LA TRAP E IL LINGUAGGIO

APPUNTI SULL’IGNOTO: LA TRAP E IL LINGUAGGIO

Recentemente ho avuto uno scambio con un giovanissimo produttore trap e dei suoi fan, che sul momento mi è sembrato irrilevante, ma che forse ha in nuce qualcosa su cui vale riflettere.

Il punto di vista dei trapper riassunto è questo:

il cantato (sia esso pop o rock) è fastidioso perché “innaturale”, nessuno canta per comunicare con i suoi simili.

Il parlato in rima invece replica la comunicazione umana, condensandola.

Se questa era già l’idea che ha dato origine all’hip-hop ed è diventata centrale con il gangsta rap (che tende a voler replicare fino al demenziale il linguaggio del ghetto afro), la trap innova accelerando il processo, cioè stipando nella stessa strofa il doppio delle parole rispetto alla tradizione rap, particolare stilistico che giunge fino al tagliare le parole stesse e a rendere la loro pronuncia incomprensibile.

Fin qui quanto dettomi dal produttore, quella che segue è la mia riflessione.

Non c’è nulla di naturale nel parlato filtrato dall’autotune, piuttosto questo è un artificio tecnico usato per creare un effetto verosomiglianza, cioè un tentativo di far sembrare un parlato in versi qualcosa di simile al linguaggio di strada.

L’effetto è sovraccaricato d’artificio grazie all'(ab)uso di onomatopee, suoni campionati dall’ambiente circostante (trilli whatsapp, suonerie cellulare, ecc), bestemmie e inglesismi tratti dal mondo dei social e della gangsta culture. Ma la cosa veramente interessante è lo stipare valanghe di parole nello spazio di una battuta fino a renderle incomprensibili: fenomeno più anglofono che italiano, è il tentativo di replicare la velocità della comunicazione da social, e di far passare un messaggio a una generazione la cui soglia di attenzione è compresa fra i 5 e i 15 secondi.

Mentre si velocizza la comunicazione, per (apparente) paradosso questa riduce drasticamente il suo ventaglio di significati: il testo trap è fortemente stereotipato, avendo come argomenti fissi vestiti, visualizzazioni, soldi, sesso.

In questo replica il paradosso incarnato da Instagram: a fronte di un’illimitata varietà di sfondi, costumi e soggetti, gli ambiente, le pose e le narrazioni (nelle stories) sono microvariazioni di pochissimi temi.

Questo ci porta ad un ulteriore considerazione: rispetto al rap canonico, la trap non pensa il testo e la base come opere conchiuse in se stesse, ma come possibili commenti ad immagini (video, stories e selfie).

Quando le basi e i testi non rimandano direttamente all’immaginario delle serie tv o ai film (talvolta persino ai meme), tendono a volerli ricreare tramite i video e le stories Instagram.

Per accorgersene basta fare un giro su youtube: le canzoni trap per cui non sono stati fatti video hanno 1/10 quando non un 1/100 (nel caso dei big) rispetto a quelle accompagnate da un video.

Sia il pubblico che gli artisti sembrano non riuscire a concepire un brano staccato dal video, fino a confondere l’uno con l’altro.

Se il cantato all’orecchio dei trapper è obsoleto, non è perché sia in sé sia più innaturale del parlato filtrato: il motivo del disagio è la lentezza, ma soprattutto l’incapacità del trapper di collegare il cantato alle immagini di cui la sua retina è satura, immagini così frantumate, stereotipate e sovrapposte da non tollerare più di essere raccontate da un linguaggio artistico in cui la parola sia ancora centrale, scandita e comprensibile.

Federico Leo Renzi

https://www.youtube.com/watch?v=oRJjEEXXYeo

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather