Intervista a Lidó Rico

1-03-2016- LIDO RICO.

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Ha inizio presso l’Università di Belle Arti di Valencia, visto che non ha soddisfatto le aspettative mi son spostato alla Scuola di Belle Arti di Parigi.

Pur avendo Christian Boltanski come insegnante, non mi ha sedotto come dinamica di formazione. 

Quando ho cominciato a realizzare le mie prime mostre ho capito che era l’inizio di un lungo cammino.

Ho sempre pensato che le cose devono essere fatte da impegno e passione; questi due concetti sono stati collegati alla mia vita fin dall’inizio.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Ho fatto la mia prima mostra personale negli ultimi anni ’80, precisamente in Italia.

Ho avuto la fortuna di incontrare Massimo Minini, è stata una delle prime persone che mi hanno fatto ricercare e osservare l’arte a partire dalla normalità.

Poter carpire il valore che trasmettono certe persone è uno dei migliori regali che la vita può offrire.

Anni più tardi, qualcosa di simile è accaduto quando ho incontrato Enzo Cucchi: siamo stati compagni di galleria a Madrid e abbiamo avuto l’opportunità di condividere bei momenti.

Mi ricordo di una mostra di Anselm Kiefer a Yvon Lambert, un’altra di Richard Serra, ed un’altra sul suprematismo russo che mi ha affascinato, e ne potrei citare molte altre.

La nostra memoria è come un vaso vuoto che viene riempito goccia dopo goccia, come la nostra vita scorre secondo dopo secondo: per questo posso dire che la più grande influenza sul mio lavoro sono le piccole cose, la stretta relazione con il mio ambiente, la consapevolezza della fragilità che emerge dal proprio corpo.

La cosa che può sembrare più inutile, una semplice parola, un suono, può innescare un vortice di idee.

Cosa cerchi attraverso l’arte?

Cerco risposte, l’arte serve a penetrare la vita, viviamo in una società in cui anche il più radicale è noioso, corretta e prevedibile, l’arte ci dà la libertà necessaria, di cui la persona ha bisogno per far progredire la propria conoscenza.

Viviamo in una prigione, imprigionati nel corpo, partendo dal presupposto che la libertà è una menzogna, un’utopia, libertà è quando si può iniziare a sviluppare un discorso, il problema è che viviamo nella società del panico, che ha fatto di immediatezza e cosmesi una religione, le persone vengono educate in superficie, ed è qui che l’arte deve prendere posizione, aprire la testa dello spettatore come rompesse il guscio di una mandorla, introdurlo a mondi e sapori sconosciuti.

L’arte è il risultato di un attrito con la realtà, l’intensità di quell’attrito è quello che mi interessa di più, è lì che il suo valore e il suo potere è.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Se un uomo è blando è mediocre, non resta nel tempo, no può avere nessuna credibilità, e col tempo mi sono reso conto che, il più grande tesoro dell’uomo sono le idee, i concetti rimangono e sono vero cibo.

Ho iniziato a lavorare con le resine una trentina di anni fa, la mia fedeltà a questo materiale è nauseante, utilizzare sempre lo stesso materiale dopo tutto questo tempo, ho un rapporto affascinante, quasi romantico, di amore-odio con questo liquido chiaro.

Il miracolo è che questo materiale, sta nel fatto che si tratta di un processo chimico potenzialmente in grado di generare emozioni, creare attrazione o repulsione nello spettatore, non faccio altro che iniettare la mia esperienza, dosificando la mia vita, allo stesso modo io mescolo il catalizzatore.

Non mi piacciono le distanze, per questo motivo il mio corpo è stato lo strumento principale, sono state prima le dita, poi le mie mani, poi tutta la mia anatomia, che ne abusa senza pietà, in un pericoloso processo piuttosto straziante, per trovare risposte si deve sfuggire alla logica del prestabilito e assimilato.

Quattro anni fa ho iniziato un progetto con vari neuroscienziati noi lo chiamiamo “Genoarquitecturas” l’evoluzione consiste nel creare sinergie fra arte e scienza, dopo aver ottenuto i permessi opportuni, facciamo stampi di diversi cervelli umani reali, che utilizziamo per sviluppare i diversi concetti che mi stanno trasmettendo.

Alla fine si parla tutti insieme, l’uso del corpo ha riportato al cervello, l’inutilità della carne la cui ospita il nostro più prezioso tesoro:

la nostra mente.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Sopra al mercato dev’essere posta la coerenza e per mantenerla si deve essere disposti a rinunciare a molte cose, mettere il lavoro nelle mani di una galleria corretta sta diventando più complicato.

La Spagna è un paese difficile, l’endogamia sofferta da molte istituzioni è drammatica, la mia filosofia di vita è stata progettata per tenere fuori di tutta questa tossicità, io vivo alla periferia della periferia, dove la solitudine è sempre stata la mia migliore alleata, sono fortunatamente un professionista che non può smettere di lavorare e viaggiare.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Cerco dirlo in modo semplice, fuggite dalle mode come fuggireste dal diavolo.

Il problema è sempre dentro di noi, ed è li che dobbiamo concentrarci, è li che si deve iniziare a sviluppare un lavoro.

Non cercare la sorpresa gratuita, non avere l’ansia nel prendere decisioni ma pensa alla tua strada e difendila con costanza, questo è il segreto, ognuno di noi è unico, ognuno può portare una nuova prospettiva, non dovremmo essere sedotti così facilmente, è giunto il momento di agguantare la nostra vita senza paura.

La questione non è dipingere o scolpire meglio di chiunque altro, è quello di scoprire la propria voce, lentamente, la vita si basa sulla nostra coscienza, cerchiamo che la nostra costruzione stia in terra più solidamente possibile.

Intervista in lingua originale:

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Comencé en la Universidad de Bellas Artes de Valencia, viendo que no cumplía con las expectativas que esperaba fui a la Escuela Superior de Bellas Artes en París, a pesar de tener a Christian Boltanski como profesor, tampoco me sedujo aquella dinámica educativa, fue entonces cuando comencé a realizar mis primeras exposiciones, era consciente de que era el comienzo de un largo camino, siempre he pensado que las cosas hay que hacerlas desde el compromiso y la pasión, estas dos palabras han estado ligadas a mi vida desde el principio.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Realicé mi primera exposición individual a finales de los años 80, precisamente en Italia, tuve la suerte de conocer a Maximo Minini, fue una de las primeras personas que me hizo creer y mirar el arte desde la normalidad, poder empaparte del valor que trasmiten determinadas personas es uno de los mejores regalos que la vida pueda ofrecerte, años después me ocurrió algo similar cuando conocí a Enzo Cucci, éramos compañeros de galería en Madrid, tuvimos la oportunidad de compartir buenos momentos. Recuerdo una exposición de Anselm Kiefer en Yvon Lambert , otra de Richar Serra, del Suprematismo ruso que me fascinaron, así te podría contar muchas.

Nuestra memoria es como un vaso vacío, se va llenando gota a gota al igual que nuestra vida pasa segundo a segundo, por esta razón te puedo decir que la mayor influencia en mi trabajo, son las pequeñas cosas, la íntima relación con mi entorno, la conciencia de fragilidad que se desprende de tu propio cuerpo, lo más inútil que te puedas imaginar, una simple palabra, un sonido, puede desencadenar un torbellino de ideas.

Cosa cerchi attraverso l’arte?

Busco respuestas, el arte sirve para taladrar la vida, vivimos en una sociedad en la que hasta lo más radical resulta aburrido, correcto y predecible, el arte nos aporta esa libertad necesaria que el hombre necesita para avanzar en su propio conocimiento.

Vivimos dentro de una prisión, encerrados en un cuerpo, a partir de asumir que la libertad es una mentira, una utopía, es cuando se puede empezar a desarrollar un discurso, el problema es que vivimos en la sociedad del pánico, que ha hecho de la inmediatez y la cosmética su religión, las personas están siendo educadas en la superficie y es aquí donde el arte tiene que tomar partido, abrir la cabeza del espectador como el que rompe la cáscara de una almendra, para introducirlo a mundos, a sabores desconocidos, el arte es fruto de una fricción con la realidad, la intensidad de ese rozamiento es lo que más me interesa, es ahí donde está su valor y su poder.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Es hombre es blando y lo blando es mediocre, no permanece, no tiene credibilidad, a lo largo del tiempo me he dado cuenta que el mayor tesoro del hombre son las ideas, los conceptos permanecen y son el verdadero alimento.

Comencé hace treinta años a trabajar con resinas, mi fidelidad con este material es enfermiza, sigo utilizando el mismo después de tanto tiempo, tengo una fascinante relación casi sentimental de amor-odio con ese líquido transparente. El milagro está en que ese material, que no es más que química pueda llegar a generar emociones, crear atracción o repulsión en el espectador, lo único que yo hago es inyectarle mi experiencia, dosificarle mi vida de la misma manera que le mezclo el catalizador.

No me gustan las distancias, por esta razón mi cuerpo ha sido mi principal herramienta de trabajo, primero fueron mis dedos, después mis manos, más tarde toda mi anatomía, a la cual maltrataba sin piedad en un peligroso proceso bastante angustioso, para encontrar respuestas hay que huir de la lógica, de lo preestablecido y asimilado. Hace cuatro años comencé un proyecto con varios neurocientíficos al que denominamos “Genoarquitecturas”, la evolución consiste en establecer sinergias entre arte y ciencia, después de conseguir los permisos oportunos, logramos realizar moldes de diferentes cerebros humanos reales los cuales utilizo desde entonces para desarrollar los diferentes conceptos que me van trasmitiendo. Al final todo tiene su sentido, la utilización del cuerpo desembocó en el cerebro, la inutilidad de la carne derivó hacia donde se hospeda nuestro más valioso tesoro: nuestra mente.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Por encima del mercado está la coherencia y para lograr mantenerla hay que renunciar a muchas cosas, poner tu trabajo en manos de una galería que sea la adecuada es cada vez más complicado.

España es un país difícil, la endogamia que sufren muchas de sus instituciones es dramática, mi filosofía de vida está diseñada para mantenerme al margen de toda esa toxicidad, vivo en la periferia de la periferia donde la soledad ha sido desde siempre mi mejor aliada, afortunadamente soy un profesional que no paro de trabajar y de viajar.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Que intente hacer las cosas sencillas, huir de las modas como quien huye del diablo. El problema siempre está en nosotros, es ahí donde hay que centrarse, donde hay que comenzar a desarrollar un trabajo.

No buscar la sorpresa gratuita, no tener ansiedad a la hora de tomar decisiones y pensar que un camino se defiende con perseverancia, este es el secreto, cada uno de nosotros somos únicos, cada uno puede aportar una nueva perspectiva, no hay que dejarse seducir por lo fácil, hay que arrancarle capas a la vida sin miedo.

La cuestión no es pintar o esculpir mejor que nadie, es descubrir tu propia voz, poco a poco, la vida construye nuestra conciencia, hay que intentar que esa construcción sea lo más sólida posible desde sus cimientos. 

Contatti:

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Francesco Cogoni.

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