LA PREDILEZIONE ELETTIVA

Rebecca Boi, ex alunna del Liceo Foiso Fois, aspirante scrittrice e studentessa di fashion design a Roma, ci regala un racconto ispirato alla Casa Museo Hendrik Christian Andersen.

Camminare e conquistare la realtà attraverso il sogno, è ciò che Emma faceva. Il senso d’inebriamento era tale che mostrava una notevole difficoltà di discernimento. L’enorme candore biancastro e l’odore del gesso che Hendrik Christian Andersen le stava mostrando erano tali da non lasciarle udire più nulla. Ma per avere a che fare con qualcosa di astratto e molto profondo bisogna attraversare prima l’insidiosa realtà che profonda non è, e spezzarla come un minerale, così da conoscerne trama e brillantezza. D’un tratto sentì un canto. Non seppe confermare se si trattasse di un
normale vociare, tanto flebile era, o un canto vero e proprio. Ma voleva darle
conferma che fosse reale, perché niente nell’universo è peggio del non venir riconosciuti. Anzi a dirla tutta, proprio perché appariva falsa, la voce che non si sapeva di chi fosse o da dove provenisse, s’incrinò d’un poco. Aveva rilasciato nell’aria un leggero qualcosa impercettibile a chiunque, e aveva perso un grado dell’iniziale naturalezza. L’angelo della vita. Questa volta la voce era vicina. Era carezzevole come una mano materna e quando parlava sembrava canzonatoria. La ragazza si voltò incuriosita e tra la brezza del leggero fruscio dei propri capelli vide delle dita femminili bianchissime, tra cui l’indice alzarsi, indicare un qualcosa e rimanere sospeso a mezz’aria
come se aspettasse d’essere raggiunto; non si abbassò. “Sapete cos’è un angelo?” chiese. “Guardate le ali, guardatele. Quante piume le compongono, e sono così dorate. Lasciate che vi corregga però, non sono piume, non sono niente altro che pelle spezzata“. Emma guardava l’imponente statua che la superava e sfiorava quasi il soffitto, chiedendosi di quanto sentimento essa fosse capace. Era cosciente del fatto che all’interno del gesso vi fosse una struttura di ferro, eppure quella fisionomia sapeva trasmettere un’umanità che Emma non riusciva a riconoscere in sé stessa anche se formata da ossa e anima. Pelle spezzata dite?, Lo vedete come si formano le increspature, i solchi tra una
piuma e l’altra? Se le si accarezzano non sono omogenee ma ad una ad una darebbero l’dea di staccarsi. Quegli spazi sono gli sbagli che l’angelo, allora un normale essere come me e come voi ma assai più ingenuo, ha commesso. Emma si era meravigliata. Con che coraggio la creatura aveva ricucito e messo insieme il proprio essere per portarne il peso sulla propria schiena! Forse era per questo motivo che era così alta e maestosa. Era quello l’aspetto di Madre Natura? Enorme da far paura ai suoi figli. I solchi! Si, proprio quelli che ci fanno inciampare così tanto tra la saggezza nella sua forma finale e l’errore, la colpa e il giudizio! Mai sarebbe arrivata a pensare a una simile
spiegazione senza l’aiuto della donna che le sussurrava e sembrava conoscere i segreti non solo di quei solchi, ma di tutti i solchi esistenti. Forse il viscerale motivo per il quale la voce s’era raggrinzita su sé stessa era perché conosceva i segreti dei fenomeni, e quando si sanno le cose taciute le si
possono solo cantare, e sperare che il suono raggiunga delle sane orecchie. Se questo passo non accade, la voce canterà comunque senza fermarsi, ma sarà solo chi emette quel suono a poterlo udire, ed è così che si diventa angeli. Emma disse tutto questo alla signora. Ora erano entrambe assorte in un personale canto, ma anche se mute, si avvertivano l’una con la presenza
dell’altra. Mentre Emma si guardava attorno, la donna era sempre al suo fianco ovunque ella decidesse di girarsi e dirigersi. Quanti bambini felici sorridevano in braccio alla madre e al padre!
Sembravano ridere ignari di quell’angelo dalle ali di pelle dorate che invece teneva  in braccio qualcuno. Chi fosse il giovane in braccio alla creatura, Emma non avrebbe saputo dirlo, l’unica cosa che riusciva a cogliere era l’estrema disperazione nel volto. La responsabilità della creatura alata nei suoi confronti lasciava intendere una comprensione non esprimibile altrimenti che con i gesti. Una paura che l’angelo, Emma ne era sicura, avvertiva nella pelle delle più profonde increspature delle ali che ora erano dorate per inebriare di luce il giovane e salvarlo dall’oscurità che
colorava la loro pelle bronzea. D’improvviso Emma emise una scintilla dagli occhi e domandò:

– Signora, i bambini sono più piccoli dell’angelo?

Non si udì nessuna risata cristallina provenire da quella bocca indistinta.

– Non ridete di me vi prego, ma i bambini non dovrebbero rappresentare l’essenza della vita nel periodo più puro e più nobile, insomma più ingenuo?

La risata continuò a non voler presentarsi. Se il canto non aveva avuto vergogna alcuna, la risata aveva timore e si nascondeva. Emma di ironico vedeva solo i ghigni di quei bambini dalla forma di putti che, se fossero stati in carne e ossa, avrebbero procurato di certo un gran fracasso.

– E lo sono.

Emma rimase perplessa.

– Come dite, signora?,

– Guardateli! Sono tanto in alto beati tra le mani materne. E ridono pure! Non trovate buffa la situazione? Sembra così facile amarli che ora sarò io a chiedere a voi: non trovate strana e triste la situazione?

Strana e triste la situazione, signora? E come sarebbe possibile per tutti i cieli! Un fanciullo non deve mai perdere la speranza, deve poter ridere in mano materna. Oh cosa mi chiedete mai! Siete una strana creatura, voi.

Le aspettative di Emma cambiarono drasticamente. Se s’aspettava di sentire una risata, udì solo un leggero solfeggio, di nuovo. Ma era talmente triste che si rattristò tanto pure lei e fu presa d’un tratto dall’urgente bisogno del rimproverarsi per aver causato tale sofferenza alla signora. Ella smise di cantare e piangere lamenti e disse:

La risata è per chi è stolto e non sa cantare. Per questo vi dico, amare
incoscientemente è dannoso tanto quanto non provare alcun amore! E ascoltatemi bene. Voi vedete ora quei putti così piccoli e gioiosi da trasmettervi di conseguenza della gioia e della tenerezza. Ma giratevi, ahimè, siate critiche con voi stesse! L’angelo è in un momento di responsabilità e il giovane sta
letteralmente soccombendo in quelle braccia, a causa della sofferenza, come possono i fanciulli ridergli davanti? Oh, povera me!

Emma avvertì dolori che nemmeno immaginava potessero
esistere.

– Dovrei quindi odiare le piccole creature?

Il sorriso non apparve nemmeno sulle sue labbra sempre spensierate, si nascondeva così pure il suo e le sembrò d’avvertire l’urgenza di mettersi a cantare o di far qualcosa, tutto per non restarsene lì ferma. In cuor suo avrebbe preferito persino accompagnare la signora nel pianto, accasciarsi insieme e nutrirsi l’una dalle lacrime dell’altra. Solo così pensava che sarebbero sopravvissute.

Se siete in grado di comprendere non ci sarà odio, Emma. Sarà la vostra coscienza a fermarvi in tempo. Se l’angelo è più grande dei fanciulli è perché esso ha l’anima talmente immensa da potersela togliere e sfamarsi da solo in caso di carestia. I bambini d’altro canto quel passaggio non possono effettuarlo, devono necessariamente nutrirsi dalla madre o porrebbero fine alla loro esistenza. Ma in compenso, possono ridere e far festa.

Quanto amore l’angelo riuscisse a contenere dentro di sé Emma non era riuscita a comprenderlo nonostante tutto.

Egli sta amando infinitamente in questo momento? Più di quanto quelle madri possano voler bene alla loro prole? Ama egli più di me e di voi?,

Come potrebbe amare infinitamente? Non è forse egli al pari nostro, quindi essere finito, a prescindere dai solchi?

Qualcosa al pari di un’intuizione inebriò la giovane di un’altra luce del tutto nuova.

Cara, perché l’amore sia infinito e puro c’è bisogno della morte.

Quindi, signora, se l’angelo è morto perché non potrebbe amare infinitamente?

Egli è morto non fisicamente, dunque è ancora del tutto limitato su questa terra! La morte vera ci fa disperdere nelle altre infinite combinazioni della vita. È così che il nostro amore acquista il senso di infinito, disperdendosi nelle infinite combinazioni. Ma appena ne trova una, quella giusta, ecco che torna finito, reale e illusorio. Ma no! Non saranno mica lacrime quelle, oh fanciulla! Anzi piangete, piangete pure! Cantate se avete voglia, strozzate il vostro canto! Ma ancora dovete sapere, che il povero disgraziato nelle braccia di lui è l’estrema concezione di disperazione. Perché, volete sapere? Ebbene, egli si ritrova appeso dinanzi a un bivio. Potrebbe essere colui che quando l’angelo suo salvatore perirà, andrà avanti lo stesso con la sua vita come se nulla fosse accaduto e vivere con un ricordo che gli pare infinito illusoriamente tramite l’inconscio.
Oppure, potrebbe sprofondare ancora di più nella disperazione e vivere da miserabile la propria vita amando l’angelo in modo talmente profondo da essere l’ombra di sé stesso. Ma cara, di questo appunto si tratta! È illusione in entrambi i modi! Non siamo che l’ombra di noi stessi, di una finita combinazione di infiniti. Ma siccome la vita si intreccia alla morte come le mani di quei due amanti scolpiti nella bianca eternità, anche il giovane morirà! Morirà e diventerà allo stesso livello dell’angelo. Ma perché questo avvenga, così come fanno le proteine nel nostro corpo affinché esso funzioni, l’amore deve ripiegarsi su sé stesso. L’amore obbedisce a sé stesso e pretende che tutto obbedisca a lui medesimo. Quello che egli provava per l’angelo cesserà, diventerà limitato e si dissolverà, mentre il proprio amore diventerà infinito.

Al fianco di Emma si trovava una figura dalle sembianze di madre, aveva le palpebre serrate in un sonno non troppo profondo. I capelli correvano sopra la nuca e intorno ad essa, tenendo conto del loro proprio moto ondulatorio. Una piccola manina eterea non lasciava intravedere se sulla guancia dell’addormentata ci fossero segni particolari. Le palpebre di lei e del piccolo cominciarono a tremolare leggermente, sembrava che le
labbra prive di sangue andassero alla ricerca del miglior modo per dischiudersi. Emma aveva percepito come nessun’altra volta nella sua intera esistenza, che stava morendo, e presto sarebbe stata bianca come i muscoli sporgenti che la circondavano imperiosi. Ma mentre quei tessuti organici
cercavano di liberarsi come meglio potevano in una sorta di fermo movimento che altro non poteva fare se non esprimersi e mostrarsi esattamente là dov’era, in una morsa che bramava la vita, Emma
d’altra parte andava affievolendosi sempre più. Stava iniziando il lento procedimento dello scomporsi. Era necessario che si spezzasse, che la sua anima non conservasse più l’ingenua bramosia di un tempo, ma che avesse ora le più vicine sembianze di un’illusione di amore infinito. Ma in tutto
quel gioire festivo, come sempre accade in qualsiasi circostanza inscritta dentro un isterismo da gioia, alcune creature che s’alzavano sulle zampe posteriori come a voler gridare, non avevano invece gli occhi, e non mostravano agli altri felicità alcuna. Gli occhi del cavallo, vi si presentavano
così vuoti e grigi come fossero l’incarnazione della sofferenza immortalata nel suo spasimo più profondo. Le ciglia non corniciavano la forma, perché le folte e rigogliose chiome qualsiasi esse siano, sono sinonimo dell’esser sani, e la creatura non ne presentava alcun segno. Le vene non solo
collegavano il vitale organo dei sentimenti racchiuso nel petto direttamente a occhi e muso distorto, ma erano la penna con la quale la vita scriveva sulla pelle equina e lasciava traccia di sé. Le orbite oculari erano sporgenti e buie perché la vita era arrabbiata. Non si sapeva come né perché, ma la
furia con la quale gli zoccoli s’impennavano rattristava e rendeva pesanti quei buchi passivi.

Egli è infelice. Osservò la ragazza. È cieco dalla furia! In tutta risposta si innalzò nuovamente quel canto, ma con sorpresa della giovane, ora quella voce aveva riconquistato alcuni dei gradi ch’erano andati persi, e rispose: E da dove credete voi che derivi codesto violento sentimento che nelle loro
vene va perpetuandosi? Oh, così egli si mostra perché passivo in una situazione passiva! Sta obbedendo non per amor ma per semplice caso al padrone.

Ben detto, ma non sappiamo se effettivamente egli è padrone della creatura. No, no, lei è padrona di sé stessa, così come voi.
Ma io non sono libera in questo momento, signora. Sono schiava verso le vostre richieste d’un certo intelletto!

Voi però, a differenza dell’animale impaurito avete il dono della comprensione. Sapete che il vostro dolore è necessario e si lega con la vostra spiritualità. Il dolore mostrato da quel muso no, non è necessario, non è fine a sé stesso. Se mi chiedete la differenza, eccola qua: voi non potete scappare dal dolore, vi ci scontrerete comunque vada perché è necessario. Egli se scappa potrebbe invece salvarsi a differenza vostra, o venirne ucciso.

Oh! Il cavallo non potrà mai morire e avere solchi! Che ingiustizia è mai questa! Ma, signora, se egli scappasse, potrebbe imbattersi comunque in un altro padrone.

Era fresca come la rugiada la carezza che sfiorò la pelle della giovane per indicarle la strada.

Venite con me, seguitemi! disse la signora, Vi avevo detto che l’amore ad altro non obbedisce che a sé stesso e quando lo si libera si ripiega su di sé perché è elemento inutile da solo, sempre alla perenne ricerca di un altro sé compatibile.

Emma domandò subito quello che aveva da dire, perché ormai aveva in larga parte compreso come funzionasse il modo di pensare. Se aveva ricevuto dolore, tanto dolore da sembrare al patibolo, in cambio riusciva a penetrare nelle profondità ovunque guardasse. Così disse:  Ma se l’amore obbedisce solo a sé e da solo però non è nulla, anche lui deve fuggire da sé stesso… Il canto riprese ad invadere la stanza più forte persino dell’ultima volta.

Tutti fuggiamo da qualcosa. Si è in perenne corsa, non lo sapete? Il cavallo di
prima che ora potete solo ricordarvi come ombra di quello che fu, soffre e soffrirà ancora. Si chiederà forse pure il motivo, ma continuerà a scappare e correre ed esser passivo fino alla morte. Voi invece siete fuggita dalla schiavitù della vostra ingenuità e avrete senz’altro un ricordo di prima, ma non sarete mai più uguali e non fuggirete più. Non ne avete bisogno, siete ora in grado di comprendere i segreti, non urge più ch’io debba esser dura con voi, né la vita altrettanto.

Una luce ai limiti del mistico aveva fatto la sua comparsa dinanzi alle due donne, riscaldando le loro pelli e facendo brillare i loro capelli d’altra luce. Ora parevano due elette come la terra quando decide di far nascere dalla propria sostanza una rosa bella e luminosa ma far appassire il tulipano. Il pallore della signora si accentuò, le sue vene bluastre scrivevano ancora la loro poesia, lavoravano e lei trascriveva in canto ciò che loro volevano dicesse. Una enorme fontana vuota tra la luce era in grado di gettare timore persino alla più alta forma d’intelletto.

La città sta aprendo le sue porte a voi, Emma. Se siete arrivata qui è perché avete imparato il significato nascosto dell’essenza pura. Venite, avvicinatevi alla fontana, non abbiate timore.

I capelli della giovane, nonostante le gentili premure, si muovevano nella direzione opposta alla fontana, per normale paura, e le pupille si dilatarono appena come se volessero al contrario, lasciarsi lavare avidamente dall’acqua argentea per alleggerire le palpebre stanche. Ma non v’era presente nessuna goccia che scorresse rapidamente con le compagne per formare uno zampillo. La fontana era asciutta. Era inospitale, ma le due possenti statue invitavano invece lo straniero ad avvicinarvisi. Per bere cosa, visto ch’era
arida, non si sapeva dire con certezza. Emma si trovava in uno stato di confusione così immenso da paralizzarsi subito sui due piedi. Vedendola titubante, la signora le domandò dapprima il motivo.
Dopodiché, intuendo la sete della fanciulla, e avendole spiegato il motivo per il quale non ci fosse acqua, cioè che quella fontana funzionava solo se si contribuiva ad ampliare la conoscenza del mondo, la invitò ancora una volta ad avvicinarsi. Rassicurata per bene, la giovane si mosse sui suoi
passi fino a raggiungere il bordo dell’imponente base di tutti gli intelletti. Improvvisamente la sete divenne insopportabile, e lei, che non era abituata a far sacrifici, credette velocemente d’impazzire. Ancora qualcosa mancava all’appello dei suoi sentimenti, e presto capì che esser passata da uno stato infimo a uno più elevato l’aveva solo riempita di una sete complessa da
controllare. Era tutto un tale enigma che generava in lei dei dubbi. Subito disse: Ho amato e compreso le essenze nascoste della vita, ho sofferto e nessuno idrata i miei occhi. Sono una straniera in una città straniera e il liquido della vita ha persino coraggio di nascondersi. Ah, bocche scolpite che ridete beate nell’alto della vostra eternità, possiate voi venir oppresse dalla compassione per
me! Signora, signora vi scongiuro, abbiate pietà! Voi stesse affermaste che d’esser dura con me non ne avreste sentito più necessità alcuna. Oh, che dubbi s’affacciano mai in questa mente! Possiate voi darmi la risposta!

Oh, niente v’è dovuto solo perché avete sofferto. Mantenete la calma, siete
ancora un enigma per voi stesse. Se dell’acqua vi riempireste ora lo stomaco, verrete colte dal vizio e dal pensiero di volerne trovare ancora. No, no, fanciulla delicata, dovete risolvere prima il vostro enigma, altrimenti lo stomaco comincerà a dolervi dalla troppa pienezza e il mondo si ritroverà assetato per sempre.

Il cambiamento che Emma aveva vissuto era amaro. Stupida non era, e
sapeva che l’amore univa e creava le cose, e stava capendo in quel momento un’altra cosa ancora. L’amore per quanto profondo fosse, per quanto lacerante come una lama potesse essere, non aveva accesso ai grandi enigmi che derivavano dal turbamento di un violento cambiare interno della
persona. Il cavallo e le creature come lui il tempo a scervellarsi dai dubbi non lo passavano. Lei invece continuava a cercare risposte e la sete assordante derivava dal fatto che una volta conosciuta la sapienza, quest’ultima faceva in modo che la curiosità nell’animo delle persone non cessasse mai.
Il motivo per il quale la fontana della vita era spenta, derivava fondamentalmente da una mancanza emotiva verso l’amore originale infinito e profondo verso la conoscenza. Questa volta era esattamente così che era l’amore, infinito. Perché se tutti avessero collaborato ad alimentare i suoi
zampilli argentei attraverso l’acqua del monumento, la dipendenza dalla conoscenza non vi si sarebbe mai prosciugata, ma si sarebbe protratta in eterno tra infinite progenie. L’unica via per rendere l’amore eterno, non era amare incondizionatamente come esseri limitati, ma farlo come
esseri illimitati rimanendo lo stesso coscienti del limite, ma in questo caso non ci sarebbero stati problemi perché l’acqua non si sarebbe mai arrestata, e la pietra monumentale non avrebbe mai avuto crepe nella sua superficie. Essendo costretti ora a tornare al principio dell’enigma, bisognava
dire che quest’ultimo generava una profonda scissione nell’anima causata dal repentino cambiare.
Come il serpente che perde la vecchia pelle senza domandarsi il perché, o la fenice che risorge dalle ceneri per sua natura, negli umani l’enigma del mutamento generava profondi dubbi. La sete stava facendo perdere ad Emma i progressi recenti nel comprendere la propria natura. Era così che la furia rabbiosa della vita si sfogava. Si divertiva a illudere d’averla capita, e quando si cominciava ad amare in profondità, ecco che questa cambiava i suoi giochi. Si era destinati a tornare entità sconosciute, e come qualsiasi cosa sconosciuta genera domande, queste ultime generano dubbi.

Ho sete e l’amore che nutrivo non mi serve ora, perché sono un’altra me stessa e devo impegnarmi daccapo.
La signora che aspettava quel riscontro come i fiori aspettano la bella stagione per sbocciare, come un paio di labbra aspettano che la lacrima scorra per assaporarne il sale, se ne rallegrò assai.

Vi avverto da principio perché è mio dovere. Non avrete mai la completa conoscenza di voi stesse, poiché raggiungerete livelli sempre più elevati, e quando si corre dietro alla propria prossimità essa tenderà a burlarsi di voi e a sfuggirvi inesorabilmente. Dovete stare attenta – continuò la signora – a non diventar passive nei confronti della curiosità facendovi dominare come il cavallo dal suo padrone. Essa vi dominerà e si comporterà aspettando che voi lavoriate per soddisfarla. Ma no, voi non fatelo, non fatelo mai! Non dovete istruire voi stesse per la sola curiosità subdola, ma per coltivare l’originalità della vostra essenza. Se adesso dovesse iniziare il ciclo dell’acqua perché siete diventate più sagge, vuol dire che sarete le prime in questa città mondiale a distribuire saggezza. Datene esempio! Prima o poi vi si avvicinerà sempre più gente incuriosita, e sentitemi bene, non capirete ogni goccia che verrà versata da loro perché le idee saranno diverse, ma ben venga! Ben venga perché bisogna studiare per affermare ciò che si è, se si studia per essere, allora vuol dire che non lo si è. Vi verrà voglia di scappare da tutte quelle idee contrastanti, alcune, forse troppe, si omologheranno tra loro e saranno uguali per avere più acqua possibile, ma non cadete in questa trappola! No, fanciulla dai bei capelli, non fatevi strappare quei ricci solo per avere dell’acqua liscia che vi condurrà nelle fauci del vizio.

La signora emise un debole sospiro e quei sottili fili di rame che
le crescevano sulla nuca della fanciulla tremarono al soffio, timorosi e curiosi. La realtà – riprese la donna pallida – è nettamente più razionale di quanto io possa insegnarvi per farvi cantare. Ci sono sostanze nascoste che non possono essere comprese, anche se esse ci stritolano e strozzano il nostro canto poetico. Ma per quanto la città mondiale possa essere ora una città statica e priva di valori, ditemi, hanno mai smesso gli atomi di cercarsi tra loro per questo motivo?

Non lo hanno fatto, signora. E quella risposta negativa e affermativa allo stesso tempo, fu la base per la quale si cominciò a udire un leggero ronzio, dapprima debole e poi vivido e giocoso. L’acqua aveva cominciato il suo proprio corso e seguiva il fluire naturale dettato dallo scheletro interno del marmo, in perfetta sintonia, senza intasare alcun passaggio. Emma era a tali livelli di contentezza e sublimazione che corse a perdifiato a dissetarsi. Quando si fu idratata per bene, stupendosi di non aver abusato della libertà che le era appena stata concessa, si voltò, e per la prima volta da tutto
quel tempo passato riuscì a distinguere il volto della donna della quale aveva sempre e solo ammirato le mani, che le disse: Ora puoi finalmente vedermi come se io fossi un’altra persona dinanzi a te. Ti ho guidata affinché non ti perdessi e non mi hai mai conosciuta meglio di ora. Prima guardavi alle cose senza domandarti dei fenomeni, adesso sono quelle stesse cose a scalpitare ansiose per farti domande. C’è chi sostiene che le scienze siano la cosa più bella, o anche le leggi o le religioni. Ah, le più sublimi discipline della città mondiale sono le arti di tutte le essenze! Hai spezzato la tua, di essenza e ne hai assaporato la conoscenza, ti sei dissetata dalla fontana più importante di tutte. Ricordati cara, non puoi mai vedere veramente una persona se prima non la comprendi.

Emma avrebbe voluto chiedere alla signora come si chiamasse e da dove provenisse, ma solo le molecole del suo profumo che svolazzavano ancora nell’aria tiepida, come a dire che la presenza della donna c’era stata davvero, avrebbero potuto risponderle senza proferir verbo e dirle
addio allo stesso modo. Ormai ella ve n’era già andata, come un’ombra che aveva affiancato la giovane quando era appunto ancora fanciulla ed era presente solo la luce senza il buio. D’un tratto comprese che quella donnina pallida e venosa non era altro che la sua coscienza, sempre presente
senza poterla osservare, fino a quando non l’ha conosciuta per davvero calandosi negli abissi dei solchi increspati tra una piuma e l’altra. La coscienza aveva fatto ritorno tra le futili cose nascoste del mondo, e la loro conversazione, al limite tra il reale e il non, aveva cessato di essere. Però era ancora in atto, vi si udivano gli echi dell’intesa in qualche modo molto discreto. Non aveva, il discorso, per tutta la durata distorto in alcun modo il globo terrestre e le stelle che gli stavano attorno. Era stato un fenomeno talmente rapido, che aveva lasciato tutto esattamente come da principio. Forse solamente qualche ruga in più permetteva di distinguerne il prima e il dopo, ma erano questioni impercettibili. Era tutto avvenuto e nessuno ci aveva capito o sentito niente, come normalmente accade per le piccole e grandi cose. Emma però era sicuramente cambiata, perché le cose che non si vedono sono le più eterne di tutte.

Rebecca Boi