Il trapper consumista

Riascoltando per la centesima volta le interviste a Ghali, Sfera, Capo Plaza e confrontandole con quelle di Quavo dei Migos, di Future, di Gucci Mane mi sono accorto di un particolare interessante: per tutti questi ragazzi (poi diventate star della Trap) l’incontro fondamentale, l’epifania della vita, non è stata con una persona o con un genere musicale, ma con un brand.

Per tutti loro è stato la scoperta orgasmica dell’entrare in un negozio di Gucci, Armani, Prada, Louis Vitton, ecc e comprare la loro prima cintura o t-shirt, l’illuminazione che li ha cambiati.


La dinamica è sempre la stessa: un oggetto di lusso visto infinite volte nella pubblicità e addosso ai più ricchi viene desiderato a lungo, si racimolano faticosamente i soldi per comprarlo (poco improta se con lavori precari e sottopagati o con lo spaccio) si entra nel negozio del marchio come mendicanti in un hotel Hilton, si punta l’oggetto, lo si prende, si va alla cassa e si tirano fuori i contanti per pagarlo (assolutamente NO carte), godendo dello sguardo mezzo schifato e mezzo compassionevole del cassiere/cassiera di fronte ad un pezzente che tenta di rifarsi.

Questo iter per i trapper è un rito di passaggio, ciò che lo trasforma da bambino a uomo, marchiandolo a vita… ed è identito per un afro-americano dei ghetti di New York come per un borghese impoverito di Cinisello Balsamo di Milano, una religione transnazionale e interetnica comune a tutto l’Occidente.


Chi non hai mai vissuto questo, chi non può nemmeno capire questa epifania, come può parlare di trap o giudicare un trapper?

Federico Leo Renzi

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