INSTAGRAM STORIES, TRAP E NUOVE GENERAZIONI

APPUNTI SULL’IGNOTO: INSTAGRAM STORIES, TRAP E NUOVE GENERAZIONI

Vorrei proporre un’idea nuova, che non piacerà a nessuno, per questo è necessario farlo.

L’idea è semplice: la trap e Instagram nascono e crescono insieme, in questa partnership la trap è colei che assimila talmente bene il modello del social da incarnarne l’estetica e farne linguaggio comune di un’intera generazione, quella che ha eletto Instagram a suo social preferito.

Partiamo dal vestiario: la prima cosa che risalta è l’abbinamento spregiudicato dei colori, l’onnipresenza dei tatuaggi, il mix di brand in contrasto fra loro.

Questi elementi se considerati separati, o peggio fuori dalla logica di Instagram, sono ridicoli, ma se teniamo conto di come funziona il social, ci appaiano perfettamente comprensibili.

Il tatuaggio sul viso infatti richiama prepotentemente l’attenzione, in quanto copre e nel contempo impregna di nuovi significati il volto, tradizionalmente ritenuto una zona del corpo strettamente personale ed immodificabile, se non attraverso il trucco, per sua natura artificio che si usa per presentarsi in società e poi da rimuovere non appena si torna nel proprio privato.

L’abbinamento di colori sgarcianti (dal rosa shocking all’arancione fluo) stacca nettamente l’individuo dallo sfondo, costringendo lo sguardo a mantenersi fisso su di lui.

L’abbinamento di brand con valori incompatibili fra loro allo stesso modo rompe il tradizionale abbinamento fra determinate marche e oggetti, ambiente sociale e status di chi le indossa:

se una felpa ADIDAS si può trovare addosso ad un qualunque ragazzo di classe non agiata che cammina in periferia, una borsa DIOR risalta e urta collocata su quel corpo e in quel contesto.

Tenuto presente questo, comprimete tutto il ragionamento in una foto che vi passa davanti fra mille altre scrollando Instagram: tutto il mix è fatto per colpirvi e costringervi a mettere like.

Non c’è altro sotto, ed è questa l’assoluta novità: è promozione di sé allo stato puro, self branding su social replicabile -potenzialmente- da chiunque.

Il video dei gruppi trap segue la stessa idea ma la porta a livelli esponenziali. Il video musicale trap (da guardare rigorosamente su Youtube) è una serie compressa, velocizzata e urtante di storie Instagram montate seguendo il beat creato dal producer.

Il video trap non racconta una storia, non aggiunge significati alla canzone, è pura estetica pubblicitaria applicata al singolo prescelto.

Per questo i video trap sono proporzionalmente sempre meno, e sono sempre più shocking ed elaborati: ogni crew trap deve innalzare la soglia dello shock, e per farlo non deve produrre un’unica idea nuova, ma diverse idee una più urtante dell’altra, perché un video di 3 minuti comprime almeno 4-5 stories di Instagram.

Questo non è un vezzo o una gara “artistica”, ma la linfa economica del genere: se non fai foto e stories che colpiscano perdi visualizzazioni (o ancora peggio, reactions) su Instagram, se non fai video urticanti perdi visualizzazioni su Youtube… ed il valore di un’artista e di una crew trap ha un solo indice: le visualizzazioni.

Senza visualizzazioni non hai contratti con gli sponsor (vestiti, oggetti e soprattutto auto!), senza sponsor non hai i mezzi per fare foto-stories-video shocking, senza di questi non otterrai visualizzazioni e sarai costretto all’incubo dell’anonimato.

Per questo le crew trap utilizzano come massima offesa verso haters e crew avversarie “Non ti seguo su Insta”, dove questa espressione è peggio di una sentenza di morte per il nemico, perché gli stai dicendo che non esiste, se non attraverso le visualizzazioni di chi segue te e sente parlare di lui.
Trovate tutto questo ridicolo ed estremo?

Allora non avete capito la mentalità della generazione Instagram: il like sulla foto è ciò che decreta se esisti realmente o meno.

La trap non fa che mettere in versi, dare un ritmo, creare un’estetica e un’epica condivisa di questo sentire comune.
Benvenuti nell’epoca dove nasci come prodotto da piazzare sui social.


Già che ci sono, aggiungo qui alcune annotazioni e problemi che risconto quando vado a parlare nelle scuole, magari possono essere utili

1- Non mi lasciano fare le discussioni a fine intervento con i ragazzi. per quanto insista, è più forte di loro, le motivazioni sono: “tanto non hanno niente da dire” “Cosa vuoi che capiscano” “sono apatici e ignoranti”.

2- Quando i ragazzi fanno domande e vogliono iniziare una discussione nel mezzo dell’intervento, gli insegnanti li stoppano, perché “disturbano” la mia lezione.

3- Non si può mai usare un linguaggio meno che aulico.

Parlo di video trap in cui i due ragazzotti infilano banconote con cui hanno appena sniffato cocaina nel tanga delle streaper, e le insegnanti mi fermano a metà perché ste cose non si possono dire.

In una quinta… di un liceo… socio-economico.

4- Parlo del metoo, entro nello specifico dei casi denunciati e delle loro conseguenze, le insegnanti mi fermano “perché queste cose possono urtare la loro sensibilità”, … in una quinta… di un istituto tecnico, dove su 20 alunni metà ascoltano trap americano, con video e testi 20 volte più urtanti di quello italiano.

5- Faccio un paragone fra le foto dei gruppi trap, quelle della Ferragni e quelle delle ragazzine, e niente, mi fermano ancora. “perchè mica le nostre alunne mettono le foto poco vestite sui social”… no, guardano le serie netflix sul narcotraffico e sul porn revenge, ma mica a 18 anni postano due chiappe su Instagram.

Tra l’altro le più bigotte sono le insegnati più giovani, quelle sui 40-45 per capirci.

E niente, non si può mai parlare di nulla nemmeno coi 18enni.

Nemmeno di quello che gli interessa perché è la loro esperienza.

Bisogna sempre parlargli d’altro, elevarli, “educarli”.

Come mi ha detto un’insegnante dopo il mio intervento “Grazie di essere venuto, adesso capisco meglio i ragazzi. Prossima settimana gli farò analizzare bocca di rosa per fargli capire il dramma della violenza sulle prostitute”.

Sì, quelle dell’Italia contadina del dopo boom

Federico Leo Renzi

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