LA DISCUSSIONE PUBBLICA SUL GENDER

DEMI LOVATO: LA DISCUSSIONE PUBBLICA SUL GENDER
Esattamente un anno fa Demi Lovato aveva generato un ampio dibattito online per aver cambiato la sua identità di genere da femminile a non binaria, con relativo cambio di pronomi da “she/her” a “they/them“.
Questo dibattito in Italia era durato circa una settimana, poi era finito nel dimenticatoio come molti altri non approdando a nulla.
Dopo un anno Demi Lovato annuncia di essere giunta ad una maggiore comprensione della propria identità di genere, e quindi di aver compreso come da non binaria a volte la sua identità di genere si sposti (o ritorni) a femminile, pur rimanendo non binaria.
E qui si presenta già il primo problema della questione:
è difficile comprendere dalle dichiarazioni della Lovato se lei utilizzi etichette come maschile, femminile, non binary, ecc secondo il significato che è fissato dai gender studies e dalla comunità LGBTQI+ o ne faccia un uso prettamente personale, arrivando di fatto a svuotare di senso queste categorie.
L’altra questione agitata dalla Lovato è il fatto che sia necessario pubblicizzare sui social ogni cambio d’identità di genere:
siccome sbagliare pronome nel mondo anglofono non è solo una mancanza di rispetto, ma un’infrazione della legge (con annessi risarcimenti di natura monetaria) ogni cambio di gender e pronomi dev’essere conosciuto da tutti, e perché a tutti sia noto deve essere comunicato su un canale dove tutti lo possano vedere, da qui l’ovvio uso dei social e relativi articoli di giornale.
Per chi non è una popstar ma fa il medesimo cambio, i canali sono simili:
lo si annuncia sui propri social, e nel caso delle grosse aziende, lo si comunica all’ufficio personale che lo comunica a tutti i dipendenti.
Chi lavora con le aziende anglofone o che fanno businness con il mondo anglofono, avrà notato che negli organigrammi aziendali pubblicati sui siti della corporation o quando viene passato un contatto compare sempre ben in evidenza quale pronome usare per rivolgersi a quella persona:
la propria identità di genere nel mondo anglofono è quindi una questione pubblica a tutti gli effetti.
Qui troviamo il primo cortocircuito:
l’identità di genere di un individuo è nel contempo una questione di autopercezione puramente individuale (oggi mi sento uomo, donna, non binary ecc) e nel contempo una questione pubblica normata con una precisa legislazione.
L’individuo quindi ha il diritto di cambiare identità di genere ogni qual volta senta questa necessità, e gli altri hanno il dovere di conoscere e riconoscere questo cambio e comportarsi di conseguenza.
E’ proprio questo scontro fra i diritti dell’individuo e gli obblighi di tutti gli altri ad aver generato quella furia classificatoria tipica del mondo anglosassone (e sconosciuta in Italia) che fa sì che ogni identità di genere e orientamento sessuale abbia delle precise definizioni e dei precisi modi di comportarsi… tutto bene quindi?
No, perché qui parte il nuovo problema, emerso con la nuova generazione, quella che per comodità chiameremo generazione Tik Tok (14-22 per intenderci).
Per evoluzione naturale, o forse in opposizione generazionale alla pedissequa ricerca di definizioni e normazione delle generazioni Z e Millennials, le nuove leve fanno un uso delle categorie di identità di genere e orientamento sessuale strettamente personale, come lo fa la Lovato:
si nota come su tik tok ad esempio chi cambia identità di genere non cambia più nome né pronomi, per cui ad esempio la quattordicenne Giulia annuncia su tik tok di sentirsi ragazzo, ma continua a farsi chiamare Giulia e a usare i pronomi she/her come se la sua identità di genere fosse ancora femminile.
Questo uso puramente individuale delle categorie fa collassare qualsiasi regola e norma legislativa, aprendo una voragine teorica e pratica sulla questione:
se ognuno fa quel che gli pare e si inventa di volta in volta le regole con cui gli altri devono rispondere al suo cambio di genere, come si fa a legiferare sulla questione, e come ci si comporta?
La risposta al momento sembra essere: ognuno si arrangi come può e veda di non offendere la persona che ha davanti.
Le dichiarazione fatte dalla Lovato sul suo cambio di genere sembrano dare una sanzione pubblica a questo cambio di paradigma della nuova generazione: infatti lei sostiene che il cambio di genere e la riflessione sulla propria identità di genere è personale e fluida, e quindi è paragonabile alle sperimentazioni di un artista con la propria arte:
esattamente come un artista può cambiare genere musicale più volte nello stesso disco o perfino nella stessa canzone a seconda delle vibrazioni che questo cambio produce, così l’io può mutare identità di genere a seconda delle proprie sensazioni e della propria evoluzione personale, interpretando la questione del genere come una questione di autoesplorazione psichica.
Salta quindi ogni categoria e ogni definizione socialmente accettata, quindi anche ogni regola sull’uso dei nomi e dei pronomi.
Riassumendo, la Lovato quindi con le sue ultime dichiarazione sembra sancire una nuova fase della questione identità di genere, una fase in cui ogni norma e definizione faticosamente elaborata dalle generazioni precedenti salta, perché la propria identità di genere diventa una questione talmente intima e privata da mettere in questione ogni norma e definizione collettiva sull’argomento… nel contempo però la questione è squisitamente pubblica, perché il cambio di genere deve essere comunicato pubblicamente e ricosciuto da tutti.
Federico Leo Renzi