Intervista ad Elio Ticca

Dal 4 al 20 dicembre 

SPAZIO E_EMME via Mameli 187 Cagliari

Da Mercoledì a Venerdi dalle 18:00 alle 20:00 

Sarà visitabile la mostra personale

Bloody Cheque

di Elio Ticca

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

L’arte è sempre stata un gioco.

Ma l’arte è anche uno strumento per fare i conti con i nostri fantasmi.

E per farlo seriamente, bisogna giocare.

Con una forte dose di ironia.

La pittura mi ha sempre affascinato, fin dalla tenera età.

A dodici anni iniziai a dipingere ad acrilico, e da allora la pittura è stata l’attività più difficile e stimolante, assieme al fare musica, che abbia mai provato a fare.

Poi arrivò l’olio, che resta la mia tecnica preferita.

Ma se ti riferisci a un percorso artistico maturo, direi a diciannove anni, quando ho dovuto proporre i miei primi enunciati artistici, all’università.

La parola “mostra”, del resto, da cui deriva anche il nostro “mostro”, è connessa al momento del pubblico ludibrio. Ma posso dire di essermi sentito abbastanza maturo, almeno per tirare fuori i miei mostri, a 25 anni.

Terminavo i miei studi, a quel tempo, in storia dell’arte.

È allora che ho capito cosa dover fare.

 

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Le influenze più importanti, forse, risalgono all’infanzia.

Il primo incontro con l’arte veramente forte l’ho avuto a Firenze, a otto anni.

Mi sentivo sopraffatto dalle mura dei palazzi fiorentini, ma era come se fossi tornato a casa.

Una vertigine connessa con la paura, con l’ignoto, con il peso dei secoli, e con l’incertezza del futuro.

E l’incontro con l’arte del rinascimento, fino ai vent’anni, mi provocava emozioni forti, alle lacrime.

Oggi è diverso!

Un altro episodio, a cinque anni: il terrore – sartriano? – di capire di essere imprigionato in un corpo, e di non poter evadere.

Di avere un nome.

Di sentire la propria voce nella testa, e solo quella.

Il fare arte, rispetto a tale sensazione, è sempre stato terapeutico.

Negli anni dell’università ho cercato di incontrare, il più possibile, ciò che chiamiamo: contemporaneo.

E in Sardegna, per la mia formazione visiva, il MAN di Nuoro è stato una bolla d’ossigeno, di non poca importanza.

Ma l’essere contemporaneo, in quanto artista, è un cruccio che mi ha da sempre creato riserbo, rispetto all’espormi.

Però, vedendo le proposizioni di artisti di cento, centoventi anni fa, così vicine a quelle di oggi, mi son detto: ce la posso fare anch’io.

Senza voler a tutti i costi cambiare la storia dell’arte, dall’oggi al domani.

 

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?

Cerco di esporre le contraddizioni della realtà, che, per quanto metodicamente indagata, ci stupisce di colpo per la sua assurdità, per il suo nonsense.

E per la sua tragica poesia.

Cerco anche di riconnettermi con le prime emozioni dell’infanzia.

Le emozioni sono, per me, ciò che esiste di più indicibile e irrappresentabile.

Eppure, possono essere evocate da qualsiasi oggetto ed esperienza.

Le emozioni possono essere nascoste in palazzi, opere d’arte e musica; ma anche in corpi, odori, cibi, superfici.

Per andare avanti, ho diversi motti.

Alcuni sono: più realistici della realtà, più surreali del surrealismo.

O un altro: tutto è possibile e probabile.

Lo è nel quotidiano, ma nella mia testa, e nel mio studio, lo è ancora di più. 

 

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

Quelle strane analogie che legano i nostri corpi, i muri, e gli oggetti ai nostri ricordi, ai nostri desideri, alla nostra aggressività, alla libido.

La forza dei colori e quella del suono.

La forma visiva come vibrazione acustica.

Il nichilismo intrinseco alle immagini.

L’irreprimibile voglia di distruggere tutto, legata alla smania compulsiva della creazione.

L’irripetibilità del movimento della luce in un interno, oggi, che non sarà lo stesso domani, alla stessa ora.

Cosa rappresenta per te quest’ultima mostra che terrai a Cagliari?

Rappresenta un’opportunità per aver lavorato su, e per mostrare, una nuova serie, La via del male.

Sono nuove tele, in cui unisco degli oggetti ibridi, di surrealistica memoria, a remake di ritratti di re e regine, capitolati in maniera violenta.

Come se tali oggetti ibridi, e le situazioni rappresentate, fossero un presagio – di difficile lettura – della loro tragica fine.

 

Qual è il tuo rapporto con il mercato?  

Il mercato, lo vedo piuttosto come una bolla di cristallo… o una cage aux folles, ma comunque una gabbia dorata, senza la quale si rimarrebbe degli artisti sconosciuti.

 

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Ascoltarsi; leggere la storia dell’arte, una storia che viene costantemente ricalibrata, e riscritta; nutrire il più possibile il proprio universo creativo; cercare dei maestri, sapendo di poterli ripudiare; cercare dei sodali, dei compagni di viaggio, delle muse, o dei musi; credere nell’amicizia; ricordarsi che dopo qualche anno si sarà più sicuri di se stessi, e che gli scrupoli di oggi sono spesso eccessivi; ricordarsi che si migliora con la pratica; avere tanta pazienza; sbagliare; lavorare sulla propria autostima e capacità empatica; viaggiare, soprattutto nei libri; ricordarsi che direttori di museo, curatori, e chi detiene in generale potere decisionale, è al servizio degli artisti; essere professionali e gentili, anche con chi non vorremmo esserlo; affinare le proprie ricette; ricordarsi che ci sono diversi tipi di cucine, e che ognuno ha diverse abitudini alimentari; pensarsi come unici degustatori dei propri piatti; pensare al tempo come limitato, ma aggrovigliato su se stesso in una matassa da districare; divertirsi nel districarla.

E cos’altro?

Semplice: lavorare.

Sito: www.candidecitoalice.com

 

Francesco Cogoni.

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