J’ai été con toute ma vie

Cadaveri e maternità!

I cadaveri aperti e scrutati, fracassati, suppliziati in infiniti modi…

Sono le dita degli studenti, contaminatesi nel corso di recenti dissezioni, che portano le fatali particelle cadaveriche negli organi genitali della donna incinta, soprattutto all’altezza del collo dell’utero.

Tutti coloro che entravano nel Padiglione, sarebbero stati obbligati a lavarsi le mani con una soluzione di cloruro di calce. A questo aggiunse la disposizione che tutte le partorienti cambiassero le lenzuola sporche con altre pulite.

La bacinelle, lavabi portatili, di rame, utensileria casalinga, batteria da toeletta collettiva, nei lavatoi della morte: c’était une pure création!

Quel lavaggio prelimare, cambiò il mondo della medicina e anche nella nostra vita quotidiana.

Un gesto così semplice che fu ostacolato dal professor Klin e soffocò quella verità indiscussa con i tutti mezzi, con tutte le sue influenze che disponeva.

Klin, inetto e ceco, si suicidò a causa di un’infezione puerperale causata di una sua cugina, non seguendo il consiglio del suo allievo.

Adesso si può discutere, le parole fabbricano più impurità e sporcano di più le mani che i cadaveri.

La ricerca anatomica, l’anatomia patologica sono una violenza diventata consuetudine, ma la consuetudine non ne cancella l’orrore e l’errore.

Nel settore dell’arte contemporanea è come ritrovarsi in quell’ospedale: c’è sempre qualche Klim per “curare” la nostra arte malata in questo Padiglione già infetto.

Ma i veri artisti preferiscono “partorire” le loro creature in strada, dove i pericoli sono in realtà di gran lunga minori.

Un uccello impagliato senza storia e un battipanni insanguinato, non può entrare mai in una Biennale.

Meglio un disegno, un teschietto di un artista famoso (tipo Hirst), regalato a un tassista, per aprire le porte di un Padiglione.

La volontà di Dio di tenersi una riserva di vermi, è una religiosa idiozia. Ciascuno di quei vermi è un individuo, ha un nome, un suo rapporto con Dio.

Meglio il demente che sfoga il suo odio in parole ubriache senza impastarlo col cielo.

Perché la parola di Céline scoperchia la tremenda ambiguità, la potenza di verità per mezzo di inuguagliabili invenzioni, per istinto di puttana nata, di ladra implacabile di ogni maschera, a sborrare nella degradazione, a saltare miserabilmente dove la melma è più nera…

L’arte è sempre in contatto con l’istinto di distruzione, la verità di morte delle paranoie totalitarie, fasciste e comuniste, della scienza (robotisation), della mercificazione (l’Expo 1900, le mensonge permanent), l’impostura letteraria e politica, la caduta d’angelo della parola scritta nell’inferno del falso.

Testi elaborati da Il dottor Semmelweis, Louis-Ferdinand Céline e Guido Ceronetti, Semmelweis, Céline, la morte.

Marco Lavagetto, 2016

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