Intervista a Bruno Pittau

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Quando nasce il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico corrisponde ad un percorso esistenziale, ad una necessità interiore.

Faccio mia la definizione che diede di sé Ardengo Soffici:

«Io non sono né un pittore né uno scrittore, ma un uomo che dipinge e scrive per una sua intima necessità.

Non so concepire che si possa, dell’arte e della poesia, fare un mestiere o una professione.

L’arte per me è il solo modo di essere e di conoscere la realtà e la verità dell’universo».
Ma ovviamente prima di maturare una concezione gnoseologica dell’arte, la motivazione iniziale è stata la passione per il disegno.

Amavo il segno calligrafico, analitico, i miei primi motivi d’ispirazione furono Magnus, Crumb, Moebius.

Poi i modelli si articolarono in Dürer, Leonardo, Bruegel. Magritte, Escher, Kandinsky, Malevic, Klee, Savinio, Rauschenberg, Bacon, che rimangono riferimenti costanti e imprescindibili.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

L’influenza diretta e determinante è stata quella di Luigi Mazzarelli, prima come suo allievo e poi nell’officina culturale della rivista “Thèlema”.

Ma ho anche qualche debito verso Angelo Liberati, col quale trovai diverse affinità, dal gusto per il disegno al riferimento alla pop art di Rauschenberg, ma soprattutto in un comune retroterra culturale nell’universo poetico di Bob Dylan.

Cosa cerchi in arte?

In arte cerco l’ineffabile, quel che può essere espresso unicamente nel linguaggio dell’arte e che non ha traduzione prosaica.

È il pensiero simbolico che non può venire circoscritto e ridotto dal pensiero utilitaristico.
Ma si tratta innanzitutto di un percorso esistenziale, che un profano scambia per ricerca linguistica.

Dunque il “recupero della semantica”, che fu il manifesto programmatico e riferimento poetico di “Thèlema”, non è questione astratta e spiritualistica, intimistica, privata e solipsistica… ma investe il problema della “morte dell’arte”, ripropone le istanze (eluse dal postmoderno) delle avanguardie storiche e si pone in rapporto diretto con la società.
La ricerca in arte deve porsi mete ambiziose, sperimentali,  per poi fare i conti con la realtà effettiva.

E dunque è necessario il riscontro critico, bisogna proporre al pubblico gli esiti del proprio lavoro…

e umilmente imparare.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

La mia ricerca è tutta nel confluire tra “segno” e “disegno”, in una terra di confine, di sfumato, tra il mondo visibile e il mondo invisibile, tra rappresentazione e aniconismo.

E l’umile grafite, la matita, nelle sue modalità “a tratto” o “senza stacco”,  è lo strumento perfetto per indagare tra il piano corpuscolare e quello ondulatorio, tra il discreto e il continuo.

– Detto così, mi rendo conto, suona piuttosto astratto e cerebrale, senonché il motore è sempre una pulsione espressiva, è sempre il dato esistenziale a condurre il proprio “racconto del mondo”, a produrre la propria weltanschauung.
Ci vuole un formidabile motivo per turbare il bianco di un foglio vuoto, è una sfida che si svolge sia su un piano programmatico, ma anche su un piano di totale istintività, in obbedienza alle pulsioni espressive e senza nessuna intenzionalità cosciente.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Non ho alcun rapporto con il “mercato dell’arte”, quello dei circuiti delle gallerie, dei collezionisti, dei musei.

La domanda reale dovrebbe essere «qual è il tuo rapporto con la società?», invece si dà come metro di valore l’artificiosità del mercato.
Senz’altro l’unico riconoscimento effettivo è quello tangibile e concreto dell’acquisto delle “opere”, ma in arte esistono infiniti modi di interazione sociale che vanno oltre il mero commercio di “complementi d’arredamento” (questa appunto è diventata la pittura che ha perso ogni autonomia, ogni significato proprio, è solo una innocua funzione estetica dell’arredo di spazi abitativi).

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Ad un artista che voglia vivere d’arte proporrei innanzitutto una riflessione sul rapporto tra arte e vita.

Senza aver chiara consapevolezza del rapporto arte/società non è possibile effettuare libere scelte, ma si viene immersi e trascinati dal flusso delle rappresentazioni collettive.

Dunque consiglierei lo studio della storia dell’arte, di Argan e Gombrich, ma soprattutto la “storia sociale dell’arte” di Hauser, che illumina sul rapporto storico artista/committente.

E infine di approfondire i rapporti tra arte e potere, indagare per es. sulla relazione tra Michelangelo e il papa Giulio II, oppure tra Bulgakov e Stalin.

Lo scoprire quando, come e perché il poeta diventa giullare, può insegnare a difendersi o anche, per chi lo voglia, aderire alla realtà consensuale e collaborare al paradigma del dominio.
Detto ciò,  di arte si può tranquillamente vivere (o morire) in molti modi.

L’artista romantico, affamato e maledetto, non è più di moda…

Andy Warhol ha dimostrato che ci si può arricchire, ma a condizione di saper mettere nel circuito di comunicazione i propri “feticci”, le “opere”, il proprio “marchio di fabbrica”.

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Sito-studio grafico: http://www.brokenart.org/
Rivista Web: http://www.soliana.net/
Profilo Facebook: https://www.facebook.com/bruno.pittau

Francesco Cogoni. 

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