LA DENUNCIA E IL RISCHIO EFFETTO SPLATTER

LA DENUNCIA E IL RISCHIO EFFETTO SPLATTER

O si ha una formazione di impegno sul campo storico e quello politico, come potevano avere curatori come Catherine David o Enwezor, e in questa cornice opere anche forti e violente di denuncia venivano in qualche modo giustificate come quadri di una situazione sociale complessa, oppure non si ha questa formazione e si scelgono delle opere “forti” per il semplice motivo che secondo la vulgata queste sono un ingrediente imprescindibile di una grande mostra.

Se la cornice politica però manca si finisce per far si che le opere forti da opere impegnate rischiano diventare solo delle opere splatter, che oltre a fare più pubblicità che arte, non trasmettono una conoscenza profonda dei problemi ma si limitano a citarli, spesso indirettamente, puntando solo a girare il coltello nella piaga.

La macchina lava sangue dei due artisti cinesi rientra in questo genere di spettacolarizzione della violenza, come purtroppo il muro della Margolles, malgrado il riferimento ai crimini sulle donne a Ciudad Juarez.

In un precedente post ho pure stigmatizzato l’idea dell’artista svizzero di portare in laguna l’imbarcazione affondata con i migranti.
E mi è piaciuta poco pure la finta barca-installazione con stoffe svolazzanti di Lee Bull che si riferisce ad un naufragio accaduto anni fa in Corea.
Il lavoro su questa falsariga che invece forse si salva è quello di Shilpa Gupta (da non confondere con Soham Gupta che é fotografo) con la sua cancellata che sbatte periodicamente danneggiando progressivamente il muro. Nell’installazione semovente l’artista indiano é riuscito a ricreare un vivido ossimoro: la cancellata , simbolo di chiusura e protezione, diventa dannosa per l’edificio che delimita.

Nel breve filmato dove si inizia con la cancellata che sbatte di Gupta si intravede la fotografatissima mucca sui binari, che non rientra nella casistica appena trattata ma concorre ad essere una delle installazioni più stupide viste in tutta la Biennale comprese le mostre collaterali.

Walter Bortolossi

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail