“Ipno Snaider: tra musica rap e letteratura”. Silvia Manca

Stefano Curreli, in arte Ipno Snaider, nasce nel 1983, la sua passione per la musica rap nasce prestissimo, all’età di 12 anni inizia a seguire artisti come Kaos, 2pac, Otr, Wu Tang, Rakim ed altri, affascinato dal fatto che, al contrario di tutti gli altri generi , si poteva dire una quantità di roba incredibile in un solo testo; comincia così alla stessa età a comporre le prime basi e a scrivere i primi testi,con le difficoltà di quel periodo nel poter registrare.
La musica non è la sua unica passione, infatti Stefano, a differenza di molti coetanei, passa molto tempo in biblioteca sui libri.
Dice:
“Credo che la mia attività musicale e la letteratura siano la stessa materia.
Si tratta sempre di parola scritta.
Cambia solo la forma”.
Stefano si laurea in lettere moderne nel 2015 e inizia una specialistica in filologia e letterature moderne.
foto ipno
Tra i tuoi pezzi alcuni in particolare mi hanno colpito, tra questi c’è la “risposta a Jake la furia”; ho apprezzato molto che tu abbia trattato il tema di quanto fosse dura qua un tempo la vita a causa del lavoro in miniera, quali sono le alternative lavorative oggi?
Parli anche di quanto sia difficile nel basso sulcis farsi apprezzare come rapper, perché è così difficile secondo te?
Innanzi tutto ci tengo a precisare che quel pezzo nasce come una vera e propria risposta ad alcune considerazioni sollevate da Jake la Furia nel suo pezzo /Musica Commerciale.
Lo dico perché alcuni (anche se pochi) lo hanno definito un dissing, forma dal quale mi sono discostato subito, precisamdolo anche all’interno del pezzo stesso.
Nell’ambiente culturale e artistico è normale che una persona risponda ad un’altra.
Le pubblicazioni scientifiche sono quasi sempre la risposta contraria a un altro articolo di un altro ricercatore.
Nell’arte è sempre successo e nessuno (o quasi)prende queste robe come un affronto.
Ma il rap è un genere che viene dalla strada, quindi non biasimo chi ha frainteso l’attitudine di quel pezzo.
Detto questo, come hai già accennato tu, ho fatto alcuni accenni alla realtà sulcitana per spiegare che al contrario di quello che diceva Jake nel suo pezzo, ci sono dei luoghi (il Sulcis, appunto, e tutte le località distanti dalle metropoli) nei quali anche se sai fare il tuo molto bene, c’è l’eventualità –che si fa quasi certezza – di non svoltare mai.
Certo, oggi c’è internet, qualche possibilità in più c’è senza dubbio, ma stare qui è comunque sempre troppo invalidante.
Tutti i sardi che ce l’hanno fatta con la musica sono dovuti andare fuori a bussare alcune porte e trasferirsi.
Io non soffro particolarmente questa condizione, ma delle volte ci penso, e una di queste volte è stata quando ho sentito quel pezzo.
La risposta è stata automatica.
Le alternative lavorative oggi,nel Sulcis, sono davvero poche, credo sia un argomento risaputo. E se sei laureato é ancora peggio, ci sono pochissime aziende; poco futuro in generale.

Altro pezzo interessante è “La storia di Margherita”, che tratta un argomento molto presente in Sardegna: quello delle droghe.

Credo che ognuno conosca diverse persone che, purtroppo, hanno avuto a che fare con le droghe, chi solo per provare e chi invece, come nel tuo pezzo, se ne serviva per fuggire da una terribile realtà.

La mia opinione è che sono davvero pochi i giovani che hanno avuto il coraggio di dire no a droghe e alcool mentre circolava nel gruppo di amici, non consapevoli dei rischi a cui si andava in contro.

Sappiamo inoltre che in alcuni posti in Sardegna vi è ‘’la cultura del bere’’ e questa secondo me è la povertà di spirito più assoluta; qual è il tuo punto di vista riguardo questo argomento?

Non ho un vero e proprio punto di vista su questo argomento, o meglio, questo mio pezzo non vuole denunciare l’utilizzo di stupefacenti.

E’ semplicemente il racconto di un modello umano.

Ragazzi come Margherita ce ne sono a vagonate.

Ragazzi che sono insoddisfatti della propria vita, poco capiti dagli adulti e dalla società, e che arrivano delle volte a fare scelte sbagliate.

Mi sento di più un narratore che un sociologo, quindi non saprei dire altro.

Cerco di creare ciò che io ricerco quando ascolto musica o quando leggo un libro: una buona storia che ti intrattenga e che nel migliore dei casi ti faccia anche riflettere su ciò che siamo noi esseri umani.

 

https://www.youtube.com/watch?v=ICowTQeJlW4

In ‘’sei famoso ma chi sei’’ mi ha colpita molto la tua durezza nel commentare il fatto che ormai vengono messe in risalto persone e personalità sbagliate, come dici tu senza arte ne parte, un giudizio il tuo che fa tornare con i piedi per terra, persone che credono di essere famose, o magari lo diventano, in base alla quantità di amici che ha su face book.

Parli di epoca malata, in che modo si può contrastare questa ondata di ignoranza?

Credo che non si possa contrastare davvero.

E’ un inevitabile evento storico, frutto di un cocktail di ingredienti, i quali delle volte risultano essere anche poco rintracciabili.

Sono convinto comunque che grazie all’arte e alla cultura si possa per lo meno fare un po’ di resistenza.

Questa follia di cui racconto nel pezzo,relativa a chi diventa famoso senza saper fare nulla di rilevante, ma soltanto riuscendo a colpire il popolo di internet raccontando la propria vita per frasi e immagini, nell’epoca dei social network, in cui ormai abbiamo già metabolizzato l’epoca dei reality show, non deve far strano, anzi, è per noi –sventuratamente- la norma.

Non mi stupisce che sia così, ma mi irrita.

Mi infastidisce che in tv ci siano sempre meno sceneggiati (parlo dei classici messi in scena da Anton Giulio Majano e Sandro Bolchi), e sempre più spazzatura.

Ma, ripeto, è il corso degli eventi.

Possiamo farci ben poco.

Silvia Manca
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