Is Murusu de Santa Teresa

Concluso il progetto “Is Murusu de Santa Teresa” – Intervista a Urban Center Cagliari

Per due settimane il quartiere di Santa Teresa di Pirri a Cagliari è stato animato da una vivace squadra di artisti che, muniti di bombolette, pennelli e tanto colore, ha ridisegnato le facciate di quattro vecchi palazzi.
Si tratta del progetto “Is Murusu de Santa Teresa“, ideato dal celebre street artist cagliaritano Manuinvisible e realizzato da Urban Center Cagliari in partnership con Fondazione Domus de Luna e col finanziamento dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Cagliari.
ManuInvisible & FrodeL’idea, già testata in grandi città come Roma, Palermo e Napoli, è quella di riqualificare, attraverso l’arte e nello specifico la street art, quartieri popolari e degradati. Allo stesso tempo l’obiettivo è anche quello di coinvolgere gli abitanti e instaurare un dialogo che miri alla presa di coscienza degli spazi e all’importanza della loro valorizzazione. Il tutto finalizzato dunque a una riqualificazione non solo di tipo urbano ma anche sociale.
Per Urban Center Cagliari questo rappresenta la seconda iniziativa di questo tipo, dopo quella della Galleria del Sale. Per Is Murusu ha lavorato in partnership con la Fondazione Domus de Luna che ha messo a disposizione l’Exmè e la profonda conoscenza del quartiere.
Dzia - Orange FlamingosSono state due settimane di intenso lavoro in cui si sono alternati 7 artisti fra cui, oltre a ManuInvisible che ha svolto anche il ruolo di direttore artistico, Warpix-Duo, Davide Medda e Kofa appartenenti alla scena isolana, e due illustri ospiti: Dzia dal Belgio e Frode da Milano. Le quattro facciate sono state ultimate e Is Murusu può dirsi concluso.
Il responsabile del progetto, Daniele Gregorini della Urban Center Cagliari, ha risposto a qualche domanda.

Come nasce il progetto “Is Murusu”? E come mai proprio Santa Teresa?
Is Murusu è il primo tentativo fatto a Cagliari di usare l’arte come motore di crescita di un quartiere ai margini della città. A Santa Teresa da tempo gruppi di varia natura, lavorano e sviluppano progetti per dare valore e dignità al quartiere. Tra loro c’è la Fondazione Domus de Luna, primo nostro partner del progetto, che da 3 anni ha in gestione un centro polifunzionale, l’ExMè, dove si fanno attività per ragazzi e bambini, corsi sportivi e attività legate alla creatività. Uno dei maestri dei laboratori è Manu Invisible, celebre street artist sardo, e primo teorizzatore dei murales nelle facciate del quartiere. E’ stato lui a presentare pubblicamente un video illustrativo di quest’idea più di un anno fa, ed è stato lui a chiedere all’Urban Center di intervenire per la realizzazione di questa idea. Dopo aver ascoltato Manu, abbiamo deciso di impegnarci in prima persona, cercando di dare forza anche alle attività che prima di Is Murusu, avevamo svolto a Santa Teresa col Gruppo 7 e col progetto Linea di Faglia.

Il progetto, oltre al fattore riqualificazione urbana, insiste sulle finalità sociali legate al coinvolgimento dei residenti prima e durante le fasi del progetto. In quale modo avete operato per raggiungere questo obiettivo e qual è stata la risposta?
Più che di riqualificazione parlerei di rigenerazione. Il nostro progetto tende ad attivare la cittadinanza del quartiere, introducendo una pratica per la quale tutti i residenti possano confrontarsi e collaborare. Gli abitanti se realmente coinvolti e partecipi al progetto avranno la possibilità di discutere e di gestire i fenomeni derivanti dal processo, intervenendo attivamente sul proprio futuro. Il progetto andrà a buon fine se i gruppi operanti nel territorio ed i residenti, lavoreranno assieme per una causa comune, l’incremento del numero delle opere e tutto ciò che ne consegue.
I benefici sul territorio si possono vedere in altri quartieri teatro di progetti di creatività urbana come Tormarancia a Roma o Borgo Vecchio a Palermo, dove le piccole attività commerciali, i trasporti, i servizi grazie al flusso turistico intercettato dai grandi centri storici, attualmente godono di maggior pubblico ed hanno maggiore indotto economico. Inoltre puntare i riflettori su Santa Teresa, vuol dire dare la possibilità al quartiere di raccontare la propria realtà di quartiere di edilizia popolare dimenticato o mai conosciuto dal resto della Città.
Il primo approccio è stato del tutto informale. Ci siamo presentati ad alcune signore del quartiere che facevano zumba all’ExMè, abbiamo raccontato il nostro progetto che subito è stato accolto con grande felicità, alcune si ricordavano di noi per il progetto Galleria del Sale e questo ha rafforzato la nostra credibilità. Dopo varie passeggiate nel quartiere che ci hanno dato la possibilità di continuare a confrontarci e dialogare con tante persone, abbiamo predisposto un piano per presentare l’idea e le opere insieme agli operatori di Domus de Luna. Nei palazzi che sarebbero stati oggetto di intervento, abbiamo suonato casa per casa con gli artisti, un operatore dell’ExMè e due di noi, ed abbiamo presentato la nostra idea per il quartiere e due alternative di opera espresse in due bozze che gli artisti avevano già preparato, invitando le persone a dare una mano e supporto agli artisti nella fase realizzativa e ad un assemblea pubblica che si è tenuta poi il giovedì prima dell’inizio dei lavori ma che non ha riscosso grande successo: nell’occasione ci siamo detti che se nessuno si era presentato era perché forse non avevano nulla in contrario. Abbiamo anche predisposto e poi realizzato un laboratorio, dal nome “Il muro che vorrei”, per i bambini del quartiere ed i ragazzi dell’associazione Codice Segreto. Abbiamo fatto delle visite guidate a tanti curiosi venuti a vedere i lavori e a diversi professori e studenti di alcune scuole di Cagliari, venuti spontaneamente a Santa Teresa. Una nota per noi negativa è stata la mancata partecipazione dei ragazzi della scuola media Ugo Foscolo, che pur con una sede staccata accanto al quartiere, non è riuscita durante le due settimane a farci visita.

Come si è sviluppato il progetto a livello operativo? Siete soddisfatti?
Il team dell’Urban Center che ha lavorato al progetto era composto da 5 persone, oltre a me presente sin dalla fase di progettazione e sviluppo dell’idea, Adriana Pisanu che si è occupata in particolare della parte sociale e laboratoriale, a cui va un grande ringraziamento e riconoscimento. In loco abbiamo potuto sempre contare sull’ExMè come base logistica e su tutti gli operatori della struttura, in particolare Paolo e Diletta che tra mille attività, sono sempre stati presenti ed attivi all’interno del progetto. Manu Invisible come direttore artistico ha sempre rappresentato il team di artisti che lui stesso ha coinvolto e con cui ha lavorato per le due settimane nella realizzazione delle opere, garantendogli un costante ed efficace supporto “artistico-logistico”.
Tutti i lavori sono stati fatti sotto la supervisione di un ingegnere, seguendo il suo piano di sicurezza che ci ha indirizzato nella gestione dei cantieri e nell’acquisto dei materiali di cantiere, dei dpi e nel nolo delle attrezzature, specifiche per ogni facciata; in una gli artisti hanno lavorato con impalcatura e nelle restanti con piattaforma aerea mobile.
I lavori sono andati bene anche se è stato difficile far conciliare gli impegni le necessità e le professionalità, delle decine di persone coinvolte direttamente nel progetto, ma tutti, compresi i residenti, hanno fatto in modo che tutto andasse per il verso giusto.

Parliamo delle opere. Chi sono gli artisti e su quale tema hanno lavorato?
Il tema era la rinascita, il riferimento alle intenzioni del progetto per il quartiere è chiaro, tanto più si palesa il concetto, quanto più tutti ne saranno consapevoli e partecipi.
Ognuno dei sette artisti ha sviluppato il tema secondo il proprio gusto e la propria tecnica.
Uno dei paletti che abbiamo posto nella scelta degli artisti fatta da Manu Invisible, era la presenza di almeno un artista internazionale, almeno uno nazionale ed almeno uno sardo o operante in Sardegna, ma non dell’hinterland cagliaritano, questo per creare sempre maggior scambio tra gli artisti, per dar maggior lustro al quartiere ed al progetto e per farlo condividere anche da chi nel quartiere non potrà mai andare.
Il primo artista a terminare l’opera è stato Dzia dal Belgio, che ha realizzato i suoi “Orange Flamingos”. È stato nella nostra città per 5 giorni, l’opera è il frutto di un suo studio del territorio che ha fatto prima di arrivare, messo in relazione alla tematica. Ci stuzzica colorando i tipici volatili delle zone umide della Sardegna, di arancione.
Anche i Warpix Duo hanno dipinto nella prima settimana. Sono cagliaritani e dipingono sin dagli anni novanta. Subiscono le influenze dei movimenti artistici locali, realizzano un’ opera astratta che corre lungo due facciate di uno stesso palazzo.
Manu Invisible e Frode da Milano, hanno lavorato nella seconda settimana. Fortificano il loro rapporto artistico, che in passato li ha portati a realizzare capolavori sia in territorio sardo che nella penisola. A Santa Teresa intrecciano scenari naturali ed urbani, con intensi fasci di luce gialla, blu e rossa.
Davide Medda e Kofa, artisti della Marmilla, realizzano un’opera con un alto valore simbolico, mischiando la tradizione con uno sguardo al futuro. Una bambina immagina dei binocoli e guarda lontano, sotto di lei una intensa fantasia che ricorda cestini, tessuti o ceramiche tipici della storia sarda.

Quali sono le idee per il futuro di Urban Center Cagliari? Intendete continuare a insistere su iniziative di questo tipo?
La nostra associazione è nata per sviluppare iniziative di questo tipo. Con l’andar del tempo e con il maturare dell’Urban Center e delle professionalità dei singoli, cerchiamo sempre più di rendere la nostra visione di cittadino, di città, di territorio e di innovazione sociale, più chiara ed efficace. Trovare sinergie tra gli attori di un territorio è l’imperativo per ogni nostro progetto.
Per quanto riguarda la street art e le sue applicazioni, siamo molto orgogliosi del lavoro fatto, degli artisti che negli anni stiamo coinvolgendo, e dei messaggi che ogni volta gli artisti vogliono trasmettere, penso al lavoro di Mojumanuli in occasione del Gay pride o di Vera Bugatti in piazza del Carmine.

Sembra che Cagliari finalmente si sia sbloccata a livello di autorizzazioni e finanziamenti e che, alla stregua di diverse altre città italiane come ad esempio Roma e Napoli, voglia investire sulla riqualificazione urbana di quartieri degradati. È così?
Non è una domanda a cui io possa rispondere perché non faccio parte di alcun organo pubblico e tantomeno comunale. Quello che posso dire è che i progetti di riqualificazione che abbiamo proposto e per i quali abbiamo chiesto finanziamenti attraverso i bandi del comune, sono stati quasi sempre finanziati e supportati anche con la concessione delle autorizzazioni. Credo che tanti progetti arrivino dal basso, da tante associazioni o gruppi che lavorano per il proprio territorio, e credo che questo sia un movimento inevitabile e che stia ad un buon governo, saper assecondare tale spinta ed incanalarla nella giusta direzione.

Barbara Picci

Credits foto: Fabrizio Dessì

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