IN MORTE DI MAURO STACCIOLI

A Cagliari dal 1960 al 1963.

Mauro Staccioli è morto a Milano il 1 gennaio di questo nuovo anno.

Dal 1960 al 1963 aveva vissuto in Sardegna perché insegnava disegno, che oggi si chiama Arte e Immagine, alle scuole medie: aveva ottenuto una cattedra nella provincia di Cagliari, dopo il diploma all’Istituto Statale d’Arte di Volterra, la sua città, nel 1954.

Tre anni davvero formidabili per lui e per il mondo artistico sardo. A Cagliari sarà sempre legato e ricorderà con nostalgia gli anni trascorsi qui.

Cosa trova Mauro Staccioli nella Cagliari del 1960? Trova cose diverse tra loro e stimolanti per il suo percorso artistico, incontra persone, artisti, con cui dare vita a nuovi progetti. Trova la dimensione urbana di Cagliari, il cui boom edilizio post bellico è già fuori controllo, e l’industria aggressiva che sta nascendo, ma già adulta per divorare le coste e le bellezze naturali dell’entroterra. Trova la borghesia cagliaritana e i proletari, la povertà e l’arretratezza delle campagne e trova i minatori, con le miniere in crisi dopo lo sballo dell’autarchia.

Trova la terra del suo amato Gramsci, trova due nuovi amici, Primo Pantoli (anche lui scomparso alla fine del 2017) e Gaetano Brundu, con cui partecipa al Gruppo di Iniziativa, incontra Rosanna Rossi (1937), sua coetanea. Gillo Dorfles, non insegnava ancora estetica, sarà a Cagliari dal 1969 al 1974, mentre Corrado Maltese c’era già, dal 1957 al 1969.

Un anno dopo il suo arrivo a Cagliari, Staccioli realizza la sua prima mostra personale alla Galleria Golfo degli Angeli, nel marzo del 1961. Primo Pantoli scrive la presentazione del catalogo, vale la pena soffermarsi a leggere le sue parole: “Staccioli ci parlava di problemi, di uomini – non dell’uomo – e perché no? Di sindacati e di stipendi (e di fame), di programmi e di lotte. La problematica di Staccioli è problematica del reale nel senso pieno della parola, vale a dire del vissuto, dell’attuale condizione del suo spirito…”.

Staccioli espone dipinti e disegni che mostrano gli albori del suo percorso artistico, perché iniziano a interessarsi alla città come spazio vissuto e luogo dei cittadini, “la città e la macchina come termini di un’equazione il cui primo termine è l’uomo”, come scrive Simona Santini in Gli anni del cemento, nell’ottimo catalogo del 2012. Sono opere preziose perché da qui, da Cagliari, inizia a prendere forma il suo percorso artistico che parla della materializzazione degli ostacoli che negano agli uomini le loro stesse opportunità e diritti, parla dei mezzi di difesa adottati dalla città borghese dove muri, cancelli, inferriate, barriere separano chi ha i mezzi e il potere da chi non ce l’ha.

A tre anni dal suo arrivo in Sardegna, Staccioli si aggiudica una cattedra a Lodi e parte, torna a Cagliari nel 1968 per una personale al Centro di cultura democratica. Scrive in quell’occasione: “Non mi sento di accettare il ruolo dell’arte – dell’artista – come qualcosa di acritico che sta al di sopra degli eventi. Non è storia di oggi il Vietnam? E la condizione, l’esasperazione dell’uomo nelle fabbriche, nelle città, cos’è? E’ vero, certe forme di linguaggio devono rinnovarsi, ma non credo che si possa rinnovare veramente rimanendo sulla superficie della tela, girando intorno al problema. In una società capitalistica come la nostra, il ruolo dell’artista – dell’arte – non è quello di produrre oggetti di consumo, idee di consumo (Mec-art), ma quello di portare avanti un discorso contestativo al sistema, un discorso che salvi l’uomo dall’automazione dell’intelligenza, dalla programmazione delle idee”. Invece prodotti di consumo e idee di consumo sono quelle che oggi ritroviamo anche nel mondo dell’arte, anche se, a onor del vero, ci sono molti artisti che continuano sul solco di Staccioli, ideologicamente, il nostro Mimmo Di Caterino ne è un esempio.

Mauro Staccioli era figlio di un carpentiere, che gli insegna a gettare il cemento. Sarà per quella mediazione emotiva, quell’apprendimento è stata pura poesia e anche un cazzotto  alla bocca dello stomaco per chi si accostava alle sue opere. I genitori fanno sempre questo effetto.

Guardiamo con occhi nuovi la sua scultura di cemento del 1986, Scultura ’86, ai Giardini Pubblici di Cagliari: siamo fortunati ad averla.

Concettina Ghisu

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