Intervista a Lidia Licheri

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Difficile per me stabilire un preciso inizio, ho sempre amato il disegno e il colore ma del resto, in età prescolare credo che questo sia anche una caratteristica comune a moltissimi bambini.

La mia particolare inclinazione verso questa forma di espressione che ha fatto la differenza però probabilmente si è vista con la scuola: quando è stato chiaro che, per esprimermi, non avrei mai potuto abbandonare il tratto e il colore in favore della scrittura.

La mia prima mostra collettiva, quella si la ricordo benissimo. Avevo 15 anni, il tema era “l’emancipazione Femminile”, si tenne presso un piccolo centro culturale della località in cui allora vivevo: Poggio dei Pini. Dipinsi per l’occasione la mia prima tempera su tela o forse sarebbe meglio dire su lenzuolo , visto che proprio di un suo lembo si trattava .
Fu da quel momento che inizio’ a crescere in me una certa consapevolezza artistica e con lei una grande sofferenza perché nella mia realtà quotidiana, quella passione, quel furore, non erano considerati esattamente una virtù.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo operare?

In un ambiente socio familiare che non solo non favorì ma addirittura si oppose, anche contro il parere dei miei insegnanti dell’epoca, a che la mia formazione scolastica seguisse indirizzi artistici, la svolta dovette aspettare.
Ma certe fiamme son dure da sopire e fu così che all’età di 21 anni in un’aula di Storia del diritto Italiano nel bel mezzo di un corso di laurea in giurisprudenza, conobbi una persona che mi liberò da quelle sovrastrutture sociali che volevano relegare l’arte al sogno e il quotidiano al diritto, al profitto alle professioni . Tutte cose nobili in altre vite si intende, ma da quel momento non più nella mia.
Fu una vera illuminazione: sono cresciuta con un forte senso del dovere e la mia formazione si opponeva al pensiero che certe prospettive di vita potessero essere reali, relegandole puntualmente a rango di romantiche fantasie.
Ora io non so dire se il ruolo di quel ragazzo, che poi 8 anni dopo ho sposato, sia così importante come lo ricordo io oppure come mi ha sempre detto lui abbia solo avuto il merito di “aprire la porta di casa e farmi uscire”, ma per me fu un punto di non ritorno.
Sotto il profilo strettamente artistico ho ammirato amato e studiato tanti grandi maestri dell’arte dai quali non smetterò mai di cercare di imparare e dai quali in modi e periodi diversi ho senz’altro anche inconsapevolmente subito un’ influenza: . durante la mia adolescenza sicuramente sono stata affascinata e condizionata dai grandi metafisici e dai surrealisti , ma anche da molti espressionisti .
Solo negli ultimi anni sono stata rapita completamente dall’astrattismo,
vedere A Milano la grande mostra dedicata a Vasilij Kandinskij ha segnato un altro importante passo nel mio percorso
Senza ancora cimentarmi in questa forma d’arte, per la quale non mi sento ancora ne pronta ne matura (e chissà se mai lo sarò), ho comunque arricchito la mia ricerca artistica e stilistica… (come negli album “forme e formalismi” e “dizionario cromatico degli stati d’animo”). 
Comunque, se dovessi scegliere un pittore ed uno solo in cui più di altri mi sono identificata, quello sarebbe senz’altro Henri Rousseau: il Doganiere forse proprio per le sue scelte di vita e per la purezza del suo linguaggio pittorico, per la sua originalità e capacità di regalare al mondo una nuova e bellissima visione della natura attraverso il suo stile naïf e i suoi travolgenti colori. (non a caso all’amore verso questo grande Artista ho dedicato una delle mie più importanti e grandi tele terminata nel 2019 e intitolata il Paradiso).

Ma al di là delle naturali influenze che in ciascun percorso artistico volenti o nolenti tutti subiamo, così come da ogni esperienza di vita, uno dei miei obiettivi costanti è sempre stata la ricerca di un ‘originalità, la costruzione di uno stile totalmente mio che mi rendesse riconoscibile, che avesse la capacità di identificarmi più o meglio di quanto potesse farlo un documento d’identità.

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?

Cerco di rendere visibile un mondo di fantasia che altro non è che la mia percezione di ciò che mi circonda.

I miei sono messaggi personali ma il tramite è universale e ciascuno può trovarvi la propria dimensione.

Vivo tutto il mio quotidiano per immagini, converso con le persone e traduco in tempo reale come se parlassi perennemente una lingua straniera, quella delle parole.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

“Se potessi descrivere la mia arte non dipingerei” disse una volta Hopper.
La direzione della mia ricerca è quella che ti descrivevo poc’anzi poi certo ci sono stati mezzi diversi per sentimenti diversi.
Da un punto di vista artistico formale le creazioni a cui riconosco maggiore potenza sono i quadri che hanno per protagonista la mia “donnina” e mi rendo anche conto che sono quelli che richiedono maggiore riflessione e approfondimento: hanno tempi narrativi che mal si conciliano con quelli frenetici dei nostri giorni ma fanno di questo un punto di forza, una barricata di resistenza.
Poi ci sono i viaggi nelle “città” (album viaggi) e i “coloritratti” (album coloritratti) il mio modo iconico per descrivere l’Io in se e l’Io nel mondo e nella propria storia; i quadri concettuali a tecnica mista dove sperimento la terza dimensione e trovo contatto con quella che immagino come la materia del nostro pianeta terra: la creta
gli acquerelli per quei momenti in cui ho voglia di dire le cose sottovoce (album disegni acquerellati e acquerelli), gli oli, nel mio caso sempre svincolati da progetti preparatori ma semplice magia di creazione istintiva in cui le immagini emergono dal colore come le vecchie foto in bianco e nero nella bacinella.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Direi un rapporto incidentale.

Come si è capito da quanto ci siamo detti finora non produco certo per il mercato.

Quando è il mercato ad interessarsi a me non mi sottraggo al dovere di ogni buon artista e do il mio contributo facendo in modo che le mie produzioni circolino, viaggino per il mondo.

Ma sono all’antica, deve essere lui a fare il primo passo e non voglio legami di alcun genere.

Del resto siamo in temi in cui tutto si vende al mercato, anche le proprie vite private, perciò continuando a modo mio non credo di far torto a nessuno.

Arte e mercato dell’arte si assomigliano per assonanza ma non sempre per significato.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Beh dopo tali premesse è evidente che gli consiglierei di cercarsi un lavoro (ride)… scherzi a parte…

Credo che la prima cosa che debba fare un artista che decide di dedicarsi seriamente all’arte, sia garantirsi una forma di indipendenza economica che sia diversa dal mercato dell’arte, perché ciò gli garantirebbe la vera libertà’ interiore elemento per me fondamentale e imprescindibile per fare Arte.

A suo tempo io scelsi la strada del Doganiere Henrie Rousseau e oggi posso dire con assoluta certezza che fu quella giusta che tornando indietro rifarei senza alcun dubbio.

Comunque il consiglio migliore che potrei dare ad un giovane è di rispondere ad una semplice domanda: vuole essere un artista o vuole fare l’artista?

A seconda della risposta che darà a se stesso dovrà stabilire le diverse priorità.

Gli album citati nell’articolo sono fruibili a questo link: https://www.facebook.com/ladonnina/photos_albums

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Francesco Cogoni.

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