Intervista a Nicola Pisu

Quando e come nasce il tuo percorso artistico-musicale?

Ho cominciato a scrivere canzoni da giovanissimo per la band hard rock di cui facevo parte.

Poi, terminati gli anni turbolenti della gioventù e spenti i riflettori sul palcoscenico immaginario del rock’n’roll, ho intrapreso un altro tipo di percorso, in termini di scrittura ma anche umano.

Il 2008 è l’anno in cui scopro le carte in tavola, quando pubblico “Abacrasta e dintorni”, il mio primo album.

Quali persone, musicisti e episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

A forgiare il mio modo di comporre e di scrivere i testi sono state le scuole americana e francese, conosciute di riflesso attraverso i cantautori italiani.

Avrò avuto sì e no tredici anni quando scoprii Francesco Guccini attraverso una musicassetta duplicata dal titolo “Via Paolo Fabbri 43”.

Mi incantarono parole e ingiurie.

Poi arrivarono tutti gli altri: De André e De Gregori, Dylan, Cohen, Waits e via dicendo.

Indubbiamente è stato Fabrizio De André a influenzarmi maggiormente, sia dal punto di vista stilistico che umano, anche se mi porto dietro un bagaglio piuttosto vario di generi musicali, dal blues al jazz, dalla world music al rock.

Cosa cerchi dalla musica e cosa vuoi dare attraverso lei?

Non mi sono mai posto degli obiettivi da raggiungere attraverso la musica.

Scrivere canzoni da tanti anni e studiarci addirittura sopra è in un certo senso una forma di malattia, se pur lieve, o quanto meno, crea dipendenza.

È un processo incalzante e indifferibile, nonostante nella maggioranza dei casi quelle canzoni rimarranno in un quaderno a fianco alla chitarra con le corde da cambiare.

Parafrasando un poeta prestato alla musica che se n’è andato lo scorso novembre a Los Angeles, dico che io non scrivo canzoni, solo pensieri che corteggiano la musica.

C’è una parte della tua ricerca musicale di cui vorresti parlare in particolare?

Le mie canzoni non nascono da chissà quale ricerca musicale. Inizialmente sono del tutto nude, come ho dimostrato con il mio ultimo lavoro, “Canzoni da solo”.

Si vestono di abiti sgargianti quando le affido per gli arrangiamenti ad abili musicisti coi quali ho il piacere di collaborare.

Qual è il tuo rapporto con le case discografiche? che possibilità ci sono di emergere?

Il mercato musicale, meglio dire il sistema musica, è del tutto mutato rispetto a quello che abbiamo sempre conosciuto.

In qualche modo è imploso e si è fatto risucchiare, come era inevitabile, dal mercato digitale.

Il risultato è che non esistono più produttori curiosi di scoprire nuovi musicisti, di investire sul loro talento e, dopotutto, oggi si parla fondamentalmente di musica liquida.

Fra qualche anno spariranno anche i CD.

Sopravvivono le grandi case discografiche, le major, che però investono esclusivamente sugli artisti già affermati, e prolificano le piccole etichette indipendenti, che cercano di procurarsi un pezzo di pane con pochi sforzi e nessuna risorsa economica, attraverso i musicisti emergenti.

Parlando della mia esperienza, il mio primo lavoro piacque e fu preso in affidamento da un’etichetta torinese, con la quale sono riuscito a rescindere il contratto prima della scadenza a causa di incolmabili incompatibilità di vedute.

Per capirci: i diritti d’autore si dividevano metà e metà fra cantautore ed editore, ma quest’ultimo non faceva praticamente nulla.

Successivamente, anche di recente, ho avuto altre proposte da parte di piccole etichette discografiche, ma ho rifiutato.

Cosa consiglieresti ad un musicista che vorrebbe vivere di quest’arte?

Non sono nelle condizioni di dare consigli, se mai di riceverne. In ogni caso ritengo che per vivere di musica non siano sufficienti le capacità e il talento, serve anche tanta fortuna. A meno che non ci si accontenti di vivere dei cachet racimolati nei locali, che per me sarebbe un po’ come morire di musica.

Sito: http://www.nicolapisu.it/

Pagina facebook: https://www.facebook.com/nicpisu/?fref=ts

Francesco Cogoni.

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