La normale presenza della pittura!

NON IL RITORNO DELLA PITTURA, QUANTO LA SUA NORMALISSIMA PRESENZA: EISEMANN, CROSBY & Co.

Permane ancora un pò di schizofrenia nel mondo dell’arte contemporanea. Aste, gallerie e grossi collezionisti (basti guardare le mostre ospitate dallo stesso Pinault) da tempo hanno ripreso a interessarsi alla pittura dopo l’ostracismo che questa ha subito dopo il suo primo ritorno negli anni 80.

Lo zoccolo duro di alcuni curatori ostili persisteva però ancora tra diversi direttori di grandi mostre.

Un primo sforamento lo aveva iniziato Gioni che nella sua eccentrica Biennale del 2013 aveva inserito diversi quadri dipinti con l’escamotage della mostra incentrata sugli artisti outsiders.

Lo stesso Enwezor al suo turno dovette capitolare e inserí qualche pittore
preferibilmente afroamericano o poliitically correct, ma al contempo dando spazio a Baselitz.
Questa di Rugoff è la prima Biennale dove non c’è tanto il ritorno uffuciale della pittura quanto la normalizzazione della sua presenza.

È dai primi anni 90 che non se ne vedeva cosí tanta alla Biennale, considerando oltretutto le mostre extra biennale: Tuymans a Palazzo Grassi , Baselitz alle Gallerie dell’Accademia, Ghenie alla Fondazione Cini e Halley ai Magazzini del Sale.

Si spera ora che oltre a Rugoff si sviluppi una nuova generazione di curatori meno talebana che sia in grado di gestire mostre realmente improntate alla combinazione di forme d’espressione diverse, comprese la pittura.

Forse molti curatori devono avere la modestia di mettersi a studiare un pò di storia dell’arte.

Tra i pittori presenti nella mostra di Rugoff ai Giardini mi pare che chi si evidenzi è la Eisemann che è una pittrice robusta direi e anche piuttosto conosciuta.
Sono ormai lontani gli anni in cui in certi ambienti radical e fanaticanente femministi si accusava la pittura di essere reazionaria, reaganiana e maschilista: a quanto vedo c’è una generazione di donne pittrici agguerrite e molti brave che si fa avanti e artiste come Inka Essenhing, Julie Heffernan e Dana Schutz non sono più delle mosche bianche.

Al momento quella più in vista è la Eisemann che peró ammetto di non riuscire a farmi piacere del tutto pur ammettendo che è come dicevo un’artista robusta.

La sento sicuramente superiore alla strombazzata Cecily Brown, alla Saville, a Marlene Dumas ma le sue figure hanno sempre qualcosa di sgradevole e di pesantemente sgraziato.

Probabilmente si tratta di una scelta consapevole per evitare ogni estetismo e idealizzazione della realtà. Lo stesso sfoggio di tecniche e modalitá pittoriche nello stesso dipinto per quanto raffinato e non banale ha peró un che di compitato come se fosse frutto di un’autoimposizione e non di una libera scelta.

Ho come l’impressione insomma che tema di fare le cose per il piacere di farle.

O sbaglio?

Indubbiamente più piacevoli i lavori della Crosby che mescolano pittura e collage ma che sono anche più facili e non molto diversi da quando li vidi per la prima volta anni fa all’Harlem Museum quando non era ancora famosa.

La Eisemann invece varia moltissimo e bisogna riconoscergli che si mette continuamente in gioco.

Il suo lavoro più grande nella sala non è meno di un Neo Rauch.
Comunque benissimo direi , mie piccole idiosincrasie a parte.
Infine una stoccata da prendere come un’osservazione a fin di bene e non una cattiveria: la pittura migliorerà ancora di piú quando i criteri di giudizio non saranno vincolati dalla necessità che l’artista che la pratica debba appartenere a qualche minoranza oppressa, per essere sdoganato.

Qua mi fermo, ma il problema c’é.

Walter Bortolossi

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