L’APPRENDISTA STREGONE.

Di Maio
L’APPRENDISTA STREGONE.

Tutto iniziò quando alcuni parlamentari “illuminati” di fronte allo sfacelo politico morale della politica, parlamentare e no, decise che era tempo d’intervenire per “cambiare le cose”.
La logica distorta era quella secondo la quale, di fronte ad un incremento delle rapine ai pensionati, il modo migliore per contrastare i rapinatori sarebbe abolire le pensioni.
Se poi la misura viene proposta dai pensionati “seri”, cioè quelli a cui la pensione non serve perché dispongono d’altri redditi, tutto diviene assolutamente “meritorio”, ponendo quest’ultimi su vertici che mai avrebbero raggiunto di notorietà, e di onestà attribuita per principio.
Così la correttezza di permettere anche ai partiti poveri di esprimersi alla pari con i ricchi, si trasformò nel suo linciaggio mediatico-popolare.

La Malfa ir e qualche pari condizioni ebbero il loro momento “eroico” a spese dell’interesse della stessa gente che li osannava.
Questa logica, peraltro già matura all’epoca, per un’altra serie di questioni morali con grandi riscontri nella realtà concreta, ha continuato a mietere vittime a discapito anche del semplice buon senso comune.

E’ in questo modo che nel paese di bengodi dove nessuno, neanche per sbaglio, ha esercitato la sua funzione parlamentare in modo coerente rispetto agli stessi impegni assunti nelle campagne elettorali, il problema dell’abitudine di raggirare concretamente l’elettore viene ridotto agli emolumenti economici dei parlamentari.
In questo modo, una masnada d’improvvisati alla ricerca d’un riscatto sociale (ad essere buoni), per provare la propria affidabilità parte proprio di lì: “noi ci tagliamo lo stipendio”.

Al che uno immagina sfracelli per i ricchi, livellamenti della pecunia pubblica e privata perché non ci siano più servi poveri per arricchire padroni nullafacenti.

E invece no!

Il Programma non mette in discussione nulla di tutto questo e lo stipendio che sopravvive ai tagli, reali o di fantasia, rimane comunque a livelli stratosferici rispetto a quelli della maggior parte dei lavoratori.

Che si vuole, l’appetito vien mangiando ed è chiaro che non tutti hanno la pazienza necessaria (vedi i finti versamenti), ma c’è una soluzione per tutti: “sono infedeli e li buttiamo fuori”.

Tacendo che nel loro bacino di utenza non c’è che l’imbarazzo della scelta e che, comunque, chi è capolista viene eletto a prescindere.
Quindi la cosa più banale di questo mondo, cioè la pretesa che i parlamentari facciano il lavoro promesso, per cui sono eletti e pagati, diventa anche quella più ignorata, offuscata dallo stipendio.
E’ questa, in ultima analisi, la questione:

i parlamentari rubano lo stipendio perché non fanno ciò che devono, noi siamo meglio perché comunque rubiamo di meno.

Insomma, il target di riferimento dal punto di vista culturale è lo stesso di Renzi &C., di Berlusconi &C. e il modello di riferimento è quello del partito azienda.
Quanto al programma, beh, l’elemento di spicco è l’assenza di misure per colpire la sproporzione economica fra chi paga le tasse (i lavoratori) e chi non le ha mai pagate in proporzione al proprio reddito reale.
Non c’è che dire, nel paese dei cervelli all’ammasso, per chiudere il cerchio dell’offerta politica del capitale mancavano solo loro.

Purtroppo il masochismo conclamato di parte del corpo elettorale farà il resto.

Comunque vada, buona catastrofe a tutti.

G Angelo Billia

 

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