Jovanotti, il conformismo e i talent d’artista

Stamattina leggevo le ultime sul nuovo disco di Jovanotti, quello prodotto da Rick Rubin per intenderci.

L’intervista al Lorenzo Nazionale era focalizzata sui motivi che avrebbero spinto Rubin a prenderlo in considerazione.

Così si parla del vino , del cibo, delle colline Toscane, dell’amore che gli italiani provano per il rapper, della sua simpatia contagiosa, insomma si parla di tutto e , incredibilmente, un pochino anche di musica.

Al netto di quello che si può pensare della produzione dell’atletico rapper aretino, colgo una stringente analogia fra i contenuti delle sue interviste e quelle di alcuni rappresentanti della nostra politica, nel senso che in ambedue in casi si respira un’aria di estrema superficialità, accompagnata dai soliti luoghi comuni sul futuro, sui giovani e sulla luce alla fine del tunnel, quello in cui tutti ci troviamo da diversi anni. L’esposizione dei vari argomenti è sempre filtrata dalla necessità di elaborare un messaggio positivo, alla faccia del presente e della decadenza irreversibile del BelPaese, per distillare un consenso che odora di pensiero unico, sintesi estrema del nostro galleggiare sopra le criticità devastanti di questi anni, senza preoccuparci di capire cosa ci sia in fondo a quel tunnel. Tutto passa attraverso la compagnia di quei simpatici motivetti da fischiettare o dell’eterno ritorno della nostalgia di quando si stava peggio, una sorta di ritorno al neorealismo senza alcun realismo, anzi. C’era un tempo in cui gli artisti mettevano a rischio la loro stessa vita per poter esprimere qualcosa che andasse oltre i 3 minuti 3 per raccontare situazioni o esperienze in cui la capacità sopravvivere – ad esse o a se stessi – rappresentava sia la fragilità della condizione umana che l’infinito spettro delle interazioni fra esseri imperfetti, soli o male accompagnati che fossero. La musica poteva esprimere tutto questo e raccontare le testimonianze di diverse stagioni all’inferno che portavano con loro dubbi, domande, paure, consapevolezza.

Di tutto questo oggi restano solo ricordi sbiaditi, scivolati nel tritacarne del conformismo, l’ultima cosa di cui avrebbe bisogno la musica per uscire dal vicolo cieco in cui il mainstream e i talent l’hanno confinata.

Dorian Gray

 

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