LA CIVILTA’ DELLA FUGA

LA CIVILTA’ DELLA FUGA

La notizia che i social occidentali sono stati bloccati in Russia come sanzione è stata pompata come un duro colpo alla nazione comandata da Putin.
Questo più che dei russi, dice molto di noi, della nostra visione del mondo, di come autopercepiamo il nostro modello di vita.
Dopo la crisi del 2008, la pandemia ed ora la guerra, fette sempre più consistenti della popolazione occidentale si sono impoverite, passando dal benessere della classe media alla mera sopravvivenza.
Nello stesso periodo si diffondono in maniera massiva Instagram, Netflix, Spotify, Steam e una miriade di altri servizi che offrono a costo basso o nullo socialità, film, musica, immagini, videogiochi.
Mentre Il mondo materiale diventa sempre più difficoltoso, incerto, frustrante il grande capitale statunitense progetta servizi che permettono all’individuo di fuggire dal reale con un click, per immergersi in un ecosistema virtuale in cui la sovrabbondanza di vie di fuga pare inesauribile.
Negli ultimi 15 anni questo modello di un reale sempre più invivibile affiancato da un virtuale che offre potenzialità pressoché illimitate, invece di essere percepito come un ripiego è stato visto come una sorta di nuova via occidentale all’esistenza, come compreso e rappresentato da Steven Spielberg in “Ready player one”:
finché puoi permetterti un pc o uno smartphone, la corrente elettrica e la connessione, non importa quanto il tuo lavoro sia precario, malpagato e frustrante, quanto i tuoi progetti di vita non vadano oltre al pagare le bollette a fine mese, tanto c’è sempre un mondo altro in cui puoi “realizzare” i tuoi sogni, qualunque essi siano.
Solo se si tiene conto di questo, si può capire quanto per noi occidentali togliere a popolazioni di altre culture i social rappresenti un danno capace di piegarne la volontà di proseguire la lotta:
nella nostra idea di vita desiderabile, non avere i social in cui fuggire significa essere condannati a vivere il reale, cioè il frustrante ed il fallimentare.
L’idea che questa scissione fra un reale sempre più simile ad un incubo ed un virtuale paradisiaco possa non esistere in altre culture, o addirittura risultare per loro una sorta di distopia, non ci sfiora nemmeno: essendo la via e la vita occidentale l’unica vita buona possibile, toglierla agli altri significa condannarli all’Inferno.
A questo punto ci sorge spontanea una domanda:
ma davvero vale la pena che l’Occidente dia il via alla terza guerra mondiale per difendere questo modello di vita?
Federico Leo Renzi