La viralità del male fatto notizia

Non c’interessano certe questioni legate all’interesse virale, e di riflesso economico, della notizia.

Non c’interessa neanche essere o fare i giornalisti, questa piattaforma è altra cosa, è una webzine che si propone come blog collettivo in un momento storico dove l’informazione tramite social network viaggia per voce diretta dalla prospettiva di chi racconta il suo punto di vista senza l’intermediazione del giornalista, del quale al limite c’interessa il suo libero punto di vista da intellettuale e d’operatore culturale prima che di professionista.

La notizia ci interessa nel suo farsi fenomeno semiotico e virale, strumento di rappresentazione, manipolazione e indottrinamento di massa, in quest’ottica ci siamo soffermati a riflettere sulla fenomenologia della notizia virale, su come delle non notizie attraverso il web in tutta la loro plasticità vengano remixate e riciclate all’infinito, le inchieste giornalistiche si riducono a un blog, una videocamera che racconta la realtà che tutti vivono nel quotidiano elevandola a fatto giornalistico.

Una frammentazione della poetica di Saviano o di Travaglio, alimentata dalla densità di popolazione di certe problematiche divenute oramai fatto sociale e culturale, con un approccio ludico situazionista che strizza l’occhio alla nuove generazioni social.

L’inchiesta giornalistica diventa promozione di sé sulla pelle dell’altro/a che diventa vittima sacrificale sulla gogna del patibolo dell’informazione, che deve essere vista e vissuta;  una presunta idea del male (o del trash) che deve essere incarnata da un uomo o una donna che diviene rappresentazione plastica del male da vendere e mostrare, è questo quello che si aspetta sia una notizia la condanna dell’altro?

L’umanizzato disumanizzato e rappresentato come qualcosa da correggere attraverso i media.

Il correttore che armato di telecamera mostra visivamente il corpo del male, si autopromuove facendo market e autoproduzione del sé che plasma e ridisegna eticamente identità collettive, è questa l’arte della notizia?

Gli artisti in questo scenario, sono ridotti a farsi cronisti del bene contro il male?

Possibile che i social network abbiano così rivoluzionato l’informazione e la comunicazione al punto che la ricerca dei like si traduca nel cannibalizzare l’altro demonizzandolo e condannandolo?

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