La “piattolacrazia” dell’artista social

La “piattolacrazia” dell’artista social

Studio, mi relaziono e tendo di comprendere l’arte che si muove via social, liberi professionisti che comunicano on line i loro “successi” professionali.
Perché ho la sensazione che la gran parte di loro, facciano tutti la stessa cosa?
Foto in galleria, foto al vernissage, foto nello studio, foto dei propri lavori, foto aria da sexsymbol perché l’artista vende meglio se si propone anche come oggetto sessuale…


Una grande comunicazione di marketing ereditata dal secolo passato, copiata ed incollata.

Ma è obbligatorio competere a questo grande gioco del copia e incolla l’immagine dell’altro?

Non mi ha mai interessato copiare ed incollare, mai interessato la competizione tra artisti.

I linguaggi dell’arte sono condivisione da molto prima che esistessero i social network, soltanto in questa maniera si possono sganciare dalla “piattolacrazia” delle applicazioni social.

Non capisco gli artisti che usano i social, con l’ambizione , dichiarata nel loro stile di comunicazione, di finire su tutti i tg del pianeta terra, più che pensare al presente, sembra abbiano in mente soltanto come volere essere ricordati,  sono vivi, ma si muovono su morte traiettorie del secolo passato a denominazione ed origine controllata.

Einstein ragionava, su come una idea per essere speranza debba potere essere assurda, non vedo molta assurdità in giro, e quando la vedo non arriva dal mondo dell’arte, che piuttosto l’osserva e la riproduce.

Questo mi rende melanconico e mi indirizza naturalmente verso gli artisti che con dedizione, ogni giorno e con lucida reale follia, assurdamente contro vento, sviluppano il loro lavoro e la loro ricerca, interconnessi, ma distanti dalla sudditanza del presentarsi necessariamente come affermati o di successo.

Semplicemente sono il loro linguaggio e del resto non gli frega un emerito cazzo, per loro è più importante il loro studio che andare a questo o quell’evento, per farsi fotografare con questo o quell’artista di sistema e fare il sistema.

Toulouse Lautrec non era bello e frequentava bordelli, non si è mai mosso da una Parigi internazionale dove è morto a 37 anni, una esistenza come la sua dovrebbe fare riflettere molti artisti contemporanei sulla loro pochezza.

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