Intervista a Pierpaolo Baingiu

Raccontaci un po’ di te, cosa risponderesti alla domanda:

chi è Pierpaolo Baingiu?

Pierpaolo Baingiu è un uomo di trentasei anni, che ha (ma non è) la fibrosi cistica, una delle malattie genetiche ereditarie più diffuse al mondo.

Oggi è quello che è, grazie a sé stesso, ai suoi genitori, a sua moglie Silvia, a Pennino e Marceline (i due gatti) e alla pratica buddista.

Quando è nata la tua passione per il teatro e come ti è venuta l’idea di parlare di Fibrosi Cistica a teatro?

Nel 2016 ho accettato l’invito di parlare di fibrosi cistica in un locale nel mio paese.

Tra i presenti c’era Stefano Ledda, un attore e regista teatrale di Cagliari che rimasto piacevolmente sorpreso del monologo e della mia interpretazione, mi ha chiesto di farlo diventare una produzione del Teatro del Segno. Il monologo col tempo si è arricchito di nuovi aneddoti, della musica di un sassofonista e della voce di Stefano. Ed è nato così “Senza Fiato. Una risata vi seppellirà. A me la fibrosi cistica. Forse”.

Ho capito col tempo che quel misto di ironia e drammaticità, poteva essere la chiave giusta per far conoscere la fibrosi cistica e per dare sostegno ai malati e alle loro famiglie.

Dal 2017 abbiamo visitato numerose città in tutta la penisola, replicandolo ventisei volte.

Come vedi il tuo futuro?

Il tempo è sempre stata una delle cose di cui ho avuto paura nell’adolescenza.

Aver a che fare con una vita media ha fatto sì che io impostassi la mia vita in maniera tale da giocarmi tutte le carte possibili il prima possibile.

Una persona normale non pianifica la propria vita perché sa di avere a disposizione ottanta, forse novant’anni.

In questi ultimi anni le mie condizioni di salute sono peggiorate a tal punto da essere entrato, da quasi quattro anni a questa parte, in lista d’attesa per un trapianto bipolmonare; sono costretto a dover fare flebo di antibiotici per tre, quattro volte al giorno da quasi tre anni.

Ma un mese fa, grazie alle mie (pessime) condizioni di salute, sono stato uno dei pazienti che, attraverso l’uso compassionevole,  ha iniziato ad assumere un nuovo farmaco, una combinazione di tre molecole di ultima generazione, che prometteva (forse) un miglioramento delle condizioni generali.

Nell’arco di un mese invece ho visto cambiamenti radicali. Questo farmaco è quel treno che ti passa davanti e non puoi perdere, è quel qualcosa di vago che hai sognato per anni e alla fine hai pure accantonato, perché più volte ti sei esaltato per l’uscita di qualcosa che alla fine si è rivelato un fuoco di paglia.

Per la prima volta, quando mi chiedono come sto, rispondo sorridendo “Bene”. E’ un “bene” convinto, non la solita frase fatta per liquidare il più veloce possibile il mio interlocutore.

Sai che bello alzarsi la mattina senza quel peso sul petto dato dal catarro accumulatosi durante le notte?

O legarsi le scarpe senza prendersi una pausa tra una scarpa e l’altra?

Magari questo farmaco mi consentirà di non dover fare il trapianto, magari no.

Magari mi allungherà la vita di una decina di anni, magari no.

Ma sai che ti dico?

Che al di là di ciò che potrà accadere in futuro, ho deciso di non concentrare più le mie attenzioni sul concetto di vita media.

È arrivato il momento di andare oltre, di osare.

Cosa vuoi comunicare principalmente attraverso il teatro?

Io non sono un attore di teatro; tutt’al più sono un monologhista, uno che ha qualcosa da dire.

A me piace scrivere e sul palco risulto convincente perché racconto la mia vita con spontaneità.

Ho deciso di mettermi a nudo davanti al pubblico perché questa malattia si conosce ancora troppo poco, perché nelle raccolte fondi si ha occasione di acquistare questo o quel gadget ma non si capisce in fondo in fondo cosa sia questa fibrosi cistica.

Sono tanti i messaggi che ricevo da pazienti o da genitori di bambini malati, che tengono nascosto agli altri il fatto di essere malati, forse per paura o per vergogna.

Ecco, attraverso Senza Fiato, io mostro che una vita quasi normale è possibile, e affrontarla con ottimismo e ironia è la chiave giusta.

 

Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto questa patologia?

In trentasei anni mi ha dato tanto.

Essere diverso dai miei coetanei per ovvi motivi, mi ha dato un punto di vista diverso della vita.

Le privazioni sono state sicuramente molte di più rispetto alle libertà concesse.

Ma la tenacia di combattere per arrivare alla conquista di piccoli obiettivi ha fatto sì che potessi godermeli dieci volte di più.

Cosa mi ha tolto?

Principalmente persone a cui ho voluto tanto bene e non è concepibile che a trent’anni una persona sia andata più a funerali che a matrimoni.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe esprimersi artisticamente attraverso anche il teatro ma non sa come fare, come esporsi?

Di non smettere mai di sognare.

E di studiare, affinché abbia tutti gli strumenti adatti per esprimersi nel migliore dei modi.

Io ho scelto il teatro perché avevo la possibilità di leggere i miei scritti, perché volevo che ad interpretarli fosse la mia voce e la mia gestualità, perché l’ausilio delle foto e dei filmati proiettati hanno fatto addentrare ancor di più il pubblico nella mia storia, perché la melodia del sassofono ha sottolineato ogni singola parola.

Contatti:

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Francesco Cogoni. 

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