Ivana Salis: includiamo e promuoviamo il fare artistico

Continuamo ad esplorare l’attualità che riguarda la collezione Ugo attraverso gli eventi e le personalità impegnate alla sua rinascita e valorizzazione.
Ivana Salis è una giovane storica dell’arte che ha partecipato all’iniziativa Face to Face, un incontro/confronto tra la collezione Ugo e la collezione Ingrao.
Ci racconta del suo intervento regalando a tutti noi anche il testo che ne sintetizza il contenuto e che sarà presente come scheda all’interno della Galleria Comunale a disposizione del pubblico.

Cara Ivana, nelle settimane scorse sei intervenuta all’interno della manifestazione Face to Face, in cui hai proposto un confronto tra l’opera di Mino Maccari, “Donna con veletta” del 1969, della Collezione Ingrao, e l’opera di Eduardo Arroyo, “La femme du mineur” del 1970 della collezione Ugo; il tuo intervento aveva il titolo di “Drammaticamente donna”. Puoi raccontarci i motivi che ti hanno fatto scegliere questo tema e questi due artisti?

Le motivazioni sono da ricercare nel mio interesse per gli artisti “impegnati”.

Le tematiche con risvolto socio-politico sono ciò che più mi attrae, essendo convinta che solo l’arte dia la possibilità di esprimersi con la libertà necessaria per affrontare problematiche che incidono sull’interesse comune.

In questo senso Maccari e Arroyo sono state due personalità impegnate – su fronti opposti – ma accomunate dalla stessa ironia e irriverenza con cui hanno condotto una battente denuncia per le miserie sorte dai regimi dittatoriali.

Entrambi hanno in diverse occasioni scelto la figura femminile come simbolo di un mutato sentimento sociale a cui spesso si associano fatti e situazioni vissute con dolore, con il dramma appunto, spesso insito nella stessa condizione femminile.

“Maccari e Arroyo sono state due personalità impegnate – su fronti opposti – ma accomunate dalla stessa ironia e irriverenza con cui hanno condotto una battente denuncia per le miserie sorte dai regimi dittatoriali.”

Come ha reagito il pubblico al tuo intervento?

Il pubblico si è dimostrato attento e interessato a scoprire delle nuove connessioni tra opere apparentemente “lontane”.

Quando sei venuta a conoscenza dell’esistenza della collezione Ugo?

Ho avuto modo di conoscere la collezione nel 2006, quando svolsi il mio primo tirocinio universitario alla Galleria Comunale di Cagliari.

Ma in tale occasione non ho avuto la possibilità di conoscere in modo approfondito tutte le opere, come invece è possibile fare oggi.

Ti sei mai chiesta come mai sia stato possibile che una importante raccolta d’arte contemporanea come la Collezione Ugo sia stata smantellata e conservata in un luogo non idoneo per oltre 20 anni, in cui purtroppo alcune opere hanno subito danni irreparabili?

Sì. È certo che inizialmente ci sia stato un problema di tipo logistico. Quando è stata acquisita la collezione Ingrao nel 1999 gli spazi della Galleria Comunale, già occupati in parte dalla Collezione d’arte sarda, sono risultati insufficienti per permettere l’esposizione di tutta la collezione civica e i vincoli della donazione Ingrao, che prevedevano l’esposizione permanente della collezione, hanno determinato un certo disagio iniziale nel gestire al meglio il patrimonio artistico del comune. Inoltre, all’epoca, non erano disponibili gli spazi del Palazzo di Città, riaperto nel 2009 e individuato già nel 2001 come sede per esporre la collezione Ugo.

Ciò è avvenuto nel 2015 con la mostra “Sotto il segno del contemporaneo”.

Troppo tardi a mio avviso, perché nel frattempo gli studiosi, gli studenti e tutta la cittadinanza sono stati privati del grande valore artistico e culturale della collezione.

“Quando è stata acquisita la collezione Ingrao nel 1999 gli spazi della Galleria Comunale, già occupati in parte dalla Collezione d’arte sarda, sono risultati insufficienti per permettere l’esposizione di tutta la collezione civica e i vincoli della donazione Ingrao, che prevedevano l’esposizione permanente della collezione, hanno determinato un certo disagio iniziale nel gestire al meglio il patrimonio artistico del comune. Inoltre, all’epoca, non erano disponibili gli spazi del Palazzo di Città, riaperto nel 2009 e individuato già nel 2001 come sede per esporre la collezione Ugo.”

L’iniziativa Face to Face, questo confronto che te con altri giovani storici dell’arte avete fatto tra la collezione Ingrao e la Collezione Ugo, fa capire quale occasione di arricchimento culturale sia stato sottratto alla Sardegna e a diverse generazioni di sardi, nella infausta scelta di eliminare la collezione Ugo invece di integrarla a quella Ingrao, potendo offrire così anche didatticamente, un percorso più completo dell’arte del 900 sino alle ricerche più attuali.

Per te personalmente, come storica dell’arte, quanto ha fatto crescere professionalmente conoscere la Collezione Ugo, studiarla ed approfondirla?

Il ciclo di incontri “Face to Face” è stato una buona occasione per mettere in moto un processo di dialogo tra tutte le collezioni.

Il nuovo allestimento della Galleria comunale, volto a dare lo spazio dovuto alla collezione Ugo Ugo, inserita nel più ampio percorso dell’arte del Novecento, finalmente ha aperto la strada ad una reale valorizzazione delle collezioni civiche, poste in continuo confronto e dialogo.

Personalmente, poter studiare e approfondire le tematiche della collezione Ugo è un grande vantaggio, visto che le mie ricerche spesso si sono soffermate su quei meravigliosi e ribelli anni Settanta.

La collezione Ugo, come più volte abbiamo voluto sottolineare è il risultato di un dibattito culturale importante in una Sardegna che alla fine degli anni 60 cercava di modernizzarsi.

Secondo te quali iniziative si dovrebbero prendere affinché questa collezione d’arte contemporanea venga finalmente percepita da tutti come appartenente all’identità culturale della Sardegna?

Le iniziative che nel corso del 2017 sono state avviate mi paiono essere un buon inizio per riannodare i fili che Ugo Ugo aveva tessuto quando aveva formato la collezione.

La direzione era quella di una continua sperimentazione, della valorizzazione delle opere e degli artisti presenti, del ricercato dialogo tra le manifestazioni più avanzate dell’Isola e del contesto nazionale e internazionale.

Io credo che la necessità attuale sia quella di rimettersi in quella direzione, dando occasione agli artisti e ai professionisti del nostro contemporaneo di lavorare in un contesto di inclusione e promozione del fare artistico.

“La direzione era quella di una continua sperimentazione, della valorizzazione delle opere e degli artisti presenti, del ricercato dialogo tra le manifestazioni più avanzate dell’Isola e del contesto nazionale e internazionale. Io credo che la necessità attuale sia quella di rimettersi in quella direzione, dando occasione agli artisti e ai professionisti del nostro contemporaneo di lavorare in un contesto di inclusione e promozione del fare artistico.”

 

Saresti favorevole all’ufficializzazione del nome collezione Ugo Ugo, se sì, per quale ragione?

Il nuovo allestimento della Galleria Comunale, firmato dalla direttrice Paola Mura, dedica una sala a Ugo con parte della collezione, ma la denominazione generale è ancora Collezione Contemporanea.

Sono favorevole alla proposta di intitolare ufficialmente la collezione a Ugo Ugo, suo creatore e lungimirante direttore.

Senza la sua intraprendenza oggi non avremmo queste importanti opere, ma soprattutto non potremmo ricordare che negli anni Settanta Cagliari non era una città periferica, vantava un’avanguardia artistica e mostrava tutta l’intenzione di abbattere il concetto di insularità.

“Arroyo invece utilizza il codice figurativo della Pop Art per decostruire la mitizzazione del popolo spagnolo, orchestrata da una dittatura che ha tentato di raccontare un governo pacifista al potere, fautore di una crescita economica e sociale capace di mettere a tacere tutte le coscienze.”

FACE TO FACE

“Drammaticamente donna”.
Il ritratto femminile nell’opera di Eduardo Arroyo e Mino Maccari

Porre in dialogo delle opere nate in tempi e ambiti differenti è una pratica con la quale si creano nuove connessioni e mettono in circolo visioni comparative utili all’analisi storico-artistica di opere nate in contesti lontani e diversi.

In quest’ottica è stato pensato il dialogo tra l’opera pittorica di Mino Maccari, appartenente alla Collezione Ingrao e quella di Eduardo Arroyo, facente parte della Collezione d’arte contemporanea del Comune di Cagliari, nata negli anni Settanta da un’idea di Ugo Ugo.
Il confronto tra l’opera pittorica di Mino Maccari (Siena 1898 – Roma 1989) Donna con veletta del 1969, quella di Eduardo Arroyo (Madrid 1937) La femme du mineur del 1970 è stato pensato per la spiccata ironia che entrambi utilizzano nel rappresentare la figura femminile.

Diversi nel segno e nel colore si uniscono in quella necessaria visione della donna come simbolo di una società in divenire.
Dai ritratti femminili di Mino Maccari e di Eduardo Arroyo traspare un linguaggio espressivo dettato dalla necessità di celare, dietro dissimulate apparenze, riflessioni sulla situazione politica e sociale.

Una terza opera, proveniente dalla sezione di arte sacra della Collezione Ingrao, è stata inserita in questo confronto: la scultura, accostata ad Arroyo, collega l’iconografia dell’Addolorata di tradizione spagnola alla sua moderna reinterpretazione.
Il ritratto femminile è stato declinato in ogni sfaccettatura dell’essere donna. Nella seconda metà del Novecento la figura femminile diventa icona di battaglie, di ribellione a una secolare condizione d’inferiorità, di affermazione del diritto di personalità, di giustizia sociale, di libertà. Quest’ultimo concetto è stato rappresentato con codici differenti nell’opera dei due artisti messi a confronto. Un linguaggio di matrice espressionista avvolge le donne di Maccari, brillantemente costruite con un colore che si fa caricatura, maliziosamente protagoniste di un mondo lascivo, immondo e ipocrita come quello della borghesia fascista che porta i suoi strascichi fin oltre la seconda guerra mondiale.

Arroyo invece utilizza il codice figurativo della Pop Art per decostruire la mitizzazione del popolo spagnolo, orchestrata da una dittatura che ha tentato di raccontare un governo pacifista al potere, fautore di una crescita economica e sociale capace di mettere a tacere tutte le coscienze.
Vissuti in luoghi differenti ma protagonisti di realtà affini, come la dittatura, la guerra, l’impegno politico, in queste opere entrambi gli artisti danno voce a drammatici volti di donne, simbolicamente interpretati come icone della società contemporanea.

Ivana Salis

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