LA TRAPPOLA

LA TRAPPOLA

Clima elettorale, tutti sui tacchi di partenza.

C’è chi spera nel botto, chi spera nel quorum, chi spera e basta…

Veramente pochi si rendono conto che, nel bailamme generale la grande assente è la politica, quella vera, in grado di fornire alternative reali ad un popolo indotto a credere che non ci siano alternative, oltre ai fuochi artificiali accuratamente serviti.

Spulciando fra i programmi politici dei contendenti e valutandone l’essenza reale, nonostante i “creativi” chiamati a dare un qualche valore alle loro proposte, abbiano superato di gran lunga, in destrezza, i proverbiali giocatori delle tre carte, un’analisi attenta porta alla conclusione che, se cambiamento c’è stato nei programmi, dal primo dopoguerra ad oggi è stato esclusivamente di forma, ma non di sostanza.

All’elettore ignaro d’essere da settant’anni immerso nella terza guerra mondiale, solo parzialmente non convenzionale, si chiede di legittimare, esercitando una scelta non scelta, il circo politico che, persino con la parte, come dire, protestataria minoritaria, assolve al compito di rendere naturale la condizione d’assoluta subordinazione al capitale della totalità della popolazione.

EUROPEISTI E ANTIEUROPEISTI

Tagliando con l’accetta per brevità, la questione si riduce alla scelta fra chi considera più conveniente per la borghesia nazionale l’Europa del capitale e chi, invece, pensa che sarebbe più opportuno tornare ai santi vecchi.

Quest’ultima ipotesi coincide fondamentalmente con l’interesse della parte di borghesia stracciona nazionale, incapace d’inserirsi proficuamente nella grande abbuffata sovranazionale.

Il sovranismo in tutte le sue declinazioni sostanzialmente corrisponde a questa esigenza.
In quest’ambito s’inserisce l’apparente differenza di collocazione fra i sostenitori delle nazionalizzazioni e quelli che inneggiano alla gestione privata.

L’equivoco, qualche volta alimentato persino inconsapevolmente, sta nel fatto che, stante il potere indiscusso della borghesia, anche le aziende nazionalizzate non possono che corrispondere alle esigenze del capitale.
Questo vale anche per quel che riguarda l’uso della moneta.

S’illude (nella migliore delle ipotesi), chi vede nel ripristino della moneta nazionale un uso diverso da quello che è stato fatto con l’Euro.
Men che meno si può immaginare una dimensione europeista corrente come succedaneo dell’internazionalismo, così com’è inteso nell’accezione comunista.

A sinistra, dopo settant’anni di ti dico conditi a volte con fantasie rivoluzionarie utili a mantenere in piedi l’equivoco, è ormai invalsa l’abitudine di rimestare nel calderone delle esigenze popolari per estrarre il coniglio di proposte “rivoluzionarie” che portano comunque acqua al mulino dell’inamovibilità della borghesia e del suo sistema di potere.
Un tempo c’era la decenza di agitare chimere come le riforme di struttura, le quali avevano almeno il pregio di spiegare ai più attenti dove si andava a parare.

Insomma, c’era il trucco ma si poteva vedere.

Oggi le cose non stanno più nemmeno così, si affronta la questione del razzismo e dell’autoritarismo, dell’emancipazione femminile, delle libertà sessuali, del lavoro e dei diritti dei lavoratori, dei servizi sociali sul viale del tramonto spinto, come se il tutto fosse indipendente dalla natura reale del sistema nel quale viviamo.
Manca del tutto, in sostanza, l’unico elemento che può essere considerato rivoluzionario, cioè la chiarezza che nessun programma “progressista” ha valore e possibilità, se disgiunto dalla questione chiave: l’eliminazione della borghesia e del suo Stato.

G Angelo Billia

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