Intervista a Edoardo Pappi

 

 

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Artistico è una parola che non mi piace, soprattutto perché ormai troppo abusata e dal significato per me indefinibile.

La maggior parte dei prodotti che comunemente vengono definiti artistici in realtà non lo sono, e giudicare se un prodotto sia artistico o meno è per me quasi impossibile, soprattutto se si parla di quello che produco io.

Dunque il mio percorso non è legato all’arte ma al cinema, che prima di essere un’”arte” è la mia passione.

Il percorso verso la scoperta della mia passione inizia circa dieci anni fa, dopo un regalo di Natale: una piccola telecamera a pellicola con la quale ho iniziato a fare riprese totalmente improvvisate delle cose che mi stavano attorno.

Riprendevo in maniera istintiva ed ero mosso da un senso estetico completamente personale e quasi per niente influenzato dai film che avevo visto o dai libri che avevo letto (del resto, avevo solo otto anni).

Non mi ricordo quando io abbia iniziato ad approcciarmi a questa mia passione con la volontà di fare cinema per davvero.

Ma con il tempo, comunque, la cosa è venuta naturale.

Non voglio definirmi regista o ancor peggio artista, soprattutto perché non lo sono a tempo pieno e perché si rischia sempre di essere fraintesi. Sono un appassionato.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Durante il mio percorso sono stato influenzato dal cinema in sé, per la sua immediatezza e facile reperibilità.

Del resto, chiunque può guardare un film, se ne ha voglia.

Allo stesso modo, chiunque può fare un film, sempre se ne ha voglia.

Siamo molto liberi sotto questo punto di vista. 

Ciò che più mi ispira e influenza, comunque, sono evidentemente le persone che mi stanno intorno e le cose che vedo quotidianamente.

Oltre a quello, ci sono le cose che penso.

Ma ciò che penso deriva da quello che mi succede o dai film che guardo.

Parlando di persone, credo di essere stato influenzato dai maestri del cinema in generale.

Del resto si è praticamente obbligati a farsi influenzare da loro: hanno tracciato il sentiero che bisognerà seguire per arrivare al punto di poter decidere liberamente e con intelligenza cosa inquadrare, cosa scrivere, cosa dipingere, cosa dire e tutto il resto.

Non seguendo le loro orme si rischia di rimanere mediocri.

Pensare di poter inventare nuove regole senza conoscere quelle vecchie non ha senso.

Quindi mi faccio influenzare anche dalle regole, perché si è davvero liberi solo quando si hanno delle regole.

Cosa cerchi attraverso l’arte di fare film?

Cerco di stupire.

Di far aprire gli occhi e di far parlare.

Cerco ovviamente anche di piacere e di lasciare un piccolo messaggio.

Cerco di influenzare chi verrà dopo e anche di sopravvalutarmi.

Cerco di fare meglio di chi è venuto prima di me.

Insomma, faccio tutte quelle cose che fanno gli artisti.

Ma io artista non sono…

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Da un po’ di tempo a questa parte sto cercando di portare avanti un discorso sul linguaggio.

Il linguaggio è un argomento che offre moltissimi spunti di riflessione sulla libertà, sulle regole e sulla comunicazione in generale.

Comprendere le vere dinamiche che portano alle creazione di un linguaggio è una delle basi per poterlo maneggiare alla perfezione e per poter, se necessario, dirgli addio.

Nel capolavoro di Godard “Adieu au language” si capisce bene ciò che intendo. Durante gli ultimi due anni ho girato un cortometraggio, “Le Foglie Morte”, che ha come tema il linguaggio e i suoi limiti, i suoi cliché, le sue barriere invalicabili sulle quali si ricade costantemente e il suo essere in sostanza un limite per la libertà dell’individuo che si confronta con la società.

Facendo piccoli coscienti passi si può arrivare alla costruzione di un nuovo linguaggio.

Ci sto provando e continuerò a portare avanti questo discorso nei miei prossimi lavori.

Qual’è il tuo rapporto con il mondo del mercato?

Non ho rapporti con il mondo del mercato.

Quando entra il gioco il mercato si è sempre meno liberi di fare esattamente ciò che si vuole.

Non fraintendermi, guadagnarmi da vivere facendo ciò che amo fare è il mio sogno ed è un sogno condiviso da miliardi di persone, ma fino a quando potrò concedermi il lusso di dire:

“Io con il mercato non voglio averci nulla a che fare”, lo dirò.

E’ così bello poterlo dire.

Cosa consiglieresti ad un giovane regista che vorrebbe vivere di quest’arte?

Io sono giovane, ho diciotto anni.

Posso dare consigli a me stesso, volendo.

Non c’è una formula o un sentiero da seguire per arrivare a vivere di arte, la quale comunque è sempre stata un fenomeno di classe soprattutto quando si parla di riuscire a vivere di questo.

Nell’arte c’è molto più materialismo di quanto possa sembrare, ed anche per questo è un ambiente che non mi affascina per niente, sebbene il concetto di arte sia così bello.

Un po’ come il concetto di Chiesa.

Ma come tutti i settori, anche quello dell’arte sta diventando sempre più spietato e mosso da meccanismi che di artistico hanno ben poco.

Quindi, oltre alla passione e alla bravura, che si costruiscono con il tempo, ci vogliono anche due coglioni grandi come una casa per vivere di arte.

Quelli te li dà il buon Dio oppure te li fai venire con un po’ di sana intraprendenza.

Ma di tutto questo ancora non mi interesso.

Molto spesso, vivendo di arte, si rischia di dover scendere a grandi compromessi, soprattutto riguardanti il proprio prodotto artistico.

Voglio ancora sognare di poter fare quello che mi pare.

Per rassegnarsi c’è sempre tempo.

 

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Francesco Cogoni.

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