“Inside myself” di Gloria Musa

“Inside myself” a cura di Flaminia Fanari dal 3 marzo al 4 aprile 2018, Gloria Musa

  L’impossibile metamorfosi Il tema della metamorfosi, la trasmutazione della materia, la simbiosi perfetta della figura umana, ora maschile ora femminile, con le rocce, il loro naturale e armonico fondersi l’una nelle altre, sono, da qualche tempo, i temi portanti della ricerca estetica di Gloria Musa.

Temi insidiosi, ostici, soprattutto per il pericolo, sempre presente, di cadere nella trappola della seduzione letteraria e del citazionismo artistico quanto mai radicati e tentacolari: una seduzione che affonda le radici ne Le Metamorfosi di Ovidio e un citazionismo sempre in agguato che, nelle interpretazioni dell’arte barocca fino al panismo di marca dannunziana che tutto riassume e tutto rifrange, trova insidiosi quanto pericolosi spunti ai quali attingere e dai quali farsi avviluppare in un abbraccio mortifero ed esteticamente banalizzante.

“Temi insidiosi, ostici, soprattutto per il pericolo, sempre presente, di cadere nella trappola della seduzione letteraria e del citazionismo artistico quanto mai radicati e tentacolari: una seduzione che affonda le radici ne Le Metamorfosi di Ovidio e un citazionismo sempre in agguato che, nelle interpretazioni dell’arte barocca fino al panismo di marca dannunziana che tutto riassume e tutto rifrange, trova insidiosi quanto pericolosi spunti ai quali attingere e dai quali farsi avviluppare in un abbraccio mortifero ed esteticamente banalizzante.”

L’artista, pur conscia della nobiltà e della pervasività di tali fonti, le travalica evitando facili divagazioni mitografiche e compiacimenti estetici. Con un processo che potremmo definire “di riduzione”, anestetizza la potenza soverchiante del paesaggio con un rigoroso B/N che ne annulla ogni velleità pittoresca esaltandone, viceversa, le potenzialità plastiche e strutturali.

La “deposizione” del corpo nelle strutture primigenie delle rocce, ora filamentose e stratificate, ora acuminate e frastagliate, anfratti, nidi, vagine, profonde e perturbanti voragini, talvolta accoglienti e materne, molto più spesso minacciose e oscure, assumono la valenza sacrale del rito, la conturbante ambiguità del sacrificio.

Quello di Gloria Musa è, pertanto, un raffinato gioco dialettico tra materia e forma, tra la texture scabra e, in apparenza, ostile della pietra, nella sua millenaria stratificazione e nella sua “eternità relativa” con l’effimera morbidezza della carne e la sua serica cedevolezza.

“La “deposizione” del corpo nelle strutture primigenie delle rocce, ora filamentose e stratificate, ora acuminate e frastagliate, anfratti, nidi, vagine, profonde e perturbanti voragini, talvolta accoglienti e materne, molto più spesso minacciose e oscure, assumono la valenza sacrale del rito, la conturbante ambiguità del sacrificio. Quello di Gloria Musa è, pertanto, un raffinato gioco dialettico tra materia e forma, tra la texture scabra e, in apparenza, ostile della pietra, nella sua millenaria stratificazione e nella sua “eternità relativa” con l’effimera morbidezza della carne e la sua serica cedevolezza.”

Corpi sacrificali e sacrificabili che pare aspirino a quella simbiosi anzidetta, in un processo alchemico enfatizzato, talvolta, da tatuaggi scritturali che esaltano, se ve ne fosse bisogno, lo iato apparentemente incolmabile tra natura e cultura.

In questo gioco, l’essere umano – segno culturale per eccellenza, “carnaio di segni”, per dirla con le parole di Foucault – aspira a riconquistare quella dimensione naturale perduta, una condizione aurorale relegata nei meandri dell’inconscio.

Le immagine acquistano così la potenza del sogno, evocano ritualità ancestrali, ri/congiungimenti antropo-geomorfici al contempo sensuali e sessuali per una palingenesi desiderata quanto impossibile da raggiungere.

Sogni infranti dunque, desideri inevasi, per un risveglio amaro che restituisce una natura ferita e un’umanità delusa, nuda, nell’effimera illusione della catarsi prospettata ma costretta, da un castrante principio di realtà, a re-indossare gli abiti di una quotidianità lacerata e non più ricomponibile.

Ivo Serafino Fenu

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