Intervista a Lavinia Longhetto

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico nasce nel 2006, quando decido di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dopo aver frequentato il liceo classico a indirizzo linguistico.

L’arte, la musica, il cinema e le lingue straniere restano gli elementi per i quali nutro da sempre una grande passione.

L’arte ha comunque stravinto su tutte le altre.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Sono innumerevoli le materie che hanno influenzato il mio percorso artistico.

In primis il mio vissuto.

Ho subito due lutti familiari, uno quand’ero bambina e uno da adulta, che hanno cambiato e cambiano tutt’ora il mio modo di essere, di vedere l’arte, di osservare ciò che sta intorno e accanto.

Ciò che vivi personalmente sulla tua pelle, cambia la tua pelle, il tuo corpo, le tue reazioni.

Fa di te un corpo vissuto, invecchiato, logorato, ma vero e reale.

La materia, nel vero senso del termine, mi ha cambiato.

L’utilizzo di materiali diversi e di tanta tantissima sperimentazione, ha contribuito e fa tutt’ora in modo che io cresca sempre.

Non mi piace dare un’impostazione classica e accademica al mio lavoro.

Anzi, laddove ci sono artisti accademici che non unirebbero mai 2 elementi che accademicamente cozzerebbero tra loro, io decido di realizzare questa unione.

Mi piace percepire con il tatto, l’olfatto, l’udito, il gusto, il supporto che uso.

Mi piace osservare come si logora la carta man mano che aumento le tracce su di essa.

Sento il bisogno di sentirmi in relazione quasi simbiotica con l’opera, con la materia di cui l’opera è composta.

Mi ritengo un’artista poliedrica e una fotografa, ma soprattutto un’artista sperimentale.

La fotografia per me è stata ed è diventata una sorta di pausa emotiva dal dolore.

La ritengo il mezzo che esprime la parte più “tranquilla” di me.

Ugualmente istintiva ma meno carica di pesantezza e di sofferenza.

Ripulisce ciò che l’incisione, il disegno e la pittura “sporcano”.

Gli artisti e i fotografi che hanno maggiormente influenzato la mia arte sono tanti: in primis Egon Schiele, che mi ha affascinato fin da quando ero bambina, con il suo segno unico, semplice e impattante, che da il senso di corpo, solco, movimento.

Gli artisti espressionisti tedeschi sono coloro che mi hanno maggiormente influenzato.

Arnulf Rainer è l’artista che ritengo più vicino a ciò che creo e al mio bisogno di sperimentazione.

Su di lui ho incentrato la mia tesi di laurea.

Ciò che mi ha colpito del suo lavoro è stato il suo distaccarsi dagli altri componenti del movimento azionista viennese, appartenente alla body art degli anni 70/80.

Mentre gli altri artisti all’epoca si concentravano sull’arte della performance, puntando il dolore fisico sul loro stesso corpo, Rainer poneva la sua forza artistica su materiale fotografico, per poi imprimere su di esso forza e violenza tramite matita, punteruoli, pastelli a olio.

Un artista del genere per me è geniale.

Non esibisce se stesso, esibisce solo ciò che crea.

Francis Bacon, Marlene Dumas, Carol Rama sono artisti a cui io devo l’evoluzione del mio segno.

Studiare le loro opere, soprattutto la loro vita, è stato per me necessario per poter capire che l’arte è la mia strada.

La fotografia di Francesca Woodman è contemporaneamente leggera e cruda.

I suoi scatti esprimono ciò che esprimo io nei disegni.

La sento un’artista e una fotografa molto affine a me.

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?

Ciò che cerco di fare attraverso la mia arte, è essenzialmente questo: emozionare.

Fare in modo che chi osserva i miei lavori, in qualche modo si senta parte di essi.

Si rispecchi nei corpi o nei paesaggi logorati dal tempo.

Questo è un obiettivo che so essere piuttosto grande, forse eccessivo.

Ma desidero che lo spettatore capisca che l’arte non corrisponde più solo al canone di bellezza classico e rinascimentale.

L’arte ritrae il reale non solo attraverso disegni iperrealistici copiati da delle fotografie.

L’arte e l’emozione che questa diffonde, la si legge anche in un tratto deciso o in un groviglio di segni.

C’è molto altro, oltre a ciò che l’occhio umano vede.

Nel mio percorso artistico, non mi fermo mai.

Tutto è in costante evoluzione, il mio segno resta quello, che mi caratterizza, ma c’è sempre qualcosa di nuovo che trovo sempre il modo di aggiungere al mio repertorio.

Un nuovo artista, un nuovo materiale, un nuovo soggetto, un nuovo album che fa da sottofondo al mio lavoro.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

Ogni progetto che creo, ha una sua importanza, e quasi tutti iniziano, poi attraversano un periodo di pausa e poi vengono ripresi in mano.

Alcuni progetti hanno più fasi di lavoro, e di colore che li caratterizza.

(es. IN VIOLENCE colore rosso, IN VIOLENCE II colore bianco e garza).

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Il mio rapporto con il mercato dell’arte è abbastanza rognoso.

Ed è difficile, specialmente se si ha a che fare con i disegni. Il dipinto a olio su tela, per motivi che ancora non comprendo, varrà sempre più di un disegno, che viene considerato un bozzetto, una preparazione al lavoro finale.

Pochi galleristi e mercanti ritengono che il disegno sia già un’opera d’arte unica e completa.

La maggior parte della gente ritiene che se si fa un disegno, si impiega poco tempo a farlo e quindi in automatico costa poco.

Ovviamente non è così dappertutto, però sono molti i cavilli sociali, troppi i contatti “necessari” per costruirsi una carriera.

Ritengo che questi contatti siano inutili.

Anzi, logorano l’arte di ogni artista, che si sente quasi in dovere di cambiare il proprio modo di vedere, e di fare arte.

La maggior parte dei miei coetanei che sono già arrivati ad avere una certa fama, fanno le stesse cose che facevano in accademia.

Sono rimasti fermi nell’ambiente accademico.

Molti di loro inevitabilmente si annoiano e abbandonano tutto per mesi, o anni.

Ne vale la pena?

Direi di no.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Consiglio a tutti le stesse cose.

Studiare, tanto, tantissimo.

Farsi una formazione, specializzarsi, soprattutto nell’ambito universitario.

Per formarsi bisogna avere una smisurata passione, e per vivere il meglio possibile nel mondo chiuso dell’arte bisogna essere aperti mentalmente, collaborare con altri artisti di cui ci si fida e che si stima.

Per me le collaborazioni con i compagni di accademia sono stati e restano tutt’ora fondamentali; i legami che ho instaurato con loro sono i migliori che possiedo.

Sono legami importantissimi che nonostante la distanza fisica, restano ben forti.

Chi vuole sfondare nel mondo dell’arte deve farlo non pensando a quanto venderà o a chi conoscerà di importante, ma a quanto bene gli farà l’arte e quanto bene essa farà agli altri.

Bisogna chiedere a sé stessi:

”cosa voglio rappresentare con questo lavoro? Cosa voglio dimostrare?”.

Bisogna essere in grado di spiegare a parole ciò che vogliamo rappresentare con il nostro lavoro.

Non deve essere uno scritto o un discorso pieno di vocaboli astrusi.

Deve essere semplice.

Dobbiamo immaginare di trovarci davanti a un bambino, a cui spieghiamo cosa facciamo.

Consiglio a tutti di sperimentare tantissimo, usare materiali diversi da quelli classici, studiarne le proprietà, sbagliare tantissimo, perché anche questo aiuta a crescere.

Consiglio di studiare il contesto storico e la biografia dei grandi artisti, ma non copiare lo stile di qualcun altro.

Inoltre, consiglio a chi è ancora all’interno dell’accademia, di terminare al più presto e di non mantenere al suo interno eccessivi legami, perché pur essendo l’accademia un piccolo mondo meraviglioso e protettivo, poi ti costringe a fare ciò che vogliono i professori anche quando hai 30 anni.

Sembra che il cordone ombelicale non si stacchi mai.

Ognuno ha il diritto e il dovere di costruirsi liberamente un proprio percorso artistico che piaccia all’artista stesso, non al prof di turno.

All’inizio sarà difficile il distacco, ma bisogna farlo per poter stare in piedi da soli e non dipendere dai giudizi di un insegnante.

(Un insegnante è un insegnante, non un artista).

Siti di riferimento: www.artelavinialonghetto.weebly.com

www.phlavinialonghetto.weebly.com

www.facebook.com/LaviniaArt

Francesco Cogoni.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail