Intervista a Irene Salvatori

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Direi che le mie origini nascono negli anni 30-40 a Campo de’ Fiori a Roma nella casa che era di mia nonna.
La mia era una famiglia di artisti e somigliava ad un museo con tutti quegli atelier.
Ne sono stata ovviamente più che influenzata.
Il mio percorso personale pero’ si completa e si concretizza sul tardi.
Dopo l’Università sono andata a Parigi e là ho fatto l’Accademia di Belle Arti.
Da quel momento ho sempre dipinto, ho lasciato il mio lavoro di archeologa e mi sono dedicata completamente all’arte.
Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Sicuramente Caravaggio e De Chirico.
Dal primo lo studio della luce e dall’altro l’idea del manichino “al di là ” della persona in sé.
Cosa cerchi attraverso l’arte?
La mia ricerca si concentra su una particolare metafisica.
Quella dell’essere, al di là del corpo.
I miei manichini o come li si voglia chiamare, sono emozioni, un attimo colto nel tempo che , congelato, diventa per sempre.
Chiunque può identificarsi con un’emozione.
E poi la luce, sempre la luce…
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Qual’è il tuo rapporto con il mercato?
Bha, altalenante.
Nel corso di tanti anni ho avuto a che fare con mercanti e galleristi di ogni tipo.
Ma loro non sono il mercato.
Gli alti livelli hanno giochi ed equilibri tutti loro.
Io ho una rete di clienti in espansione che ami apprezza e mi sostiene.
Il mercato, è ormai intossicato di immagini e ormai chi compra , è fortunatamente molto selettivo.
Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?
Di essere molto determinato.
Tanta gavetta e umiltà. 
Che la strada da fare è tanta.
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Francesco Cogoni.
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