JUST DO IT!

JUST DO IT!

Un artista non è un conferenziere, l’uso che fa delle parole scritte, è sempre finalizzato a rappresentare immagini o ad immaginare, pensate alla scrittura futurista, alle poesie visive, le tavole parolibere e le parole in libertà.

Quanti discorsi di un artista visivo, riuscite effettivamente a ricordare?

Al limite dell’artista, resta come modifica il rapporto con lo spazio con le sue parole, dell’ambiente o atmosfera che crea, ma le parole non le ricordate, perché non è un conferenziere e talvolta si annoia anche ad ascoltarsi.
Quello che si ricorda, quando parla un artista, è la sua musica, non le parole, proprio come fosse un brano pop in una lingua che non si conosce, la sintesi di quel fiume di parole (anche inutili) è nelle sue immagini.
Le immagini evocano le parole, ma sono loro che restano impresse, non il discorso dell’artista, per capire Kandinskij si possono anche non leggere “Lo spirituale nell’arte” e “Punto, linea e superficie”.

“Al limite dell’artista, resta come modifica il rapporto con lo spazio con le sue parole, dell’ambiente o atmosfera che crea, ma le parole non le ricordate, perché non è un conferenziere e talvolta si annoia anche ad ascoltarsi. Quello che si ricorda, quando parla un artista, è la sua musica, non le parole, proprio come fosse un brano pop in una lingua che non si conosce, la sintesi di quel fiume di parole (anche inutili) è nelle sue immagini.”

Io ho un immagine addosso, che ha viaggiato attraverso la più nota rivista d’arte internazionale in Europa, dove però sono stato nella storia, l’unico artista visivo ad avere una sua rubrica d’opinioni autonoma, l’immagine con la quale sono stato liquidato dal Direttore è stata, dopo un anno di collaborazione:
“Un dilettante e disobbediente no global con protagonismo da Rione Sanità”.
Un’immagine come questa, non è un fallimento, è un balzo in avanti, è un motivo di vanto per chi si muove con spirito d’iniziativa, da quel momento sono stato preceduto da ciò che dall’alto si era sentenziato su dei me.
I linguaggi dell’arte sono lavoro sul difetto che diventa pregio.
Ricordate quel critico che davanti Monet sentenziava “questi non sono quadri, sono impressioni…”?

Monet non ha mai smesso di ridere.
Come non ha mai smesso di ridere Vlaminck dopo che il medesimo critico disse “Donatello in mezzo alle belve“, insomma le belve hanno sbranato il suo spocchioso giudizio.
L’artista cresce e matura se si muove privo d’intermediazioni, la vera battaglia è sempre stata quella tra lui e il collezionista o committente, curatore, critico e gallerista sono intermediari che selezionano l’artista più comodo e sterile a seconda della circostanza.
Il collezionista-committente pubblicizza se stesso, pubblicizza la sua immagine nel nome dei vantaggi che ha proponendosi come un finanziatore d’arte; l’imperativo dell’artista invece è quello di fare pubblicità a se stesso, con la consapevolezza di avere la necessità che qualcuno riconosca il suo talento.

“Il collezionista-committente pubblicizza se stesso, pubblicizza la sua immagine nel nome dei vantaggi che ha proponendosi come un finanziatore d’arte; l’imperativo dell’artista invece è quello di fare pubblicità a se stesso, con la consapevolezza di avere la necessità che qualcuno riconosca il suo talento.”

Il committente-collezionista, sa che una relazione con l’artista, vuole dire aumentare il fatturato di credibilità e affidabilità della sua immagine.
Tutte le intermediazioni nella relazione committente-artista (gallerista, critico e curatore), filtrano e selezionano gli artisti più vicini al preventivo gusto del committente, guastando l’evoluzione di una relazione, guadagnandoci su e mascherando tutto con la parola “merito”.
I capricci della moda che determina il gusto, inseguiti dal collezionista e legittimati dalle intermediazioni selettive degli addetti ai lavori, determinano il cattivo investimento.
Stravinskij dichiarava di non scrivere musica, ma d’inventarla, fare volare il linguaggio è la cosa importante, non porlo al guinzaglio dell’altro.
Provate a chiedere ad Ai Weiwei chi sia Duchamp, chiedete a Koons o Hirst chi sia Warhol; chiedete a Francesco Clemente o Sandro Chia chi sia Kokoschka, vi risponderanno subito senza esitazione alcuna.
Chi lavora e vive con l’arte, si forma e cresce sviluppando idee di altri artisti, in tutti i Licei Artistici e nelle Accademie si studia la stessa Storia dell’Arte, a prescindere da come si sia sviluppata l’arte nel locale.
Vero, necessario conoscere la materia ed i trucchi del mestiere, come osservare i lavori dei Maestri, ma queste sono le fondamenta, poi i linguaggi e le ricerche devono muoversi in autonomia, la soluzione non si può copiare, l’originalità è figlia della fonte improbabile e imprevista, per questo Pablo Picasso amava l’ingenuità di Rousseau.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail