.

Il paesaggio ha sempre un valore culturale, abituato e trasformato dalla presenza umana, che lo ha deliberatamente modellato o rispettato, caratterizzato per posizione geografica, determinando espressioni e linguaggi dell’arte specifici, creando in spettatori diversi in relazione al proprio vissuto attrazione, repulsione o indifferenza.

L’artista come si relaziona a questa specificità?

Imponendo un punto di vista e una lettura, si relaziona a uno spazio e a un tempo.

Per fare si che l’arte sia un fatto totale è necessario che lo spettatore sia parte della sua osservazione (anche lo stesso artista), serve sentirsi e ritrovarsi nella rappresentazione; nei linguaggi non solo dell’arte, sono le idee incoscienti che agiscono e accomunano.

L’inconscio simbolico è il mediatore tra l’artista e la sua opera e tra la sua opera e lo spettatore, gli “addetti ai lavori” sono superflui e non necessari.

Il linguaggio, il fattore sociale di un artista è una realtà autonoma che si muove da sola.

In origine il linguaggio dell’arte era magia, l’insieme di mistico e scientifico del primitivo.

L’artista come un mago compie atti magici anche quando non è un professionista; le rappresentazioni magiche sono le idee e le credenze che corrispondono all’atto magico; l’atto è il rito magico legato alla tradizione, gli atti rituali sono quelli in grado di produrre qualcosa di diverso dal convenzionale, sono efficaci e totali perché creano e fanno, nessun scopo dell’arte è irraggiungibile o distante dall’atto rituale magico.

L’isolamento come il segreto è un segno perfetto della natura intima del rito magico; l’isolamento è un segno quasi perfetto della natura intima del rito magico, il quale è sempre il fatto di un individuo o individui che agiscono a titolo privato; l’atto e l’autore sono avvolti dal mistero, ma attraverso il web diventano condivisione.

Il rito magico e artistico è irregolare, anormale e poco degno di stima.

Il rito artistico deve tornare ad essere magico, non un culto organizzato, per questo privato, sognato, misterioso e tendere verso il proibito.

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