LA MORTE DELL’IDOLO

LA MORTE DELL’IDOLO: COME LE NUOVE GENERAZIONI -IN SILENZIO- HANNO ROVESCIATO I NOSTRI ALTARI

Riprendo e sviluppo un tema che in molti miei post rimane sottotraccia, ma che mi rendo conto essere fondamentale: il concetto di idolo (musicale, sportivo, politico, ecc) è totalmente mutato, e ha ben poco a che fare con quello elaborato dalle generazioni del dopoguerra. Il divismo è stato un fenomeno tipicamente post ricostruzione, che si è affermato prima nella letteratura/poesia (Dylan Thomas), poi nella musica pop (Elvis Plesley) infine nella politica (i Kennedy), e che aveva avuto come prodromo il culto dei divi del cinema statunitense. Il divismo era nella sua essenza collegato al medium televisivo/cinematografico:

masse di spettatori passivi guardavano in gruppo un’icona distante, irraggiungibile, intenta a fare cose impossibili ai comuni mortali (cambiare il corso della storia, compiere prodezze sportive, recitare in modo unico, cantare davanti a folle estatiche, ecc).

Questo modo di concepire il rapporto fra divo e fan, spettatore e canale sul quale l’idolo si mostra, ecc è completamente mutato.

E’ mutato per una serie di innovazioni tecnologiche e sociali irreversibili: l’affermarsi della tv realtà (i reality), la nascita di internet e dei social, la stanchezza di fronte ad un industria che cambia divi a ritmo sempre più accelerato pretendendo dal pubblico gradi sempre maggiori d’entusiasmo (e di esborso economico), e non ultima la crisi economica del 2008, che ha decimato le risorse a disposizione dell’industria culturale.

Questo insieme di fattori ha generato un nuovo tipo di personaggio famoso, ossia l’influencer:

non un divo, ma semplicemente una persona comune con un suo seguito disposto ad acquistare i prodotti pubblicizzati, e li acquista non perché l’influencer è un professionista di qualcosa, ha caratteristiche speciali o sovraumane, ma semplicemente perché l’influencer è famoso. E’ la fama che genera fama e in questo autogenerarsi si monetizza, esattamente come nella finanza post capitalista il denaro genera denaro senza produrre nulla.

L’influencer non è una figura professionale confinata al mondo dei social (in particolare Instagram) ma un nuovo modello di VIP che sta colonizzando a ritmo accelerato ogni ambito della società dello spettacolo: dalla politica (la Ocasio-Cortez), all’attivismo sociale (Greta Thumberg), alla musica (il trapper) fino allo sport (basti pensare al calcio tricolore), l’influencer ha caratteristiche identiche in qualsiasi campo operi.

Ve le elenco in maniera sintetica e semplificata:

1- E’ un fenomeno capace di generare grandi numeri sul web (like, condivisioni, reaction, acquisti, ecc), ma con uno scarso o nullo impatto sulla mobilitazione reale.

Leggendari sono i concerti di trapper famosi con 100 persone paganti o manifestazioni con influencer da milioni di followers su insta e 300 persone in corteo.

2- L’influencer è sempre in video, ma non perché è costantemente ripreso, ma perché si autoriprende costantemente. Infatti è lui a gestire come promuoversi, su quali canali social, cosa mostrare di sé in video (o in foto).

3- L’influencer deve essere quanto più possibile vicino al suo pubblico, e in perfetta linea con il nuovo concetto di fama creato dai reality, deve dimostrare di essere una persona comune che fa -anche- cose comuni e banali… come mangiare (Salvini), truccarsi (la Ocasio-Cortez), alzarsi la mattina assonnato (Sfera Ebbasta), ecc

4- L’influencer economicamente non trae il suo sostentamento o la gran parte del suo introito economico dal lavoro che fa (sport, musica, politica, ecc) ma dalle sponsorizzazioni delle aziende.

Questo significa che fra aziende sponsor e influencer si stabilisce una sorta di reciproca simbiosi fra brand, per cui l’influencer aumenta le vendite del brand che pubblicizza e il brand dona la sua aura iconica all’influencer, aumentandone il valore sul mercato.

Questo è particolarmente evidente ed esaltato nel trap, ma vale anche negli altri ambiti citati.

Passo rapidamente alla conclusione: il divismo come l’abbiamo conosciuto fino a poco tempo fa è morto, e non risorgerà.

Al suo posto c’è una nuova forma di VIP: separato eppure non dissimile dal suo pubblico, costantemente in video persino nei suoi momenti quotidiani e banali, capace di generare grandi movimenti sul web ma ininfluente fuori dall’etere, dipendente -sia economicamente che per la sua immagine- dai brand che sponsorizza, questo nuovo VIP non suscita fenomeni di adorazione, non genera estasi al suo comparire, non è un professionista o un eroe romantico da imitare per autotrascendersi. E’ una persona comune divenuta famosa per un qualche motivo (sempre più spesso non per merito proprio) capace di capitalizzare la sua fama vendendo prodotti (o idee) creati da terzi.

Questo vi genera un senso di repulsione e spaesamento?

E’ normale: è una rivoluzione di paradigma avvenuta in poco meno di 20 anni, e giunta alla sua maturità solo adesso. Le nuove generazioni l’hanno introiettata, mentre le vecchie guardano con nostalgia ai grandi divi (musicali, politici, ecc) del ‘900.

I “vecchi” se ne facciano una ragione: siamo nel 2019, il muro di Berlino è crollato da 30 anni, e se abbiamo detto addio a Lenin, possiamo dire addio anche a Marilyn Monroe e David Bowie.

Federico Leo Renzi

 

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