Il vero cammino di san Pietro lungo il crinale.

Le carovane di muli da trasporto, di notte e di giorno, passato il Ponte degli Alemanni o Ponte Romano, si inerpicavano per la Levata su verso la cima del monte. Percorso l’ultimo tratto di strada, veniva tolto il basto.

Quella strada in salita tra le colline di marna azzurra era il vero cammino di San Pietro verso il cielo; l’ultima tappa terrena era la chiesetta scarna dei San Giovanni, il battista e l’evangelista, lassù in cima al monte…

Dall’altra parte del monte, abitato in passato da esseri umani di antica stirpe, ormai tutti morti,  sicuramente saliti in cielo come fiammelle senza calore assieme a San Pietro della chiesetta di cui avevo trovato qualche traccia…

Rimaneva come una grande reliquia immateriale quest’idea dei nostri avi volatizzati e, da qualche parte sul monte, impresse nella pietra, anche le orme dei sacri piedi di San Pietro del Ponte, quando aveva fatto il salto lungo verso il cielo.

Alti e vestiti di scuro, con il cappello come il nonno, gli avi volatizzati si muovevano silenziosi tra le case addossate dei Vigneroli, spostandosi senza peso da una stanza all’altra, come in visita di cortesia; controllavano nei camini se avessero dimenticato qualcosa dentro l’aciat coperto dalla cenere vecchia.

Ogni pietra che avevo incontravo ai lati della Levata aveva una sua particolarità che dovevo assolutamente osservare e interpretare, era per me un segnale, un reperto che non sarei riuscito a portar via ma solamente ricordare dov’era.

Il fianco del monte fin d’allora aveva la sua strada, come scavata nella marna azzurra dalla pioggia e anticamente scalfita dal transitare dei muli in fila indiana, che provenivano dal porto di Savona, sia di giorno che di notte; quasi in cima alla salita vi era l’officina del maniscalco e il posto di cambio…

Il mio viaggio su per la Levata verso la cascina di Lavà non era ancora letteratura: avvicinandomi a quel luogo elevato compivo i primi passi nella tradizione orale e mi inoltravo inconsapevole nel libro immateriale della memoria…

Una prima scrittura a caratteri profondi veniva incisa nella gomma elastica della mia mente di bambino… Chiedevo informazioni allo zio Mario e a mio padre che mi sembravano reticenti e sommari, pensavo che non volessero rivelarmi il segreto dei Vigneroli o che non potessero.

Era un racconto che ad ogni richiesta si arricchiva di qualche particolare, dovevo solo aver pazienza e chiedere quando l’occasione si presentava.

Bruno Chiarlone Debenedetti

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